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Ultim'ora dall'Italia e dal mondo


Abbattere i pregiudizi a scuola

"Un muro scatena la curiosità dei bambini che si trovano da un lato e dall'altro: vogliono vedere cosa c'è dall'altra parte. Entrambi trovano nell'altro uno straniero e sono felici di scambiarsi doni. Ognuno uscirà dall'incontro arricchito di emozioni nuove, di gioia, di voglia di amicizia."

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700 volontari e 50 anni di attività: buon compleanno LVIA!

La storica associazione di solidarietà e cooperazione internazionale affonda le proprie radici a Cuneo dove nel 1966, 50 anni fa, don Aldo Benevelli catalizzò il primo nucleo di giovani volontari.

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Perché No alla guerra in Libia e alcune proposte costruttive

Perché un intervento militare in Libia non ha senso e che cosa invece si dovrebbe fare? Le ragioni spiegate in modo chiaro nell'appello lanciato oggi da Movimenti non violenti e Ong in vista del sit-in davanti a Montecitorio questo pomeriggio alle 15,30, in occasione dell'informativa alla Camera del Ministro Gentiloni sulla Libia.

Noi rappresentanti di movimenti, associazioni e gruppi del mondo della pace e della nonviolenza siamo preoccupati delle pressioni esercitate sul nostro governo perché assuma un ruolo guida nell’intervento militare in Libia a fianco di altre potenze occidentali. Il Presidente del Consiglio ha detto che “non è in programma una missione militare italiana in Libia”. Ne prendiamo atto. Ma i problemi restano: - il contrasto all’espansione del terrorismo del sedicente Stato islamico;  - una minaccia alla sicurezza del nostro paese; - la stabilizzazione della nazione nordafricana. La guerra non è il mezzo adeguato per sconfiggere il terrorismo né tantomeno per portare stabilità alla Libia. Basterebbe guardare alla storia di questi ultimi anni per capire che gli interventi militari non hanno risolto i problemi, li hanno invece aggravati. 

A partire dalla dissennata guerra lanciata dalla Nato nel 2011 contro il regime di Gheddafi che avrebbe dovuto inaugurare un’era nuova di pace e democrazia. Invece la Libia è precipitata nel caos e nella guerra intestina. Non solo. Quella guerra ha posto le basi per altri conflitti. È ormai risaputo e documentato che il saccheggio di vasti arsenali di armi del colonnello durante l’operazione della Nato ha alimentato la guerra civile in Siria, rafforzato gruppi terroristici e criminali dalla Nigeria al Sinai e destabilizzato il Mali

Di fatto nessuno dei conflitti iniziati dal 1991 ad oggi – Iraq, Somalia, Balcani, Afghanistan, Siria – ha risolto i problemi sul campo, anzi sono tragicamente aggravati. Il fallimento di tali operazioni è sotto gli occhi di tutti: milioni di profughi abbandonati al loro destino che fuggono a causa delle nefaste conseguenze delle recenti guerre.

Oggi poi, un eventuale secondo intervento armato in Libia avrebbe gravi ripercussioni anche sulla vicina Tunisia che teme il debordare della crisi libica oltre i suoi confini, mettendo a repentaglio il suo fragile equilibrio politico e il faticoso cammino verso la democrazia avviato in questi ultimi anni.

Inutile e ovvio dire che saranno i civili a pagare il prezzo più alto di imprese militari, anche nel caso di attacchi effettuati dai droni. Per quanto si voglia far credere che la precisione di tale aerei telecomandati non causerà vittime tra la popolazione, i fatti dimostrano l’esatto contrario. Indagini condotte su una lunga serie di attacchi hanno messo in evidenza che per un terrorista colpito i droni uccidono altre trenta persone circa, tra cui donne e bambini. 

Se un intervento armato di polizia internazionale in Libia ci dovrà essere, sarà da considerarsi come estrema ratio, fatta nell’ambito delle Nazioni Unite e in seguito alla esplicita richiesta del governo unitario libico. Senza la quale – ammoniscono le autorità del governo di Tripoli – “qualsiasi tipo di operazione militare si trasformerebbe da legittima battaglia contro il terrorismo a palese violazione della nostra sovranità nazionale”. 

Va aggiunto che la lotta al terrorismo dello Stato Islamico non potrà mai essere vinta con un dispiegamento di forze militari. Anche la macchina bellica più potente è inefficace di fronte al fanatismo e alla capacità di mimetizzarsi dei terroristi in grado di colpire ovunque nel mondo cittadini inermi con attentati sanguinari. La nostra penisola è in una posizione particolarmente vulnerabile perché è la più esposta per la sua vicinanza geografica alle coste libiche.   

Per i motivi esplicitati qui sopra, ci rivolgiamo al governo italiano perché assuma un ruolo guida per indicare alla comunità internazionale la ricerca paziente e perseverante di una soluzione politica alla grave crisi libica.    

A tale scopo proponiamo con urgenza che l’Italia si impegni:

  • a ricostruire l’assetto statuale della Libia, sostenendo con la diplomazia e la politica l’iniziativa per un accordo tra le controparti e la formazione di un governo unitario tra i governi di Tobruk e di Tripoli;
  • a coinvolgere gli stati membri della Lega araba e dell’Unione africana anche al fine di bloccare i finanziamenti ai movimenti terroristici islamici che provengono da Arabia saudita e Qatar, dal commercio di petrolio e di droga;
  • a valorizzare la partecipazione della società civile della Libia nel processo di ricostruzione della loro nazione;
  • a garantire da parte dell’Europa l’apertura delle frontiere per accogliere e assistere i profughi, mettendo in campo in campo un’operazione di salvataggio in mare.   

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Etiopia: acqua per le nuove generazioni

Tagliato il nastro del nuovo impianto idrico di Agaro Bushi in Etiopia, realizzato da CVM in collaborazione con Saed Etiopia e la diocesi della zona.

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Tutte le forme di Yacha Wasi, la sorella andina dell'ong CoPE

Partendo dalla esperienza di Servizio Civile di Elisa Licciardi, scopriamo qualcosa di più del Perù, di Lima e dell'Associazione Yacha Wasi, che ogni giorno diffonde raggi di speranza in un territorio sempre più inquinato.

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Senegal, nel silenzio di Beude

Un posto dove la terra si spacca tanto è secca; dove di acqua non se ne spreca mai, nemmeno una goccia; dove il campo da coltivare è un luogo sacro. È questo il Senegal visto con gli occhi di Donatella Penati

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Lavoratrici domestiche, bambine senza diritti

Le bambine domestiche sono oltre 11 milioni al mondo, non percepiscono stipendio e lavorano anche fino a 20 ore al giorno. Un esercito invisibile, in alcuni paesi ancora molto diffuso, come in Tanzania, dove si trovano Glory e Salomé, che una volontaria del CVM ha incontrato 

di Luisanna Ramirez, da Bagamoyo, Tanzania*

Glory ha undici anni e ormai da un anno è una lavoratrice domestica. Vive nella casa del suo datore, e abita con la sua famiglia, composta da moglie e due figli.

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Erasmus+: come valorizzare le competenze acquisite nel volontariato

Non si vive di solo lavoro, si diceva una volta. Lo dimostrano la quantità di competenze che ogni giorno vengono acquisite da giovani e meno giovani durante attività di volontariato. È (anche) per questo motivo che l'ong C.O.P.E ha deciso di partecipare al progetto Erasmus+ Destination & Validation, per la valorizzazione delle competenze. 

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Clear Cyber Bullying: il progetto contro il bullismo in rete

Clear Cyber Bullying è il progetto Erasmus+ che ha l’obiettivo di monitorare e contrastare il fenomeno del bullismo in rete, promuovendo nei giovani un uso consapevole delle tecnologie e dei social network.

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Vivere nei sobborghi di Montevideo: i primi mesi al Centro “Don Bosco” alla Tablada

Percorsi educativi, corsi formativi e promozione dei diritti umani: su questo lavorano Claudia e Nicola, volontari del Servizio Civile con Amici dei Popoli a Montevideo. Ma di cosa si occupano nel concreto? 

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Facilitazione linguistica e culturale: uno strumento efficace per la coesione sociale

Un progetto di facilitazione linguistica può essere la chiave per una maggiore integrazione all'intero di un determinato territorio? Secondo Amici dei Popoli sì, ecco come.

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COP21 - Un segnale per il futuro del Pianeta, ma resta molto da fare

Il testo dell’accordo universale sul cambiamento climatico è stato adottato.  La mobilitazione di massa ha costretto i politici a fare riferimento all’obiettivo di limitare l’innalzamento della temperatura agli 1,5 gradi centigradi, a menzionare il concetto di giustizia climatica e a dare un segnale all’industria dei carburanti fossili che il suo tempo è finito. Ma basta? La posizione di Focsiv, CIDSE e Caritas Internationalis

 

CIDSE con FOCSIV e Caritas Internationalis sono state presenti insieme a Parigi alle negoziazioni di COP 21, durante tutto il periodo del suo svolgimento. Per le organizzazioni cattoliche, che si sono impegnate fortemente per la definizione di un accordo giusto ed equo a favore delle popolazioni più povere, l’obiettivo degli 1,5 gradi sottoscritto sarà utile per raggiungere la giustizia climatica, purché tutti i paesi rispetteranno gli impegni presi. Se i tagli alle emissioni saranno credibili scientificamente e attuati entro il 2050, se si realizzerà un meccanismo capace di monitorare in modo trasparente il progresso e i successivi allargamenti degli impegni dei diversi paesi, se saranno resi disponibili finanziamenti rilevanti e prevedibili, soprattutto da parte di quegli stati che hanno la responsabilità storica del cambiamento climatico e che hanno una maggiore capacità economica, allora tutti potranno contribuire in misura diversa alla riduzione delle emissioni avvicinandole allo zero nei prossimi decenni.

“Abbiamo sperato nel coraggio e nella creatività dei leader politici nell’affrontare le questioni del cambiamento climatico, tuttavia l’accordo non ha l’ambizione che avremmo desiderato e non offre soluzioni adeguate all’urgenza dei problemi di cui soffrono le popolazioni più povere e vulnerabili sul Pianeta. – ha affermato Michel Roy, Segretario generale di Caritas Internationalis – Sebbene sia stato fatto cenno alla connessione tra cambiamento climatico, sradicamento della povertà e accesso equo allo sviluppo sostenibile, è insufficiente il riferimento ai diritti umani, che non appaiono essere al centro dell’accordo, mentre dobbiamo agire affinché prevalga il bene comune rispetto agli interessi particolari.”

 

In merito alla questione inerente la finanza messa a disposizione del clima, mentre è rassicurante leggere che i paesi più ricchi si faranno carico di impegnare 100 miliardi di dollari all’anno per il fondo verde, tuttavia non si trova alcuna indicazione su come pensano di raccogliere i soldi di questo fondo. Vi è la necessità che i governi assicurino in modo inequivocabile i finanziamenti per i paesi più poveri, ciò non è mai accaduto, né vi è alcuna garanzia che tali risorse economiche saranno trovate. Rifacendosi a quanto sostenuto da Papa Francesco, i paesi che sono gli artefici in maggiore misura della crisi climatica devono pagare il loro debito ecologico alle nazioni meno responsabili.

Un’altra preoccupazione riguarda i diritti umani, ai quali c’è solo un accenno nell’accordo e non hanno un ruolo preminente, come auspicato, negli impegni sottoscritti. Vi è il serio pericolo che le misure adottate contro il cambiamento climatico abbiano un effetto negativo sui diritti umani delle popolazioni più povere. Altra questione è la sicurezza alimentare, per la quale l’accordo è assolutamente insufficiente, non vengono considerati i bisogni dei piccoli contadini di fronte al cambiamento climatico. Non ci sono impegni sul diritto alla terra degli agricoltori né tanto meno sono prese in considerazione le loro necessità nel doversi adattare ai cambiamenti climatici.

“Ispirati dalle parole di Papa Francesco, insieme alle centinaia di migliaia di persone da tutto il mondo, chiediamo ai governi di considerare la dimensione morale delle loro decisioni politiche rispetto al cambiamento climatico ed a porre le comunità più povere, che stanno soffrendo di più degli impatti del cambiamento climatico, al centro dei loro sforzi – ha sottolineato Heinz Hödl, Presidente di CIDSE  – La cura della nostra casa comune richiede a tutti di far fronte alla crisi sociale ed ambientale.”

Dopo anni di discussioni e controversie, per la prima volta, la questione delle perdite e dei danni causati dal cambiamento climatico è stata inclusa nell’accordo. Tale scelta rappresenta un buon punto di partenza per poter sostenere le popolazioni più vulnerabili, tuttavia è deludente e sconcertante come alcuni paesi abbiano tentato di minimizzare le loro responsabilità per non essere costretti a farsi carico dei danni irreversibili e irreparabili provocati verso queste popolazioni.

È necessario ora seguire con attenzione la realizzazione dell’accordo a livello nazionale: in Italia il Governo deve passare al più presto a una nuova strategia energetica che metta al centro le fonti rinnovabili e all’adozione di un piano di adattamento credibile. Contemporaneamente occorre mobilitare il sistema Italia, tra cui le tante ONG che operano da anni per la giustizia climatica, affinché la cooperazione con i paesi più poveri diventi una priorità e una responsabilità per tutti, così come una grande opportunità di collaborazione tra popoli per un futuro sostenibile. La Coalizione italiana per il clima può giocare un ruolo importante in questa mobilitazione”. Ha ribadito Gianfranco Cattai, presidente di FOCSIV.

 

Nonostante l’inadeguatezza dell’accordo, CIDSE con FOCSIV e la Caritas Internationalis affermano la loro vicinanza alle grandi dimostrazioni di solidarietà per la giustizia climatica dei movimenti dal basso. Le organizzazioni cattoliche continueranno ad essere impegnate per partecipare, facilitare e sostenere questi movimenti, per far si che i nostri politici siano sempre più responsabili nell’attuazione dell’accordo e più ambiziosi nei risultati raggiunti. Il movimento per la giustizia climatica sta crescendo e continuerà ad affermarsi anche dopo Parigi.

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Inizia il 22 febbraio la settimana scolastica della cooperazione

Dal 22 al 28 febbraio alunni e docenti di oltre 500 scuole italiane saranno protagonisti dell'iniziativa promossa dal Ministero Affari Esteri.

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L'intera città di Juba in festa per onorare 30 neolaureati

Chiunque si sia laureato o abbia assistito alla laurea di qualche caro sa che l’ottenimento del titolo rappresenta un momento di felicità intensa.

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Dal risk management nei Paesi a rischio, all’amministrazione di un progetto; dal Project Cycle management, all’approccio di genere fino alle…