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Torna a Milano “Nome in codice: Caesar”

Dal 23 al 27 ottobre la mostra sui detenuti siriani vittime di tortura torna a Milano per la sua seconda esposizione in città

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Chi ha paura del conflitto?

Il conflitto non è sinonimo di guerra ma “uno stato della relazione, che ciascuno di noi sperimenta quando interagisce con qualcuno, amico o nemico, con la vita o con una parte di sé stessi” Ecco allora che educare alla gestione non violenta dei conflitti è un aspetto fondamentale nella crescita di cittadini globali consapevoli. Come sperimenta l’ong Amici dei Popoli nelle scuole del Veneto

“Per gestire un conflitto devo per prima cosa Riconoscerlo, poi devo Conoscerlo, in modo da poter agire di conseguenza in maniera efficace”. Così sostiene Anna Chiara Ferigo, formatrice dell’ong Amici dei Popoli, e spiega “In genere, quando si pensa alla parola conflitto, la nostra mente ci porta ad immaginare un conflitto armato, alla guerra, una delle tante studiate nei libri di storia, o a quelle più recenti di cui tutti i giornali parlano. Il conflitto è infatti, nella maggior parte dei casi, associato ad un evento meramente negativo e più delle volte violento. Ci dimentichiamo spesso però, che il conflitto è uno stato della relazione, che ciascuno di noi ha quando interagisce con qualcuno, un amico o un nemico, con la vita o con una parte di sé stessi, nello specifico si manifesta con la presenza di un problema cui si associa un disagio”.

Al giorno d’oggi trovare un po’ calma, di tranquillità e pace sembra essere difficile. Le nostre vite sono spesso così frenetiche da farci perdere rapidamente la pazienza e la tolleranza. Così l’attacco sembra essere la miglior difesa, mentre l’ascolto e la comunicazione sono risorse poco utilizzate. Per i più deboli d’animo, l’indifferenza, sembra invece essere l’arma più conveniente. Un’indifferenza che però porta, frequentemente, al distacco dall’altro e dalla realtà stessa.

Con l’obiettivo di diffondere una concezione positiva del conflitto, di promuovere l’autostima e rafforzare le competenze riguardanti la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti, l’ong Amici dei Popoli di Padova (ADP) è intervenuta in diverse classi del Veneto, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado delle 4 Province, con percorsi formativi specifici.

L’obiettivo è guidare gli studenti a riflettere sui conflitti, soprattutto quelli interpersonali. Attraverso lo strumento dell’Educazione non formale, agendo con metodologie attive (brainstorming e metaplan, role play e debriefing), che stimolano la comunicazione non violenta e la cooperazione nella classe.

Dalla tematica dei conflitti, in accezione positiva, si passa poi al Servizio Civile, come esempio di cittadinanza attiva ed impegno non violento all’interno della società, con un excursus storico sull’obiezione di coscienza. 

In generale, sia alunni che professori si sono mostrati entusiasti dei laboratori: “Qualcosa di innovativo rispetto ai percorsi scolastici standard”. 

Ciò nonostante ADP ha rilevato in un primo momento una evidente difficoltà nell’interazione con gli alunni. Eccetto pochi casi, inizialmente il disinteressamento aveva la meglio. Gli alunni non capivano il collegamento tra le attività e la tematica proposta, in quanto non abituati a metodologie che li portavano a relazionarsi tra di loro. Solo dopo averli messi a proprio agio, e dopo alcune spiegazioni, si mostravano disposti a mettersi in gioco. 

Da parte di tutti è stato rilevato un reale apprezzamento per l’approccio utilizzato, a tal punto che gli alunni si sono sentiti a loro agio nel confidarsi apertamente, con le formatrici presenti, sui problemi conflittuali che riscontravano all’interno e all’esterno della scuola. Questo scambio ha di conseguenza dato la possibilità agli alunni stessi di mettersi a confronto tra loro e di arrivare a trovare delle soluzioni pacifiche alle loro problematiche.

 

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Il viaggio come impegno sociale e cammino interiore

Il 2017 è stato dichiarato dalle Nazioni Unite come Anno Internazionale del Turismo Sostenibile per lo sviluppo, un'occasione unica per promuovere il settore del turismo con i tre pilastri della sostenibilità, quella economica, sociale ed ambientale.


Il turismo internazionale attuato senza il rispetto dei principi della sostenibilità, della solidarietà e della responsabilità sociale, soprattutto nelle sue applicazioni di massa e di lusso, ha spesso avuto effetti molto negativi su ambienti, culture, società, economie nei paesi di destinazione.
Il turismo è anche un’incredibile leva economica, che continuerà a crescere nei prossimi anni, portando nel 2030 il numero dei viaggiatori ad oltre 2 miliardi.
Possiamo quindi permetterci di ignorare l’impatto delle nostre azioni?
La risoluzione O.N.U. è nata dal riconoscimento da parte dei leader mondiali in occasione della conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile di Rio della necessità di promuovere una migliore comprensione tra i popoli in tutto il mondo, nel condurre ad una maggiore consapevolezza del ricco patrimonio di varie civiltà e al raggiungimento di un migliore apprezzamento dei valori intrinseci di culture diverse, contribuendo così al rafforzamento della pace nel mondo e ad utilizzare il turismo per migliorare i luoghi di interesse, sia per le persone che ci vivono che per quelli che li visitano.
Nel decalogo del viaggiatore sostenibile restano dunque prioritarie la Mobilità Sostenibile, limitando dunque gli spostamenti con l'aereo, e privilegiando itinerari con camminate, pedalate o mezzi pubblici; L'ospitalità in piccole strutture, magari a conduzione familiare, evitando le grandi catene di alberghi e aiutando dunque l'economia locale; Favorire un incontro autentico con la cultura del luogo, incontrando "l'altro" in maniera profonda; Mangiando locale, i prodotti tipici della cultura del paese che si visita evitando sempre le catene di fast food delle multinazionali, ma acquistando prodotti a Km 0 ancor meglio se biologico; Fare attenzione all'utilizzo delle risorse idriche quando ci si lava, consumando lo stretto necessario.

In questa linea sono nate numerose agenzie e associazioni di Turismo responsabile che organizzano viaggi, favorendo un incontro autentico con le comunità e organizzando visite a progetti comunitari da sostenere.
E in alcuni casi queste nascono davvero dal basso, dall'incontro tra viaggiatori incalliti di diverse culture che riconoscono nel viaggio non solo un modo per scorprire luoghi e culture diverse ma anche per percorrere cammini interiori e di impegno sociale. E' questo il caso dei viaggi di Conscious Journeys, realtà nata dall'incontro di un viaggiatore indiano e uno italiano,  che abbracciano i valori dell'eco sostenibilità, del rispetto della cultura e dell'ambiente locale, e supportano le piccole realtà e le piccole imprese come progetti comunitari, ONG e le associazioni locali per garantirgli prosperità e sostenibilità. 
Tra i numerosi partner locali, con visite guidate durante i tour, ci sono realtà importanti come quella a Delhi, che si occupa di recuperare bambini di strada trasformandoli in guide turistiche autorizzate e fornendo loro istruzione, oppure il movimento per la conservazione della biodiversità, l'agricoltura sostenibile e i diritti degli agricoltori fondata dalla famosa attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva, vengono organizzate visite alle comunità tribali che vivono in simbiosi con la natura e visite alle cooperative del commercio equo e solidale che danno lavoro a persone svantaggiate mirando alla creazione di opportunità di lavoro per gli abitanti delle aree rurali, in Asia prevalentemente donne.
Questo tipo di viaggio, senza tralasciare le visite alle attrazioni turistiche principali, arricchisce il viaggiatore stimolandolo a guardare dentro se stesso e a ritrovare un genuino “contatto con l'altro” con uomini apparentemente diversi ma profondamente uguali.
Un approccio così innovativo trasforma il viaggiatore da semplice turista in ospite, essendo contemporaneamente “colui che è accolto” e “colui che accoglie un nuovo sè".

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Guatemala: dopo la morte di 33 bambine in un centro statale la gente chiede giustizia

Dopo che nella notte dell'8 marzo scorso 33 ragazze sono morte e altre gravemente ferite perché chiuse a chiave in una stanza di un centro di accoglienza per minori gestito dallo stato guatemalteco, dove è divampato un incendio, in tutto il Guatemala si susseguono manifestazioni di protesta per chiedere giustizia e le dimissioni del Presidente. Nel centro erano già state denunciate violenze sessuali. 

da Città del Guatemala

Sono le 4 del pomeriggio a Città del Guatemala. Di fronte al palazzo del Governo le bandiere di una nazione a lutto sventolano sul minuto di silenzio che migliaia di persone dedicano alle almeno 40 bambine morte nell’incendio della casa per minori “Virgen dell’Asunciòn”.  Poi di colpo il silenzio si rompe e dalla piazza si leva un’unica parola. Giustizia.
Giustizia richiedono con forza e indignazione le donne e gli uomini che sabato 11 marzo hanno deciso di far sentire la propria voce al presidente Jimmy Morales, dopo i tragici fatti avvenuti nel giorno della festa della donna.

Tra il 7 e l’8 marzo alcune ragazze dai 14 ai 17 anni hanno iniziato una protesta contro i trattamenti ricevuti nel centro di accoglienza per bambini in difficoltà, gestito dallo stato guatemalteco. Dopo essere state chiuse a chiave in una stanza dai loro stessi educatori, hanno tentato di scappare dando fuoco ad alcuni materassi. Dall’altra parte, però, nessuno ha aperto la porta. Le fiamme sono divampate rapidamente. I vigili del fuoco sono arrivati sul luogo quando ormai 18 bambine erano morte e altre 40 gravemente ustionate. Alcuni testimoni sostengono che i soccorsi siano arrivati con un ritardo di circa un’ora dall’inizio dell’incendio.

Il rifugio “Virgen dell’Asunciòn” sulla carta dovrebbe essere un luogo di protezione per adolescenti vittima di violenza, orfani e figli di famiglie in difficoltà economica. Di fatto al momento della tragedia, il centro ospitava 807 minori invece dei 500 previsti dal regolamento e negli ultimi anni era stato teatro di gravi casi di violenza sessuale. In particolare nel 2016, un professore dell’istituto era stato denunciato per aver abusato sessualmente di un’intera classe di giovani dai 12 ai 14 anni, secondo quanto confermato dagli uffici del pubblico ministero. La vicenda è stata raccontata dai reporter del giornale Plaza Publica ad ottobre dello stesso anno.

Antecedenti drammatici che potevano accendere più di un campanello di allarme su una tragedia che sembrava preannunciata.  <<È un crimine dello Stato>> gridavano i manifestanti che sabato hanno richiesto, senza mezzi termini, indagini rapide ed esaustive e le dimissioni del presidente. 

Da parte sua, Jimmy Morales ha ammesso, durante un’intervista alla rete televisiva CNN, che le bambine si trovavano chiuse a chiave in una stanza dove erano state segregate per ragioni di sicurezza, dopo che alcune avevano tentato di fuggire nella notte del giorno precedente. Una punizione che non ha lasciato scampo. <<L’obiettivo era evitare una tragedia come quella che invece si è verificata. Stiamo indagando sui motivi che non hanno permesso l’apertura della porta per far uscire le ragazze durante l’incendio>>.

Il 10 marzo, il responsabile dell’istituto statale di Bienestar Social, Carlos Rodas, si è dimesso dal suo incarico. Mentre si è in attesa della nomina di un sostituto, nel pomeriggio di lunedì 13 marzo lo stesso Carlos Rodas, Anahy Keller Zabala, sottosegretaria alla protezione dell’infanzia e dell’adolescenza e Santos Torres Ramírez, direttore della casa di accoglienza per minori in cui è avvenuto l’incendio sono stati arrestati con l’accusa di omicidio colposo, inadempimento e maltrattamento di minore.

Intanto sotto al Palazzo del Governo prosegue il via vai di persone che omaggiano le minorenni vittime del rogo dell’8 marzo, portando fiori, scrivendo i loro nomi su cartelli e continuando la protesta silenziosa alla luce intermittente di piccole candele che resistono a tutto. Anche al vento della sera.

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Reingresso dello straniero in Italia dopo un’espulsione

Se uno straniero viene espulso dall’Italia non potrà mai più rientrare oppure si? Qual è l’iter burocratico che deve seguire per ritornare nel nostro paese legalmente? Risponde l’avvocato Pancrazio Timpano,  esperto di VpS sulle questioni migratorie

Il divieto di reingresso dello straniero destinatario di un provvedimento di espulsione è disciplinato dall’articolo 13 del Testo Unico sull’immigrazione (D.Lgs. 286 del 1998) che prevede:“Per motivi di ordine pubblico o di sicurezza dello Stato, il Ministro dell’interno può disporre l’espulsione dello straniero dandone preventiva notizia al Consiglio dei Ministri e al Ministero degli Affari esteri. L’espulsione è disposta dal prefetto quando lo straniero: a) è entrato nel territorio dello Stato sottraendosi ai controlli di frontiera; b) si è trattenuto nel territorio dello Stato senza aver richiesto il permesso di soggiorno nei termini prescritti, salvo che il ritardo sia dipeso da forza maggiore, oppure quando il permesso di soggiorno è stato revocato o annullato, è scaduto da piú di sessanta giorni e non è stato richiesto il rinnovo; c) appartiene a taluna della categorie indicate dall’articolo 1 della legge 27 dicembre 1956 n. 1423, come sostituito dall’articolo 2 della legge 3 agosto 1965, n. 575, come sostituito dall’articolo 13 della legge 12 settembre 1982, n. 646.”

Tuttavia l’espulsione non è definitiva e lo straniero può chiedere secondo una particolare procedura un nuovo ingresso nel territorio nazionale.

Infatti secondo l’art. 13 comma 13 del Testo unico sull’immigrazione “Lo straniero destinatario di un provvedimento di espulsione non può rientrare nel territorio dello Stato senza una speciale autorizzazione del Ministero dell’Interno. In caso di trasgressione lo straniero è punito con la reclusione da uno a quattro anni ed è nuovamente espulso con accompagnamento immediato alla frontiera. La disposizione di cui al primo periodo del presente comma non si applica nei confronti dello straniero già espulso ai sensi dell’articolo 13, comma 2, lettera a) e b), per il quale è stato autorizzato il ricongiungimento, ai sensi dell’articolo 29.”

Occorre ricordare alcuni punti importanti su cui prestare attenzione:

  1. il decreto di espulsione prevede che lo straniero non può rientrare in Italia né in tutta l’area Schengen;
  2. il tempo esatto per cui non può far rientro è specificato nel decreto di espulsione;
  3. il divieto di rientrare in Italia e nell’area Schengen decorre dalla data di esecuzione dell’espulsione, che decorre dal timbro d’uscita dal territorio italiano.

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Nome in codice Caesar

Affamati e torturati a morte: questo il destino di migliaia di civili e oppositori del regime siriano di Bashar al-Assad. Arrivano a Milano, dal 2 all’8 marzo grazie all’ong Celim, le foto che documentano i crimini contro l'umanità perpetrati da Damasco. Scelte tra oltre 53.000 foto trafugate da un disertore della Polizia Militare costituiscono un documento unico per capire il dramma della Siria di oggi. 

di Francesca Neri

Affamati e torturati a morte: questo il destino di migliaia di civili e oppositori del regime di Damasco, documentato da altrettante foto che un disertore della Polizia Militare ha trafugato prima di darsi alla fuga. Caesar, questo lo pseudonimo attribuitogli, aveva l’incarico di fotografare i corpi delle persone morte nei Centri di detenzione: prima dello scoppio della rivolta, questa procedura era la norma e serviva a documentare le scene di crimini o incidenti in cui erano coinvolti dei militari; con l’inizio della rivoluzione, i servizi segreti hanno semplicemente continuato con questa macabra routine di classificazione.

Dal maggio 2011 all’agosto 2013, giorno dopo giorno, Caesar ha copiato i file con le immagini che documentano con raccapricciante precisione la morte e le pene subite dai detenuti nelle carceri di Bashar al-Assad: corpi torturati, massacrati, ustionati, violentati, alcuni di questi hanno le orbite svuotate, i denti rotti, le ferite infettate dal pus; tutti avevano un numero identificativo sulla pelle. Quando Caesar diserta, lasciando di nascosto la Siria porta con sé 53.275 fotografie. Oltre ai corpi, le foto mostrano documenti di accompagnamento delle salme, ordini impartiti dalle forze di sicurezza di stilare certificati di morte falsi e di cremare i corpi, indicazioni di cancellare dall’anagrafe i dati riguardanti le vittime.

Una trentina di queste foto costituiscono la mostra che, dopo essere stata esposta alle Nazioni Unite a New York, al Museo dell’Olocausto di Washington, al Parlamento europeo e al MAXXI di Roma, arriva a Milano. L’esposizione è curata dall’ong CELIM e da Zeppelin e, dal 2 all’8 marzo, prevede un ricco programma correlato: la proiezione del film-documentario “Eau argentée - Autoritratto siriano”; la presentazione del libro “La macchina della morte” con l'autrice Garance Le Caisne; incontro al femminile con Asmae Dachan (blog diariodisiria.com) e Almudena Bernabeu (procuratrice internazionale). Il programma dettagliato su www.celim.it

In Siria tutte le parti in conflitto hanno commesso crimini, ma il regime di Damasco lo ha fatto su larga scala e con lucida programmazione come politica di governo, colpendo oppositori, civili, operatori umanitari, medici e attivisti. Autenticate da varie Commissioni d’inchiesta indipendenti, le foto costituiscono le prove per (futuri) processi per crimini di guerra e contro l’umanità: “le prove contro il regime di Bashar al-Assad sono più solide di quelle che si avevano contro Milošević e Taylor”, entrambi condannati, ha detto Stephen Rapp, giurista di fama internazionale che si è occupato, insieme ad altri, del caso Caesar.

 

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XXIV Premio del Volontariato Internazionale FOCSIV 2017

 

Si riaprono le candidature per il XXIV Premio del Volontariato Internazionale FOCSIV 2017. Sarà possibile candidarsi per tre diverse categorie: Volontario Internazionale, Giovane Volontario Europeo e Volontario del Sud.

 

Il Premio ha ricevuto il Patrocinio dell’Agenzia Nazionale Giovani, mentre sono Partner Fondazione Missio, Forum Nazionale Terzo Settore, CEI 8x1000, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) - Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo e John Cabot University, accanto ai media partner storici, Famiglia Cristiana, TV2000, Avvenire, Radio Vaticana, Redattore Sociale e Rete Sicomoro.

 

Oltre alla storica categoria del Volontario Internazionale il Premio prevede la categoria del Giovane Volontario Europeo, che valorizza la dimensione giovanile del Volontariato proposta dai vari programmi europei - Servizio Volontario Europeo, Programma ERASMUS+, Servizio Civile Nazionale italiano all’estero, SERVICE CIVIQUE Francese, EU AID VOLUNTEERS, etc. - con impegni diversi in contesti di cittadinanza attiva, impegno sociale, inclusione, in Europa e nel Mondo. Volontario del Sud, la categoria inserita nella rosa dei premi lo scorso anno, che grazie alla candidatura proposta dalle associazioni rappresentanti le diverse Diaspora, si rivolge all'impegno dei tanti immigrati che dall'Italia, con progetti di co-sviluppo, si adoperano alla crescita del proprio Paese di origine oppure a quello reso alla propria terra dai cittadini di altri paesi. 

 

I premi saranno consegnati il prossimo 2 dicembre, in prossimità della Giornata Mondiale del Volontariato indetta dalle Nazioni Unite per il 5 dicembre.

 

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Media e ICT per lo sviluppo; un corso di formazione a Milano

Si terrà il 3 e 4 febbraio a Milano il corso ISPI dedicato al rapporto tra media, ICT e sviluppo, organizzato in collaborazione con Volontari per lo Sviluppo e  Ong 2.0 . Tre i filoni di analisi: il ruolo dei media nella democrazia a Nord e a Sud del mondo e l'utilizzo partecipativo di metodi e strumenti della comunicazione nei programmi di sviluppo.

 

Nella “società dell’informazione” in cui stiamo vivendo il tema dello sviluppo è fortemente influenzato dalla produzione, gestione, uso e accesso all'informazione e allo stesso tempo dalla rapida evoluzione delle nuove tecnologie e dal diverso accesso a queste da parte della popolazione.

 

Il corso intende fornire competenze utili per la comprensione e l’utilizzo di mezzi di comunicazione (tradizionali e nuovi) per la promozione dello sviluppo sia nei paesi del nord che nei paesi in cui si opera con programmi di cooperazione.

 

Partendo da un’analisi deimedia occidentali e di come questi possano condizionare positivamente o negativamente l’immagine e la realtà dei PVSverrano fornite indicazioni ed esempi concreti per un uso strategico e consapevole dei media al fine di favorire una maggiore sensibilizzazione, co-responsabilizzazione e impegno da parte della popolazione del Nord verso i problemi dei PVS, contribuendo a orientare, ad esempio, le politiche pubbliche e private di aiuto internazionale.

 

Considerando l’ampia e rapida diffusione di internet e dei telefoni cellulari in molti paesi in via di sviluppo, ampio spazio verrà dedicato all’uso dei media nei PVS e a come le nuove tecnologie possano rappresentare sia un sostegno - ma anche un freno - ai processi di sviluppo locale. Verranno forniti esempi su come l’uso improprio e oppressivo dei media da parte di un governo, di poteri forti locali o globali che agiscono sul locale, costituisca un freno per lo sviluppo locale.

 

Allo stesso tempo si analizzeranno casi concreti in cui media tradizionali, social media e le ICT (Information and Communication Technologies)possono favorire l’empowerment e la partecipazione ai processi democratici e di sviluppo.

 

Un’ultima parte verra’ dedicata alla riflessione che negli ultimi vent’anni le istituzioni internazionali specializzate in cooperazione internazionale e sviluppo hanno svolto sul tema dellaCommunication for Development (ComDev). Una metodologia che prevede la pianificazione e l’integrazione di varie forme di comunicazione nei programmi di cooperazione dalla loro concezione fino alla valutazione, favorendo l’efficacia delle azioni.

l corso è particolarmente indicato per gli operatori dello sviluppo che vogliano integrare i Media nei loro progetti a partire da una visione complessiva della problematica e anche per gli operatori dei Media che vogliano contribuire all'operato delle organizzazioni di aiuto allo sviluppo.

Per il programma dettagliato e per iscrizioni clicca qui

 

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Buone notizie: lo Stato del Red Sea in Sudan libero da mine antiuomo

Lo Stato del Red Sea in Sudan è stato ufficialmente dichiarato libero da mine antiuomo, grazie al contributo del governo italiano.

L’Italia continua ad essere in prima linea in Sudan nelle attività di sminamento accanto all’organismo UNMAS delle Nazione Unite.

Il 24 maggio 2017, a Port Sudan, un evento celebrativo in grande stile ha annunciato la totale decontaminazione dello Stato sudanese del Red Sea da mine antiuomo e da altri tipi di ordigni inesplosi. La celebrazione ha visto la partecipazione di una delegazione di alto livello del Governo sudanese, guidata dall’Assistente presidenziale Musa Mohammed Ahmed, insieme al Governatore dello Stato di Red Sea e al Viceministro federale alla Difesa. Presenti anche il rappresentante Paese di UNMAS e rappresentanti delle Ambasciate di Giappone, Italia e India.

“Questo evento segna un passo importante per il Sudan nel percorso mirato a tener fede agli impegni assunti con la sottoscrizione della Convenzione di Ottawa” ha osservato Valeria Romare, Vice capo missione dell’Ambasciata d’Italia in Sudan, intervenuta per l’occasione. “L’Italia attraverso il lavoro della Cooperazione allo Sviluppo e dell’Ambasciata Italiana a Khartoum continuerà a sostenere questo impegno attraverso il proprio contributo finanziario, giocando un ruolo da protagonista,  quanto più costruttivo possibile nella sua veste pivotale di Chair del Mine Action Support Group – MASG per il 2017”,  ha poi aggiunto.

Con il sostegno del Governo Sudanese, le attività di UNMAS e la generosità dei donatori  - tra cui l’Italia, da sempre fervente supporter -  si potrà riuscire a concludere le operazioni di sminamento in tutti gli Stati orientali, compreso quello più problematico di Kassala, entro la fine di novembre 2017, circostanza che permetterà il recupero pieno e libero del movimento in sicurezza delle popolazioni in tali aree, interessate da flussi di migranti, rifugiati e sfollati. Miglioreranno inoltre le opportunità di sviluppo delle stesse zone e di empowerment per le popolazioni più vulnerabili.

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Profit - Nonprofit nella cooperazione internazionale: una guida per lavorare insieme

Si parla molto ormai di collaborazione tra il mondo profit e non profit nella cooperazione allo sviluppo. Ma praticarla concretamente è un altro paio di maniche. Scarsa conoscenza reciproca, linguaggi e metodi di lavoro diversi, spesso fanno da ostacolo a una collaborazione fattiva. A cercare di fare un passo avanti in questa direzione la Guida alla partnership profit-nonprofit nei progetti di cooperazione  realizzata da Fondazione Sodalitas con il contributo di imprese e ong e presentata oggi a Milano.

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Il nostro futuro nel mondo: lavorare nella cooperazione

Cosa vuol dire lavorare nell'ambito della cooperazione internazionale, quale impegno comporta e quali siano le vie per accedere a questo settore sono domande a cui spesso i giovani interessati a questo mondo faticano a rispondere.
Proprio per far luce sugli aspetti meno chiari del mondo della cooperazione e per rilanciarla a partire dai ragazzi, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con le università italiane, ha organizzato delle "Giornate d'orientamento sulle opportunità di lavorare con la Cooperazione Internazionale"

Mercoledì 17 maggio circa quattrocento tra studenti e rappresentati delle ong e del territorio di Torino si sono riuniti per partecipare al seminario "Il nostro futuro: lavorare nella cooperazione", dedicato al tema della cooperazione internazionale. L'appuntamento tanto atteso ha ospitato come principale relatore il Viceministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Mario Giro, che ha dialogato con i giovani presenti, offrendo loro alcune indicazioni e riflessioni sul lavoro in questo settore.

Dopo i saluti e il breve discorso introduttivo del Rettore dell'Università di Torino, Gianmaria Ajani e della Pro-Rettrice del Politecnico di Torino, Michela Meo, l'assemblea ha accolto con un applauso il Viceministro Mario Giro.
Il Viceministro ha aperto la discussione sul lavoro nella cooperazione evidenziando tre punti principali:
  1. Oggi la cooperazione è cambiata, non è più "cooperazione allo sviluppo", ma è "cooperazione internazionale". "I soggetti che oggi partecipano alla cooperazione internazionale dell'Italia sono tantissimi. Cooperano i governi, cooperano le agenzie internazionali, cooperano le università, cooperano le imprese, cooperano le banche, le istituzioni finanziarie...". Quindi, per trovare sinergie tra tutti questi soggetti, è necessario strutturare nuove forme di cooperazione.
  2. "Non esiste oggi nel mondo globalizzato uno sviluppo separato: ci si sviluppa insieme". Non si può quindi restare legati a forme e strutture vecchie, perché siamo di fronte a un nuovo mondo. Tutti i Paesi sono collegati e dipendono uno dall'altro. Oggi bisogna fare sistema , bisogna unirsi. L'Italia, in particolare, vive strettamente collegata all'estero, vive nel contesto internazionale e di quello che al contesto internazionale può dare. "Bisogna imparare ad essere coscientemente estroversi", ha affermato il Viceministro Giro.
  3. Infine, partendo da alcune provocazioni legate all'attuale critica verso le ong e la situazione dei migranti in Italia, l'Onorevole ha formulato una riflessione su come la cultura del sospetto, fatta di calunnie senza prove, vada a minare le basi della democrazia stessa nel nostro Paese. Oggi l'Italia ha bisogno di politiche ordinarie, non può più vivere costantemente nell'emergenza, in generale, come nel caso specifico delle migrazioni.

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Urban food policies: un seminario per conoscere buone pratiche tra Nord e Sud

Politiche urbane sul cibo. Oggi, con sempre più città che si pongono domande sul come raggiungere la sovranità alimentare a livello regionale, le buone pratiche aumentano e si può imparare qualcosa in ogni angolo del mondo. Energia, rifiuti, cibo, mobilità e acquisti ecologici, i cinque filoni affrontati in un seminario sulle politiche urbane sul cibo tenuto all'università di Torino per conoscere iniziative proveniente da tutto il mondo, scambiare idee e conoscere come grandi organizzazioni internazionali e amministrazioni locali si stanno muovendo. 

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Del Grande libero subito e rispetto dei diritti umani in Turchia

L'Associazione delle Ong Italiane (AOI) e tutte le ong associate esprimono profonda preoccupazione sullo svolgimento e i risultati del voto referendario in Turchia e per la detenzione del giornalista e difensore dei diritti umani Gabriele del Grande, entrato ieri in sciopero della fame dopo nove giorni di detenzione. Oggi in tutta Italia manifestazioni per la sua liberazione immediata

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Kitabna, i racconti che aiutano i bambini a rielaborare i traumi della migrazione

 

Portare libri per bambini nei campi profughi dove l'educazione formale spesso è assente. E' questo l'obbiettivo di Kitabna ("il nostro libro" in arabo), un progetto nato  nel 2014 dall'autrice Helen Patuck che da qualche anno scrive e illustra delle storie per bambini che sono state portate in Libano, Iraq, Giordania e in Francia, a Calais. Un modo per permettere ai bambini la lettura dove spesso non è possibile, creare ponti tra culture diverse, riorganizzare e rielaborare esperienze che comportano disturbi post-traumatici da stress. L'obbiettivo finale dei libri, come si può leggere sul sito del progetto, è quello di creare orgoglio e dignità in luoghi segnati da esperienze di dislocamento. Ci siamo fatti raccontare da Helen e Federica come si è sviluppato il progetto e a che punto è oggi.

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