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Ogni mese un approfondimento su temi caldi dell'ambiente, della politica estera e della cooperazione internazionale


Gaza: effetti

Mentre gli occhi del mondo erano puntati sul dramma di Gaza, sono avanzati in modo esponenziale i coloni in Cisgiordania. Nel silenzio, approfittando dell’assenza dei soldati di ronda e delle organizzazioni umanitarie. Come testimoniano le stesse associazioni israeliane.

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Dagli arresti arbitrari alla mancanza di assistenza legale, dal controllo dei libri presi in biblioteca a quello su internet, dalle espulsioni "facili" alle torture: a 60 anni dalla Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo la tradizione democratica dell'occidente rischia di venir sacrificata in nome della lotta al terrorismo. La denuncia di Amnesty International.

di Giulia M. Foresti


"Lo spirito illuminato che ha portato 60 anni fa alla stesura della Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo sembra dimenticato. Dopo l'11 settembre abbiamo assistito a una grave inversione di tendenza", così sostiene Paolo Pobbiati, presidente di Amnesty International Italia, in occasione dell'anniversario della firma della Dichiarazione, avvenuta a Parigi il 10 dicembre 1948. "Si è creata una sorta di "zona grigia del mondo" dove i diritti umani sono sacrificabili in nome di uno stato d'emergenza fomentato dall'esterno per instillare la paura nelle popolazioni civili. E c'è il pericolo che in questa zona grigia, dove i diritti umani non esistono, si formino quelli che saranno i futuri conflitti globali".

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Io viaggio lento

Nel solo 2007 gli italiani che hanno scelto un viaggio responsabile sono stati circa 50 mila, e secondo l’Unep, agenzia Onu per la tutela ambientale, a livello internazionale sta crescendo la sensibilità verso il turismo sostenibile: oggi quasi il 70% dei viaggiatori “classici” sa almeno di cosa si tratta. Costringendo i tour operator ad “aggiornarsi”.

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In meno di un anno il grano ha triplicato il suo prezzo, il riso è salito del 47%, il mais del 35%. Ma sul banco degli imputati non sta solo l’aumento del petrolio e dei consumi, come molti sostengono, piuttosto la diffusione dei biocarburanti, il dumping e le privatizzazioni. E soprattutto le speculazioni che trasformano il cibo in un prodotto finanziario.
Come denunciano ong e associazioni di produttori, che reclamano la tutela dei piccoli contadini e degli alimenti locali.
Di Silvia Pochettino

Manifestazioni in Bangladesh, dove il prezzo del riso è alle stelle; tensioni in Burkina Faso, con lo sciopero generale contro l’aumento dei prodotti alimentari; disordini ad Haiti, dove la folla affamata tenta di assalire il palazzo presidenziale e tre morti restano sul terreno; mentre in Egitto il popolo strappa i manifesti del presidente Mubarak, e le sommosse di piazza in Somalia sono represse nel sangue con cinque morti e innumerevoli feriti. Disordini anche in Camerun, Bolivia, Uzbekistan e Indonesia, con un’unica causa: il cibo.
Che da sempre un’ampia fetta della popolazione mondiale soffra la fame, in un mondo scandaloso dove 840 milioni di individui sono denutriti cronici e 5 milioni di bambini non arrivano ai 5 anni di età non è una novità; lo ripetiamo da anni, e di per sé il tema non si è mai guadagnato una riga sui grandi giornali. Che cosa allora è cambiato?

Il cibo c’è, i soldi no
«L’insicurezza alimentare si è spostata dalle zone rurali marginali alle città, colpendo per la prima volta anche le classi medie», sostiene Antonio Onorati, focal point per l’Italia dell’International Planning Committee (Ipc), una rete mondiale di organizzazioni della società civile e movimenti sociali per la sovranità alimentare. «Non è un problema di carenza di cibo, ma di soldi per comperarlo. Questo apre scenari inquietanti anche per le istituzioni internazionali, che tremano di fronte alla possibilità che le sommosse per il pane trasformino le megalopoli dei paesi in via di sviluppo in giganteschi agglomerati in rivolta».
Dalla metà del 2007, la crescita dei prezzi degli alimenti di base è stata inesorabile: il grano ha visto salire il suo prezzo del 130%, mentre nell’ultimo trimestre del 2008 il riso è salito del 47% e il mais del 35%. Si tratta di un fenomeno globale: dall’Europa agli Stati Uniti, da occidente a oriente, da Nord a Sud, ma è evidente che in contesti dove il 70% delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà, la situazione è devastante.
Primi imputati della crisi alimentare globale «i prezzi crescenti dell’energia, la mancanza di investimenti in agricoltura, la crescita della domanda, i sussidi che distorcono la concorrenza e gli effetti del riscaldamento globale…», come sostiene Ban Ki-moon, segretario generale dell’Onu, nella riunione del Chief executives board delle Nazioni Unite, convocata d’urgenza ad aprile per far fronte alla crisi. Ma le cose sono ben più complesse.

Alimenti o carburanti?
«Oggi si pagano le conseguenze di un sistema che abbiamo impostato da anni», sostiene Sergio Marelli, direttore generale Focsiv, «dove la produzione di cibo non viene determinata dalle necessità alimentari dei singoli paesi, ma dalle Borse finanziarie, dall’esigenza di difendere categorie protette, dalla tutela dei mercati occidentali a scapito dei mercati del Sud del mondo; un’agricoltura che segue le logiche della produzione industriale piuttosto che quelle dell’autosufficienza alimentare».
Già a fine aprile il sociologo svizzero Jean Ziegler, autore di rinomati pamphlet contro i mali della globalizzazione come il recente “L'impero della vergogna”, ha rimesso il suo mandato di inviato speciale dell’Onu per la crisi alimentare mondiale denunciando quelli che non esita a definire «crimini contro l'umanità», cioè gli incentivi pubblici ai biocarburanti e la speculazione finanziaria che amplifica i rialzi dei prezzi alimentari.
Che la produzione di carburanti da materie prime come la soia o il mais sia entrata in diretta competizione con la produzione alimentare è ormai evidente in molti paesi: per rispettare l'obiettivo di coprire entro il 2020 il 10% del fabbisogno europeo di benzina con il bioetanolo, l'Unione europea sarà costretta a produrre questi carburanti in Africa, sottraendo terre alle produzioni locali e aumentando i problemi di alimentazione di quei paesi. Quando gli Stati Uniti, grazie a 6 miliardi di dollari di sovvenzioni pubbliche, hanno finanziato una politica a favore dei biocarburanti che ha tolto dal mercato 138 milioni di tonnellate di mais, si sono gettate le basi della crisi attuale. Oggi la domanda di mais per la produzione di etanolo rappresenta quasi il 10% del consumo mondiale, e ciò causa un ulteriore aumento dei prezzi.

Se la soia va in Borsa
Ma, secondo Antonio Onorati, ancora più determinante è la speculazione finanziaria. «Il processo è iniziato già dal 2004», sostiene. «Quando i prodotti agricoli hanno smesso di essere tali e sono diventati prodotti finanziari. La loro richiesta si è sganciata dalla domanda e offerta reale per legarsi alla capacità di investimento». Dice Ziegler: «Con la crisi delle Borse, gli investitori si sono riversati sui mercati delle materie prime agricole, che sono molto meno regolamentati rispetto a quelli azionari. Alla Borsa di Chicago si può comprare un contratto future su tutta la raccolta di soia in Brasile, versando solo il 5% del valore del contratto».
Come recita la definizione, i famigerati futures sono “contratti a termine standardizzati per poter essere negoziati facilmente in Borsa”. In pratica «si possono acquistare e vendere le derrate alimentari prima che siano prodotte, facendone variare il valore senza spostare realmente un solo chicco di grano ma scommettendo sul rialzo e quindi provocando il rialzo stesso», spiega Onorati. Giochi di speculazione, appunto, ma applicati a un bisogno primario come il cibo.
Tuttavia la quota di produzione agricola che si scambia sul mercato globale non supera il 10% del totale, possibile che sia così determinante? Per Onorati assolutamente sì: «Il mercato è estremamente concentrato; Cargill e Continental controllano più della metà degli scambi internazionali di cereali. I capitali speculativi, poi, sono enormemente mobili. E’ molto facile mantenere un meccanismo di dominio complessivo».
E questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che gli stessi strumenti finanziari si stanno spostando anche sulla proprietà delle terre agricole e sui diritti di coltivazione. «Non parliamo più dei classici latifondisti, ma di speculatori che comprano le terre per poi rivenderle, senza neppure coltivarle».

Privatizzazioni che affamano
Più in generale, secondo Via Campesina, la più grande organizzazione contadina mondiale, che raggruppa diversi milioni di coltivatori in 60 paesi della Terra, sono le forti politiche di privatizzazione del comparto agro-alimentare a determinare la crisi attuale: “Negli ultimi 20 anni la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale (Fmi) hanno forzato i paesi a diminuire la produzione per il consumo interno a vantaggio della produzione per le compagnie transnazionali”, si legge nel documento presentato a maggio. «Nel 1992 i contadini indonesiani producevano sufficiente soia per soddisfare interamente la domanda interna. Seguendo la dottrina neoliberista, il paese ha aperto le frontiere alle importazioni, permettendo alla soia statunitense a basso prezzo di inondare il mercato. Oggi il 60% della soia che si consuma in Indonesia è importata. E nelle ultime settimane il prezzo è raddoppiato».
Situazione simile per quel che riguarda i fondi di riserva gestiti dallo Stato: «Sono stati considerati troppo costosi e l’Fmi ha chiesto di privatizzarli. Bulog, la compagnia statale indonesiana che era stata fondata per regolare le riserve dei cereali, è stata privatizzata nel ‘98. Proprio durante l’impennata del prezzo della soia nel gennaio 2008, la compagnia Cargill Indonesia conservava oltre 13 mila tonnellate di soia nei suoi magazzini di Surabaya, aspettando che i prezzi toccassero il record».

Riforma agraria cercasi
Insomma i fattori della crisi sono molti e intrecciati tra loro. Come la cattiva gestione delle élite locali nei paesi in via di sviluppo, che si arricchiscono a spese della popolazione. In Egitto sono stati 15 mila gli arresti per il contrabbando di prodotti alimentari. Ma anche l’aumento della domanda del consumo di carne ha il suo peso: nutrire 60 miliardi di animali ogni anno corrisponde a produrre tanti cereali quanti basterebbero a sfamare 4 miliardi di persone. Ma tutto ciò accade mentre, secondo i dati Fao, c’è sufficiente cibo per tutti. Anzi, il mondo potrebbe alimentare fino a 12 miliardi di persone. «Spiegare la crisi alimentare come effetto di una scarsità di cibo è estremamente pericoloso» sostiene Marelli «perché tra le possibili soluzioni ci sarà l’introduzione degli ogm che avrebbero ricadute economiche e sociali devastanti per i paesi poveri. Altrettanto pericoloso è affrontare il problema con gli aiuti alimentari che andando a sostituirsi permanentemente alle produzioni locali rischiano di provocare il dumping umanitario». Come uscire allora dal tunnel? Onorati ha alcune idee chiare: «Moratoria totale sugli agro-carburanti e divieto di strumenti finanziari speculativi per i prodotti alimentari». Su questo India e Belgio hanno in discussione una legge per vietare i futures sui prodotti agricoli. «Poi barriere tariffarie per proteggere dal dumping esterno e dalla fuga di produzioni nazionali verso l’estero».
Più in generale sia l’Ipc sia Via Campesina puntano sul concetto di sovranità alimentare, ovvero il diritto delle popolazioni ad alimenti sani, prodotti con metodi ecologicamente sostenibili, e il diritto dei governi a definire le proprie politiche agricole senza pregiudicare le agricolture degli altri paesi. «E’ urgente ripensare globalmente il modello di produzione», dice Onorati. «Sviluppare, promuovere e proteggere le produzioni locali», aggiunge Henry Saraghi, coordinatore generale di Via Campesina e leader del sindacato contadino indonesiano (Spi), «è arrivato il momento di attuare un’autentica riforma agraria per permettere ai piccoli contadini di sfamare il mondo».

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La giusta pelle

Extra clair, Movate, Skin light, Mekako… sono alcuni tra gli schiarenti della pelle più diffusi in Africa. In Europa la loro vendita è fuori legge, perché contengono sostanze gravemente tossiche e cancerogene, come il mercurio. Ma di fatto si possono comperare in qualunque negozio etnico, a cominciare proprio dall’Italia. Che, oltretutto, li produce.
L’inchiesta di VpS, da Milano all’Africa e ritorno.
Di Elisa Gallo e Simona Tratzi

Parla nella lingua madre con un connazionale, appoggiato al bancone della sua boutique africana nella periferia torinese. A. (preferiamo non scrivere il suo nome per salvaguardare lui e la sua attività) ha circa 40 anni e vive in Italia da 20. Alle spalle del bancone, un’ampia parete ospita creme, saponi, lozioni per il corpo e i capelli per ogni gusto. «Qui in città la maggior parte delle donne africane usa questi prodotti e tutti i negozi ne sono forniti. Sono molto richiesti» dice il negoziante. Su un ripiano la confezione quadrata, con la scritta verde, del sapone Mekako. Sul fronte la scritta in francese “sapone antisettico” e in basso “2% di ioduro di mercurio”. La nostra prima reazione è domandare se sa che il mercurio è una sostanza tossica, ma lui fa spallucce e risponde che «anche fumare fa male».
Sono presentati come prodotti di igiene e prevenzione di patologie cutanee disinfettanti

Prodotti vietati
I prodotti schiarenti sono venduti grazie a pubblicità accattivanti, con immagini di affascinanti donne meticcie. Sono riconoscibili dall’odore, che è molto forte a causa del mercurio e delle sostanze disinfettanti in essi contenuti. Si chiamano: Extra clair, Movate, Clarà fashion, Skin success cream, Creme lumiere, Body clear cream, Skin light… basta navigare per pochi minuti in internet e si scoprono decine di prodotti diversi.
Alcuni sono esplicitamente eclairissant, sbiancanti, altri invece sono antisettici e contro le infezioni cutanee.
«Ufficialmente il sapone al mercurio viene esaltato per suoi poteri germicidi - spiega il dott. Morrone, primario del reparto di dermatologia dell’Istituto San Gallicano di Roma - identificando l'antisepsi con la pulizia, senza precisare che la flora batterica normalmente presente sulla nostra pelle non deve essere eliminata perché ha un ruolo protettivo contro i funghi e la flora patogena». Il sapone antisettico distrugge le barriere naturali e insieme i melanociti, i pigmenti che colorano la pelle e proteggono contro i raggi ultravioletti (Uv) del sole, quindi contro i tumori della pelle e la leucemia.
Oltre al mercurio, altre sostanze dannose contenute in questi prodotti sono i corticoidi (della famiglia del cortisone, nda) e l’idrochinone, che interferisce sulla produzione della melanina e dona quindi il famoso effetto schiarente. Ma la base dell’idrochinone è una dermotossica al punto che in Europa dal 2000 è stata vietata la produzione di cosmetici che lo contengono. Gli effetti collaterali sono allarmanti. L’utilizzo quotidiano fa diventare la pelle atrofica, simile a quella dei malati di lebbra, e può causare problemi ai sistemi nervoso e renale. E non solo. Le pomate ai corticoidi, vendute come antinfiammatorie (perché a base di cortisone), se utilizzate quotidianamente causano alterazioni metaboliche e ormonali come diabete, ipertensione, obesità, alterazione dell'immunità cellulare, sterilità.

Da Milano all’Africa…
Retaggio coloniale, ricerca dell’approvazione da parte della società, schiavitù di un sistema economico che avvantaggia i meticci o puro ideale estetico e libertà di disporre del proprio corpo: impossibile generalizzare sui motivi sociologici e psicologici alla base della convinzione che la pelle nera debba essere “candeggiata”.
Sta di fatto che questi prodotti continuano a circolare alla grande malgrado i divieti, a cominciare dall’Italia, dove soprattutto in Lombardia ci sono industrie che producono lozioni solo per clienti africani e afroamericani. E’ il caso dell’Aquimpex spa di Monza e dell’Esapharma srl di Melzo (Mi), che producono il sapone Mekako e il Movate cream a pochi chilometri da Milano, ma vendono rigorosamente all’estero.
«Il Mekako - spiega il gestore di un negozio etnico - è molto richiesto, ma ora è difficile accontentare i clienti perché è difficile farlo arrivare in Italia. Credo che sia prodotto negli Usa, poi mandato in Gran Bretagna e da lì non può essere venduto in Italia, per questioni di leggi». Secondo un altro gestore, «questi prodotti arrivano dal Sudafrica».
Invece si parte semplicemente da Milano. Per capire le tappe della filiera dei prodotti abbiamo contattato l’Aquimpex spa di Monza, che oltre al Mekako produce altri quattro trade mark di prodotti cosmetici.

..e ritorno

«Esportiamo il Mekako in tutto il mondo - spiega il responsabile commerciale dell’azienda - Il nostro consumatore è il cliente etnico, africano e afroamericano. Ma i nostri prodotti non contengono né idrochinone né mercurio. Da circa 10 anni abbiamo sostituito l’idrochinone con sostanze naturali che non vanno a schiarire la pelle, ma a uniformare il colore».
Ma intanto i saponi Mekako si trovano anche a Torino. Perché? «Siamo in questo settore da 25 anni e il nostro trade mark viene copiato in tutto il mondo. E proprio per sottolineare la differenza con la linea blu e verde, quella chiamata Mekako rond, che contiene mercurio nei saponi e idrochinone nelle creme, abbiamo introdotto la linea rosa, che come è spiegato anche sul sito non contiene idrochinone. Sul Mekako rond non si trova la scritta della nostra azienda».
E l’etica nel sostenere una pratica dannosa per la salute? «Noi non promuoviamo il diventare bianco. Negli Usa è da 70 anni che chi ha la pelle nera si spalma lozioni per schiarirsi, c’è chi addirittura usa la candeggina. Per loro il colore più chiaro è un vantaggio sociale. Chi si rivolge a noi sa che non si troverà con la pelle alla Michael Jackson (che si mantiene “bianco” proprio con l’idrochinone, nda), ma potrà ridurre gli inestetismi cutanei».
Gli altri prodotti diffusissimi, miscelati con latte di bellezza, sono le creme al clobetasolo allo 0,5% che dovrebbero essere vendute dietro ricetta medica. Ma ciò non succede.

Farmaci come cosmetici

Un esempio è la crema Movate che si trova facilmente negli afro e asian shop delle città italiane. Si tratta di una crema per impiego topico, la cui indicazione d’uso, scritta in inglese e francese, è per dermatosi, eczemi, acnee, infiammazioni cutanee.
Nel 2006 viene sospesa all’Esapharma l’autorizzazione a produrre farmaci, che - come precisa il responsabile alla produzione dell’azienda - «era per questioni legate alla documentazione». E in riferimento al loro utilizzo improprio come “sbiancanti” e alla commercializzazione in Europa dei prodotti Movate, il portavoce dell’azienda dice: «A noi non risulta che i nostri prodotti siano utilizzati con altri scopi. Esiste un’indicazione d’uso precisa nella confezione: per patologie cutanee. Ovunque ci sono persone che usano farmaci per altri scopi. Noi non possiamo influire sulle scelte individuali. Mi sembra strano che si trovi la crema Movate in Italia, perché commerciamo per il mercato extra Cee. Se arriva in Italia è colpa del contrabbando. Non è nostra responsabilità».
Intanto però le creme al clobetasolo, prodotte anche tra il 2006 e il 2007, noi le abbiamo acquistate senza allontanarci da casa, complici una carenza di controllo sulle importazioni e le aziende produttrici che alimentano, consapevolmente o meno, l’uso improprio di questi prodotti.

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Business malaria

Zanzariere impregnate di insetticida. Questa la strategia lanciata da Unicef e Oms contro la malaria. Con la distribuzione, a oggi, di 63 milioni di zanzariere. Ma i piretici utilizzati nei trattamenti risultano dannosi per le donne e i bambini che dovrebbero proteggere, mentre i costi (enormi) vanno a rimpinguare le casse delle ditte produttrici. La nostra inchiesta su luci e ombre di un progetto discusso.
Di Carolina Bonelli

Oltre 2 milioni di persone muoiono ogni anno per malaria, soprattutto bambini sotto i 5 anni e donne incinte; 3 miliardi sono esposti al rischio di infezione in oltre 100 paesi in cui la malattia è endemica. Una tragedia sanitaria, la cui soluzione informa ben tre Obiettivi del Millennio individuati dall’Onu. Si potrebbe presumere che le case farmaceutiche dedichino alla ricerca sulla malaria una larga parte delle proprie energie economiche, per unirsi agli sforzi degli organismi internazionali. E invece meno dell’1% dei fondi per ricerca e sviluppo è destinato a questo settore. «La malaria è una malattia dei poveri - afferma Donata Lodi, direttore delle relazioni esterne del Comitato italiano per l’Unicef - e quindi ci si investe poco sopra. Sono le grandi fondazioni di magnati multimiliardari, come la Fondazione Gates e Rockfeller, a permettere un circolo virtuoso di investimenti».

Rimedio tossico
La Fondazione Gates è infatti uno dei principali polmoni della partnership internazionale Roll back malaria, che dal ‘98 sostiene un approccio coordinato a livello globale per sconfiggere la malattia, su iniziativa dell’Unicef, dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), del Programma delle Nazioni Unite sullo sviluppo (Undp) e della Banca mondiale (Bm). Una partnership che include anche i governi dei paesi minacciati, ong come Amref, la Croce rossa (ma anche il club Rotari contro la malaria), aziende private come Basf, Bayer, Exxon Mobil, Sanofi - Aventis, Novartis, Eni e Sumitomo chemical, enti accademici e di ricerca. La strategia che domina questa partnership, però, non è centrata sullo sviluppo del vaccino (vedi box) o di altre cure mediche, ma consiste nella fornitura a tappeto di zanzariere impregnate di insetticidi (itn, insecticide-treated nets) nei paesi più colpiti. In 76 pagine di dati e tabelle il rapporto Malaria & children 2007 dell’Unicef tesse le lodi di questa iniziativa, ma curiosamente non riporta alcun dato sulla diminuzione dei casi di malaria, bensì solo sull’aumento della distribuzione delle zanzariere (neanche sul loro utilizzo). Andando a fondo su quali siano gli insetticidi che la Sumitomo chemical e le altre aziende produttrici utilizzano nella fabbricazione delle zanzariere, scopriamo che si tratta di deltametrina e permetrina, piretroidi che «possono avere gravi danni collaterali su bambini e donne incinte», come dichiara la dott.ssa Maria Enrica Fracasso, segretario della Società italiana di tossicologia. Qualcosa non torna.

Una strategia ambigua
Le itn sono considerate dall’Oms la strategia più economica ed efficace per sradicare la malaria dalle aree in cui è endemica. Infatti, se utilizzate correttamente e appese come un baldacchino intorno al letto, consentirebbero l’eliminazione dei vettori della malattia, le zanzare, e la protezione delle persone nelle ore notturne. Tuttavia, da ricerche effettuate da esperti francesi e burkinabè nell’area risicola di Kou, vicino a Bobo Dioulasso in Burkina Faso, emerge che alcuni tipi di zanzare anofele, la gambiae soprattutto, grazie a una mutazione genetica sono diventate resistenti ai piretroidi. Inoltre «le zanzariere da letto richiedono condizioni ambientali spesso assenti in Africa: abitazioni in cui sia possibile appenderle o sostenerle in qualche modo, letti attorno ai quali rimboccarle, spazi per riporle di giorno così da evitarne la lacerazione» che riduce molto il loro potere protettivo, come sostiene Anna Bono, giornalista esperta sul tema. In ogni caso, i progressi tecnologici raggiunti dai produttori hanno permesso di lanciare sul mercato nuove zanzariere più resistenti, che manterrebbero intatto il loro potere repellente addirittura per 2 anni, tramite un meccanismo che permette il lento rilascio del piretroide contenuto nella fibra (le Lln, long lasting nets). Tale prodotto impone ovviamente una concentrazione di insetticida maggiore rispetto alle normali zanzariere trattate, fino a 1000 mg/m2 di permetrina e 50 mg/m2 di deltametrina. Questi piretroidi, però, se inalati eccessivamente, possono portare violente convulsioni e danni cerebrali permanenti, in casi estremi anche la morte, come conferma la Società italiana di tossicologia, pur sottolineandone la scarsa tossicità generica, con utilizzo ottimale. «Permetrina e deltametrina sono tossiche soprattutto per i bambini e i soggetti deboli, come le donne incinte; ritengo che il quotidiano contatto diretto o per inalazione sia piuttosto deleterio», dichiara il dottor Stante, specialista dermatologo presso la Clinica universitaria di Firenze. La normativa Ue recita così riguardo questi insetticidi: “Nocivi: pericolo di gravi danni per la salute in caso di prolungata esposizione per inalazione”. Ovviamente se usate con cautela e in condizioni ottimali le zanzariere trattate non hanno effetti collaterali, ma queste sono eventualità da considerare. Inoltre gli insetticidi, come il Ddt a suo tempo, sono stati sconsigliati nei prodotti fitosanitari e per l’uso in agricoltura, per le conseguenze dannose e irreversibili sugli ecosistemi (addirittura vietati in Italia con un decreto del 13 marzo 2007). Nello specifico la normativa Ue recita: “Pericolosi per l’ambiente. Altamente tossici per gli organismi acquatici, possono provocare danni a lungo termine. Non disperdere nell’ambiente. Questi materiali e i loro contenitori devono essere smaltiti come rifiuti pericolosi”. Davanti a queste obiezioni sulla tossicità e la pericolosità per bambini e ambiente, Donata Lodi cerca di sviare: «È una questione di priorità, sconfiggere la malaria è la nostra priorità. Fosse per me, si dovrebbe tornare al Ddt, anche se preoccupa molti. In fondo in Sardegna, dove era endemica, la malaria è stata sradicata solo grazie al Ddt!».

Business is business

Il direttore Unicef per l’Africa meridionale e orientale, Per Engebak, a margine di un incontro tenutosi nel 2004 a Johannesburg tra organismi impegnati nella lotta alla malaria e rappresentanti del settore privato, sosteneva: «Un certo aumento della produzione di zanzariere trattate ci aiuterà a salvare milioni di vite umane e in più permetterà al settore privato di fare buoni affari». L’Unicef è di fatto il principale cliente al mondo del mercato di zanzariere, avendo, secondo il rapporto, triplicato tra il 2004 e il 2006 il numero di zanzariere comprate e distribuite, passando da 7 milioni nel 2004 a 25 milioni nel 2006. «Le zanzariere trattate hanno un costo contenuto che si aggira intorno ai 3 dollari, 5 contando anche la distribuzione e la formazione del personale locale sul loro utilizzo» dice Lodi. Il 60% del valore complessivo del progetto, 125 milioni di dollari, è destinato all’acquisto delle zanzariere. Ma per raggiungere l’obiettivo dell’80% di copertura degli esposti al rischio malaria, servirebbero 264 milioni di zanzariere - sempre secondo il rapporto - cioè 1 miliardo e 320 milioni di dollari. Cifre da capogiro. Tra l’altro, dopo due anni le zanzariere non hanno più potere insetticida, e vanno sostituite o re-impregnate. Alla richiesta di chiarimenti sulla sostenibilità economica di tale strategia, Donata Lodi dice: «Le zanzariere sono comunque più economiche dei farmaci antimalarici e uccidono i vettori, mentre l’artemisina (nuova frontiera della ricerca medica, vedi VpS aprile 2007, nda) non permette di uccidere i plasmodi». Lodi inoltre dichiara che si intende abbassare i costi di produzione de-localizzando in Tanzania e Kenya parte del processo di fabbricazione, in particolare l’impregnamento delle zanzariere, la fase più rischiosa del processo. Il rapporto Malaria & children mostra come la produzione di zanzariere sia duplicata a partire dal 2004, passando da 30 a 63 milioni. Non è indifferente a questo la Sumitomo chemical, che nel suo rapporto per il 2007 afferma: «La compagnia sta cercando di incontrare le necessità del mercato attraverso il lancio di nuovi prodotti attraenti, nuovi insetticidi, che portino con sé la promessa di fare ottimi affari in tutto il mondo». In effetti questo settore della Sumitomo ha avuto una crescita del 40% nel solo 2007, contribuendo per 23,3 miliardi di yen (circa 210 milioni di dollari) all’utile dell’azienda.

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Caporali del XXI secolo

Lavorano con contratti da 21 euro l’ora, ma ne guadagnano solo 3. Gli altri restano in mano “all’intermediario” italiano. Succede a moltissimi lavoratori stranieri nei cantieri della Tav, tra Milano e Torino. Ma nessuno denuncia per paura di perdere il posto. E adesso, grazie a una recente interpretazione del Testo unico sull’immigrazione, si fanno arrivare direttamente gli operai dalla Moldavia. Lavoro italiano, paga moldava. Tutto legale.

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Corsi e webinar di Ong 2.0

Lavorare nella cooperazione internazionale, il nuovo percorso di formazione 2017

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Dal risk management nei Paesi a rischio, all’amministrazione di un progetto; dal Project Cycle management, all’approccio di genere fino alle…