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cooperazioneMolto spesso ci si chiede quale sia realmente l’apporto delle numerose Ong, che oramai affollano il panorama internazionale, in un tema così importante come appunto lo sradicamento della povertà estrema. Le stesse Ong si sono trovate al centro di un dibattito molto importante, riguardante proprio una precisa definizione di quella che doveva essere concepita come povertà.

Tesi di laurea di Sara Santillo. Titolo completo: “L’impegno delle ong italiane nella lotta alla povertà”. Per informazioni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

E’ dunque a partire dagli anni ’90, che anche grazie all’economista indiano e Premio Nobel A. Sen, che si assiste ad una messa in discussione dell’idea di sviluppo, inteso da quest’ultimo come un processo multiattoriale, multifattoriale e non compiuto, affiancandogli l’aggettivo “UMANO”, proprio a sottolineare la necessità di porre come fine ultimo la dimensione umana. Data tale premessa la povertà non può più essere concepita solo come assenza di reddito, e quindi mancato accesso ai beni, ma bensì la si deve mettere in connessione con la mancata realizzazione di funzioni fondamentali, che vanno da quelle fisiche più elementari, come un adeguato vestiario ed una adeguata alimentazione, fino alle acquisizioni sociali più complesse, come potrebbe essere la partecipazione attiva alla vita della propria comunità.
Tali cambiamenti sono stati la base ideologica dei dibattiti portati avanti dalla Società Civile e dalle Organizzazioni Internazionali, nelle numerose conferenze mondiali degli anni ’90. Tra queste quella che meglio racchiude i mutamenti intervenuti, è la Dichiarazione del Millennio, sottoscritta nel settembre del 2000, che pone come obiettivo quello di “rendere il diritto allo sviluppo, una realtà per ogni individuo”. Tra gli attori maggiormente impegnati in tale scenario si distinguono le Ong. Il punto cruciale su cui desidero soffermarmi riguarda precisamente l’impegno di quest’ultime nella realizzazione di quanto espresso nella Dichiarazione del Millennio, con particolare riguardo al caso italiano.
E’ doveroso sottolineare come le caratteristiche delle Ong italiane, date da forte frammentazione, diversità ideologica e significativa dipendenza dai finanziamenti pubblici, influenzino anche il loro operato sul campo. Da una attenta analisi diacronica, che ha come punto di partenza l’anno 2000, inteso come anno cruciale nell’impegno a favore della lotta alla povertà, fino ad arrivare al 2007, anno preso in considerazione come giro di boa circa i risultati raggiunti, farò riferimento all’operato delle Ong sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Ciò che emerge da una prima analisi, è una apprezzabile vocazione africanista, non casuale dato che tale continente è da sempre tra i PVS quello che presenta una concentrazione maggiore di povertà. A partire da tale constatazione iniziale, ciò che risulta importante chiarire è poi come le Ong italiane si muovano all’interno del continente, e se realmente la distribuzione dei loro interventi sia sensibile alla mappa della povertà in cui si collocano i singoli contesti. Questa mostra che l’impegno in molti casi, è si volto verso i paesi che presentano gli indici più bassi ma che, spesso, non sono quelli con le condizioni più disperate. Infatti l’analisi rileva come dal 2000 ad oggi i paesi che presentano una maggiore concentrazione di Ong italiane siano, il Mozambico, il Kenya e la Repubblica Democratica del Congo(2000), e Repubblica Democratica del Congo, Kenya e Mozambico(2007-08). Se ora si analizza la situazione di questi paesi tenendo presenti il loro Indice di Sviluppo Umano (ISU) e l’Indice di Povertà Umana (IPU), si può osservare come il Kenya non compare tra i dieci paesi africani con l’ISU e con l’IPU più bassi, mentre per il caso del Mozambico, si è lontani da condizioni disperate, collocandosi il paese al 6° posto per ISU e tra il 5° e 6° posto nella scala di concentrazione della povertà. L’unico che negli ultimi anni si colloca tra quelli con maggiori difficoltà dovute prevalentemente ad una situazione interna di conflitto è la Repubblica Democratica del Congo, trovandosi nella graduatoria IPU al 9° posto, e lo stesso in quella ISU, e dove la presenza delle nostre Ong è aumentata considerevolmente dal 2000 ad oggi. Da questo inizio di secolo nuovi paesi contano una presenza significativa delle nostre Ong, come il Marocco, l’Egitto, il Madagascar e il Malawi, e ne siano rimasti fuori paesi come il Camerun, la Tunisia e il Chad, che tra gli altri realmente presenta delle gravi condizioni di povertà, trovandosi tra gli ultimi 10 paesi più poveri al mondo.
Risulta dunque che le Ong italiane sono presenti in aree diversissime che vanno da casi estremi, ovvero con i problemi maggiori in ambito di lotta alla povertà, come Niger, Sierra Leone , Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, a paesi che presentano invece situazioni meno gravi, come Kenya, Tanzania, Marocco, Egitto, Tunisia, evidenziando come aumenti poco, nel corso degli anni presi in esame, la concentrazione, e continui la dispersione. Le spiegazioni a tale situazione sono varie e di certo non esaurienti. Ne avanziamo alcune, nella convinzione che non ci troviamo mai di fronte ad una solo fattore causale.
In alcuni casi sembra attuare la forte dipendenza che, in generale, le Ong italiane continuano a presentare dai contributi governativi nazionali e dell’Unione Europea. Molto spesso, inoltre, l’operato delle Ong è legato ai cosiddetti “aiuti d’emergenza”, i quali offrono una risposta rapida ed immediata alle esigenze provocate dal verificarsi di calamità naturali o crisi umanitarie, e sono rapidamente erogati. Tale situazione è quella che in parte si sta verificando nella Repubblica Democratica del Congo, dato che le nostre Ong si sono mobilitate proprio quando in questo paese iniziava una guerra civile, e quindi forte instabilità e problemi di sicurezza. Altri casi dimostrano invece il peso dei residui del passato coloniale e post-coloniale, come la forte presenza nel Corno d’Africa, ed in particolare nella regione somala. A queste due prime considerazioni c’è da aggiungere l’influenza degli interessi geo-politici, manifesti in particolare nell’area del Mediterraneo, dove l’aiuto allo sviluppo risulta fondamentale per una efficace gestione dei flussi migratori. A ciò è da aggiungere, in considerazione degli obiettivi proposti nell’ambito del Partenariato Euro-Mediterraneo, l’impegno teso a favorire la creazione di un’area di libero scambio. Si osserva così un significativa presenza di Ong italiane in Marocco e in Egitto, e soprattutto nel Senegal, pur non si trovandosi nelle ultime posizioni dell’Indice di Sviluppo Umano. Per il Marocco il numero di Ong operanti sul territorio è pari a 17, per l’Egitto è pari a 14 , mentre per il Senegal troviamo ben 21 Ong che operano sul territorio. Da non tralasciare, come ulteriore motivazione e probabilmente tra quelle fondamentali, l’affinità religiosa: come nel caso di alcuni paesi dell’Africa centrale quali Burkina Faso, Kenya, Nigeria, con una presenza di Ong, in ordine, di 26, 31 e 6.
In sintesi, ad una prima approssimazione, si può affermare che gli interventi delle Ong italiane di questo inizio di secolo rispondono a motivazioni diverse, che vanno dalla volontà di dare una risposta a reali precarietà di molti paesi, fino a questioni di “buon vicinato” e di sicurezza nazionale. Di certo non si può dire che la lotta alla povertà non rientri tra gli obiettivi primari, però allo stesso modo non possiamo ritenere che gli interventi siano guidati esclusivamente da tale impegno. Sostanzialmente, il caso italiano rivela come il problema della lotta alla povertà presenta, anche nell’azione delle Ong, criticità significative da cogliere nella loro specificità ed analizzare più a fondo affinché l’impegno a portare a termine il percorso a cui la Dichiarazione del Millennio ha dato avvio da oramai quasi nove anni possa avere esito.

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