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Specialisti del mondo della cooperazione internazionale a confronto


Rio+20 | Sviluppo sostenibile, stop al Geocidio

"Il biocidio e il geocidio sono sotto i nostri occhi. E la situazione diventa sempre più drammatica" scrive padre Zanotelli nel suo appello. A pochi giorni dall'inizio dei lavori a Rio de Janeiro, associazioni e movimenti criticano l'idea di Green economy come soluzione alle crisi economiche e ambientali.

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Oltre il Forum di Busan: come migliorare l’efficacia delle ong?

In 40 anni sono stati inviati in Africa 

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Earth Summit di Rio, Green fregatura?

Dietro i tanto sbandierati concetti di green economy e green growth si cela l'intenzione di mantenere immutato l'attuale modello di sviluppo, che fa della "crescita" un Moloc intoccabile. In vista dell'Earth Summit di Rio, dal 15 al 21 giugno si svolgerà il People Summit, con l'obiettivo di redigere posizioni e richieste della società civile da avanzare alle delegazioni governative.

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Prospettive di cooperazione: le voci delle università italiane

A metà settembre, a Padova, le università italiane che si occupano di cooperazione allo sviluppo si sono confrontate sul loro operato e sui rapporti con società civile e imprese. La sintesi delle proposte emerse in un documento a cura di Irene Marocco.

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Rio+20 | la posizione della FOCSIV

Più di 110 capi di Stato e di governo si ritroveranno il 20-22 giugno a Rio de Janeiro per discutere di sostenibilità e green economy. Il processo di negoziazione in vista della conferenza negli ultimi mesi è stato segnato da fasi di stallo, e si attende l’ultimo incontro preliminare a metà del prossimo mese. La FOCSIV chiede un impegno serio per raggiungere un accordo efficace.

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Cooperanti e...tuttologi?

Quali sono i metodi di reclutamento delle ong italiane? E' vero che cercano sempre più spesso "cooperanti tuttofare" senza dare la giusta importanza alle specializzazioni di ognuno? Le riflessioni di un cooperante alle prese con vacancy e curriculum vitae nell'universo degli annunci di lavoro della cooperazione internazionale.

Giacomo, autore della lettera che vi proponiamo, è l’amministratore di un gruppo di discussione sulla cooperazione internazionale dentro il social network professionale Linkedin. Qualche settimana fa ha pubblicato sul gruppo un post sulla gestione delle risorse umane da parte delle ong, in particolar modo durante la fase di recruiting: dal suo ‘sfogo’ molto ben articolato è nata un’animata discussione. Abbiamo deciso dunque di rilanciare anche sul nostro sito la riflessione di Giacomo perché pensiamo che possa arricchire la nostra sezione di dibattito sulla cooperazione internazionale. Aspettiamo i vostri commenti.

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Forum Cooperazione | Riccardi invita le ong al dibattito

A fine settembre si terrà a Milano il Forum sulla cooperazione italiana. In vista di questo appuntamento il ministro Andrea Riccardi ha lanciato un processo di consultazione tra i cittadini interessati e gli attori tradizionali della cooperazione internazionale per raccogliere idee e proposte da discutere pubblicamente durante il Forum. Il blog "Tutti i bandi per le ong" proporrà maggiore trasparenza nell'erogazione dei fondi ai progetti delle ong.

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Volontari, cooperanti e...blogger?

Questo articolo nasce dai vostri contributi al post "2.0? Non ci interessa, siam cooperanti", pubblicato il 29 settembre sul blog "SocialMente 2.0". A partire dalla preparazione di una tavola rotonda sulla comunicazione del lavoro dei cooperanti attraverso i nuovi strumenti del web (blog, social media, video...), ci siamo chiesti se dai cooperanti fosse nato un movimento di racconti online della loro esperienza nei Sud del mondo. Ci è stato risposto di no. Ma i vostri commenti hanno alimentato il dibattito e capovolto la sentenza. I cooperanti condividono la loro storia, ma fuori dal contesto istituzionale. Dove e perchè?

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La cooperazione?

"La cooperazione non è più una politica pubblica", sono le conclusioni drammatiche di Iacopo Viciani di Action Aid al seminario sul ruolo dell'Italia nella lotta alla povertà organizzato dall'Università di Torino. Mentre gli aiuti pubblici continuano a diminuire, dallo 0,15 del PIL al 0,12 nel 2012, il finanziamento privato sembra essere l'unico modo per salvare la cooperazione. 

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Salviamo la cooperazione!

Grande affluenza questa mattina all’incontro dedicato alla cooperazione internazionale della Regione Piemonte. Amministratori pubblici, sindaci, assessori, esponenti di associazioni e organizzazioni non governative uniti nel chiedere a gran voce che vengano preservate le risorse destinate alla cooperazione. All’incontro, purtroppo, grande assente proprio la Regione. In prima fila nel sottolineare il ruolo della cooperazione decentrata e l'eccellenza piemontese nel mondo sono stati invece i sindaci.

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La cooperazione è morta, viva la cooperazione

"Invece di piangerci addosso o lamentarci che i soldi per la cooperazione non ci sono più, siamo qui per esplorare il nuovo". Silvia Pochettino, direttrice di Volontari per lo Sviluppo, presenta il nuovo numero dedicato alla "Cooperazione del Futuro", disponibile ai lettori anche in formato digitale. Leggi l'editoriale e scarica il pdf.

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Il volontario come psicologo di comunità

Qual è il ruolo dell'operatore di sviluppo? Un po' spione e un po' complice. Ma, soprattutto, un abile terapeuta, che sa far emergere i bisogni reali di una comunità.

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Cosa succede quando una ONG ammette il fallimento?

"In Malawi negli ultimi 10 anni cinque milioni di persone hanno avuto accesso all'acqua potabile. Ma la foto che vede alle mie spalle (qui a fianco), è una bugia". Comincia così l'ammissione di colpe di David Damberger, membro dell'associazione "Ingegneri senza frontiere" canadese, sul palco della TEDxYYC.  Un discorso che parte da un'esperienza personale e arriva a mettere in dubbio tutto il complesso meccanismo della cooperazione allo sviluppo.

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Haiti: quale cooperazione?Quale “cooperazione allo sviluppo” si può fare ad Haiti?  Partendo da questa domanda la Cisv insieme al ProgettoMondo Mlal, ha realizzato una missione nel paese, con l’obiettivo di cercare piste di lavoro a medio e lungo termine insieme a partners della società civile haitiana.
di Federico Perotti e Marco Bello

Le prime impressioni, arrivando a Port-au-Prince e parlando con le persone di diverse organizzazioni sociali, sono di un paese ancora in emergenza. Il terremoto del 12 gennaio 2010, e la successiva epidemia di colera non ancora debellata, hano messo a nudo gli annosi problemi di un paese già martoriato da flagelli naturali ed antropici.
Haiti è infatti il paese più povero del continente americano: densamente popolato, con una capitale che conta da sola 3 milioni di abitanti, una grande parte montagnosa generalmente disboscata ed erosa, una parte di terre aride, il paese viene colpito ciclicamente da tempeste tropicali.
A tutto questo si aggiungono un’oligarchia locale ricca, che ha privilegiato gli affari ad un vero sviluppo economico autonomo, un’instabilità ed un’inefficienza complessiva dello Stato nel promuovere il bene comune. Inoltre le pesanti influenze politiche ed economiche esterne di Usa, Francia, e altre potenze, anche attraverso la missione dei caschi blu Minustah, tuttora presente, fanno di Haiti un Paese in gran parte controllato dall’esterno.
Le emergenze del terremoto e del colera hanno accentuato quest’impressione: ancora oggi vi sono decine, centinaia di interventi di emergenza portati avanti da paesi esteri, spesso con scarso coordinamento, e che continuano a fornire assistenza a una parte della popolazione senza insistere adeguatamente sulle possibilità di lavoro e reddito, attraverso politiche coerenti di lungo termine.

Emergenza infinita
Il paradosso è quindi che la cooperazione degli aiuti di emergenza, con centinaia di ong e operatori di molti paesi, è assolutamente prevalente nel Paese, in quantità ma anche per quanto concerne la “logica dominante”. Nessuno mette in dubbio la necessità degli aiuti di emergenza, rivolti ai 500 mila ancora nei campi o ai malati di colera. Azioni necessarie e, quando svolte con professionalità e umanità, molto efficaci. Ma rimane il rischio del perpetuarsi e dell’allargarsi di questo tipo di cooperazione, anche al di là delle reali necessità.
Vi sono azioni svolte e dirette da personale straniero, che vive in quartieri isolati e protetti da muri alti 4 metri e guardiani armati, azioni portate avanti da operatori che non parlano il francese e che viaggiano con l’interprete. Si vedono migliaia di casette provvisorie “made in US” inutili al fine della ricostruzione della capitale e delle altre zone colpite, ricostruzione sostanzialmente non ancora iniziata. Vi sono ong che arrivano con progetti già scritti da applicare a qualsiasi contesto o partner e mega-progetti finanziati da fondi europei che regalano quantità enormi di sementi ai contadini senza molta razionalità né efficacia.

Problemi interni
Con un governo e una classe politica non all’altezza per affrontare la situazione, con interessi locali e internazionali dominanti, il sistema della cooperazione di emergenza si trasforma in un ulteriore elemento di dipendenza dall’esterno, e un sicuro ostacolo in prospettiva ad uno sviluppo endogeno basato sulle forze vive locali. Persino nelle campagne, dove la vita per i poveri è comunque migliore che in città, e dove non vi sono state gravi conseguenze del terremoto, si subiscono le conseguenze di questi fattori: il riso haitiano è sfavorito sui mercati rispetto al riso importato dagli Usa, per una scellerata politica doganale già in vigore dagli anni Novanta che favorisce i grandi commercianti rispetto ai piccoli agricoltori;  gli aiuti di emergenza con sementi a volte di scarsa qualità distribuite senza criterio e gratuitamente scoraggiano una autonomia produttiva ed organizzativa dei contadini.

Cooperazione bottom-up
Per provare a fare cooperazione allo “sviluppo endogeno” ad Haiti, si deve sicuramente ascoltare gli haitiani, sostenere e accompagnare i loro progetti di vita e di società a livello locale,  ma occorre anche un grande sforzo di unione delle forze vive della società civile per esigere un governo che operi per il bene della popolazione e delle politiche coerenti nei vari ambiti.  Senza questo concorso tra società civile e politica difficilmente possono avere successo micro interventi locali rivolti al sostegno di gruppi di contadini o di donne dinamiche.
Haiti è quindi un paese-simbolo per la cooperazione internazionale, paese che dovrebbe finalmente percorrere le fasi di emergenza - ricostruzione - sviluppo. Un paese che deve implementare progetti e politiche di riduzione dei rischi e prevenzione dei disastri, ma che oggi si trova ancora immerso in un sistema di aiuti politicamente condizionanti che vengono riversati sul popolo haitiano inducendo mentalità da assistiti e che impediscono al paese uno sforzo endogeno di sviluppo sostenibile.

Strategia Cisv
L’ong Cisv, insieme al Mlal, si è concentrata nell’accompagnamento delle organizzazioni contadine nella zona risicola ed orticola dell’Artibonite, 120 km a nord di Port-au-Prince, e nella zona rurale del Municipio di Léogane, fortemente colpita dal terremoto.
Il primo passo è stato quello di incontrare i partner locali, ascoltato i loro racconti e individuando i loro reali bisogni. Questa fase di discussione e raccolta dati dalle organizzazioni, attaulemnte ancora in atto, è finalizzata all’elaborazione di proposte di progetto da presentare alla Caritas italiana e alla UE. Successivamente, nel corso della futura progettualità, si tesseranno relazioni con importanti movimenti ed associazioni della società civile come Cresfed, Papda, Kay Fanm, Groupe Médialternatif, promotori di azioni e politiche in favore  di un vero decentramento amministrativo nel paese, di una politica agricola e commerciale per il bene dei contadini haitiani, di un’assistenza alle donne vittime di violenza e del miglioramento della loro condizione e di un’informazione obiettiva sui fatti e sulle politiche.  
Nel marasma dell’«emergenza Haiti» basarsi sulle forze sociali locali, appoggiandole per aumentarne l’efficacia, è la strada più sensata per una speranza di futuro per gli haitiani. La cooperazione sostenibile ad Haiti passa per un ascolto delle persone e organizzazioni locali, nel tentativo di responsabilizzarle al massimo già nelle fasi di identificazione delle azioni possibili, senza avere fretta, dando il tempo necessario allo studio ed alla messa a punto delle proposte di progetto. Ma naturalmente questo non basterà a dare gambe e solidità ai progetti se non ci sarà quell’auspicato cambiamento in positivo del paese, della sua politica e dell’atteggiamento di spoliazione che le potenze internazionali sembrano continuare ad attuare, perpetuando lo sfruttamento coloniale che dette origine 2 secoli fa alla liberazione degli schiavi ed all’indipendenza di Haiti.

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Lavorare nella cooperazione internazionale, il nuovo percorso di formazione 2017

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Dal risk management nei Paesi a rischio, all’amministrazione di un progetto; dal Project Cycle management, all’approccio di genere fino alle…