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terrafuGli effetti della crisi dopo aver travolto gli Usa cominciano a sentirsi anche nei paesi europei. E mentre i governanti discutono su maggiore o minore regolamentazione del mercato, la società civile si attrezza con nuove strategie di sopravvivenza quotidiana: dalle monete parallele agli orti urbani, alla pratica del baratto.

di Silvia Barbotto e Maurizio Dematteis

"Negli Stati Uniti la povertà è aumentata del 200% coinvolgendo milioni di lavoratori. Facendo aumentare i senza fissa dimora di oltre un milione negli ultimi mesi". La denuncia è di Ron Pollack, direttore dell'Organizzazione nazionale assistenza famiglie Usa, che nella sola città di Chicago ha visto triplicare la lista dei ricoveri notturni d'emergenza negli ultimi mesi. Ma la risposta dell'assistenza non basta, le famiglie bisognose sono sempre più numerose, e in tutto il paese crescono le tendopoli. Un segnale preoccupante quello americano che, come per mode e tendenze, anticipa spesso l'andamento europeo e italiano di alcuni mesi. Anche nel vecchio continente infatti la situazione comincia a preoccupare i governanti: sono 13 milioni i disoccupati in Europa, 1,5 milioni gli italiani. Un tasso di disoccupazione del 6,9% nel 2008, che raggiungerà l'allarmante 10% nel 2010: con tutte le sconcertanti ripercussioni, non solo economiche, che ne conseguono.
Per questo il sistema di welfare europeo, come quello italiano, sta cercando di attenuare gli effetti della crisi. Caritas italiana, ad esempio, ha aumentato la distribuzione di cibo gratuito all'interno delle sue mense, che ora interessa non solo più i "tradizionali" emarginati, ma anche famiglie e lavoratori che non arrivano a fine mese. "La fila alla mensa dei poveri si allunga" spiega don Andrea Volta, direttore della Caritas di Parma. "Lo scorso anno 718 persone hanno chiesto di accedere alle due mense cittadine".
A Torino l'associazione Gruppo Abele ha recentemente avviato il progetto Drop house per fornire qualche risposta alle nuove povertà. "Mentre fino a pochi mesi fa la maggioranza dell'utenza era costituita da stranieri, oggi sono sempre più italiani, soprattutto donne, a bussare alla nostra porta" spiega Massimo Carocci, responsabile Centro crisi del Gruppo Abele. "E questo ci ha spinto a creare nuovi servizi. Come il Drop house, nato ad aprile 2008, che ci consente di offrire un accompagnamento, un monitoraggio e una sorta di assistenza a donne, tanto italiane quanto straniere, di norma con un piccolo nucleo familiare e un marito che ha perso il lavoro, e oggi si trovano sulla soglia della povertà. Queste persone solitamente non hanno dimestichezza con i servizi di assistenza e non sanno a chi rivolgersi". Negli ultimi 6 mesi il nuovo servizio dell'associazione ha avuto un vero boom di richieste, al di là delle aspettative degli stessi operatori: dall'apertura a oggi hanno usufruito del servizio 2.109 donne, il 44% italiane.

Ripensare il sistema
"Ci troviamo di fronte a un necessario mutamento del modello di vita, di economia e di concezione del mondo. Se non si cambia, la crisi diventerà sempre più pesante, con esiti drammatici". Roberto Burlando, docente di economia presso l'università di Torino, non ha dubbi. Bisogna reagire in modo drastico. Ma, sostiene, prima di pensare alle possibili risposte, è importante capirne l'origine e la sostanza: "La causa principale è la crisi del modello economico nato con la svolta neoconservatrice degli anni 80, che porta alla deregolamentazione, a un maggior movimento di capitali con fenomeni speculativi" spiega. "Non importa più ciò che si produce, ma che l'azione produca denaro. Senza preoccuparsi del possibile esaurimento delle risorse naturali e dell'aumento della concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi".
Ma nonostante tutto, secondo Burlando, siamo ancora in tempo per cambiare rotta. "Ad esempio incrementando il risparmio energetico e le energie alternative" sostiene. "E soprattutto puntando sullo sviluppo locale e sull'ampia ridistribuzione del reddito, dirigendosi verso una maggior democrazia, anziché verso l'autoritarismo. Perché l'immaginario collettivo, ormai improntato al consumismo individualista, è semplicemente insostenibile e va modificato".
Il suggerimento è promuovere iniziative dal basso, in modo da far nuovamente crescere una cultura della solidarietà e della condivisione insieme a quella della responsabilità diretta individuale. Basta compiere semplici azioni locali che riversino immediati benefici nelle economie di tutti i giorni. Cominciando con più attenzione alle spese quotidiane, eliminando gli sprechi e controllando i costi, fino alle esperienze di auto-produzione, dal pane fatto in casa ai micro orti urbani. Una vera arte del "fai da te", che arriva addirittura ad esperienze di auto costruzione della propria casa: come nella cooperativa Alisei, attiva dal 2001, che ha aperto l'ultimo cantiere a Perugia, prevedendo l'auto-edificazione di 46 appartamenti per famiglie italiane e straniere. Una nuova socialità, che permette di condividere le problematiche e affrontarle in modo innovativo. Si torna al baratto e si rispolvera l'economia di scambio non monetario, così come le monete alternative o complementari alle ufficiali.

Monete alternative
Così la società si attrezza spontaneamente per affrontare la crisi economica, ambientale, sociale. A partire dalla costituzione di sistemi monetari alternativi a quello dominante, come lo Scec (Solidarietà che cammina). L'esperienza nasce nel 2007 per iniziativa dell'associazione campana Masaniello: vengono stampate banconote da 1/2, 1, 2, 5, 10 e 50 Scec, distribuite poi gratuitamente in quote uguali agli aderenti al circuito. I membri dell'arcipelago Scec scambiano tale moneta come un attestato in relazione allo scambio gratuito di beni e servizi. E i commercianti aderenti, se vendono ad esempio un prodotto da 10 euro con uno sconto del 20%, possono convertire il prezzo in 8 euro e 2 Scec. In tal modo gli Scec circolano e gli aderenti all'iniziativa vedono crescere il loro potere d'acquisto dando così un impulso all'economia locale. Funziona per prodotti, servizi, negozi, ristoranti: la lista dei partecipanti è variopinta, si va dal progettista alla baby-sitter, dall'impresa artigianale e quella di pannelli solari, dal veterinario all'artista grafico. Attualmente sono 1.975 gli iscritti al circuito campano, di cui 233 esercizi commerciali. "Lo Scec è una risposta ai paradossi dell'attuale sistema economico: beni e servizi sono prodotti in quantità, ma un crescente numero di cittadini fa sempre più fatica a soddisfare i propri bisogni di base" spiega Aniello de Gennaro, presidente dell'associazione Masaniello. "Si tratta quindi di un patto tra commercianti e consumatori, i primi accettando una parte di pagamento in Scec aiutano i cittadini ad acquistare beni cui prima erano costretti a rinunciare e così vendono anche più facilmente i propri prodotti, ma a differenza di un normale circuito di sconti non perdono gli Scec incassati, bensì possono riutilizzarli presso le altre attività del circuito".
Altra esperienza simile di moneta parallela è quella denominata Palma, creata in un quartiere povero nelle periferie di Fortaleza. "Perché siamo poveri?" si è domandato un giorno Joao Martins, che oggi è responsabile del Banco Palma. "Perché non abbiamo denaro. E perché non abbiamo denaro? Perchè siamo poveri". Da questa riflessione è partito il progetto di stampare carta moneta Palma da far circolare tra gli abitanti del quartiere. E oggi, grazie alla fiducia posta nel nuovo strumento da sempre più persone, i Palma si possono tranquillamente cambiare in real, la moneta locale. Il fenomeno è presto uscito dal quartiere per entrare anche nelle comunità circostanti, e oggi le banche comunitarie sono più di 40, in sette Stati del Brasile.

Orti urbani e km 0
Altra risposta quella della filiera corta, per abbinare qualità e risparmio. Come nel comune di Budoia, 2.100 abitanti, in provincia di Pordenone, dove la mensa scolastica è stata "convertita a km 0". "Era il 2000 quando un gruppo di genitori degli allievi di scuole materne ed elementari sono venuti da me con l'idea di realizzare una mensa biologica per i loro figli" spiega Antonio Zambon, primo cittadino di Budoia. "Ma il biologico delle multinazionali non ci convinceva e sono stati gli stessi genitori a propormi la strada del km 0". Detto fatto, con l'appoggio dell'amministrazione pubblica i genitori hanno creato un Gas, Gruppo di acquisto solidale, per comprare gli alimenti direttamente dai piccoli produttori della zona. Ma qualcuno denuncia l'iniziativa per presunte irregolarità nella "gara d'appalto" per l'acquisto dei prodotti. E l'amministrazione di Budoia è costretta a comparire di fronte al giudice per difendere la propria scelta. "Il tribunale alla fine ci ha assolto perché abbiamo agito nell'interesse pubblico. E la mensa biologica auto-gestita oggi ci costa meno di quella che avevamo prima" conclude Zambon.
C'è poi il fenomeno emergente degli orti urbani, che vede coinvolte ormai decine di enti locali in tutta Italia, come il piccolo comune di Vedano al Lambro, in provincia di Milano, dove una delibera del 2007 ne sancisce l'importanza: "Per orto urbano s'intende un appezzamento di terreno pubblico, messo a disposizione dei cittadini vedanesi, destinato alla sola coltivazione di ortaggi, piccoli frutti e fiori a uso del concessionario". O il comune di Grugliasco, in provincia di Torino, dove sono stati di recente assegnati 15 orti a ultra 45enni con difficoltà economiche per permetter loro di risparmiare.

Baratto on line
Altra iniziativa interessante quella di zerorelativo.it, la prima community del baratto on line: "Non si compra nulla ma si utilizza ciò che già esiste. E questo fa bene all'ambiente e al portafoglio ed è un'azione ad alto valore educativo" affermano i responsabili dell'iniziativa. Sul sito ogni prodotto, indipendentemente dal valore di mercato, acquista importanza in base all'utilizzo, alla necessità o al piacere di possederlo: per cui un vecchio quadro può essere scambiato con un tavolo da cucina, quindici giorni in un appartamento sulla costiera amalfitana con un mese sulle alpi piemontesi e così via.



Approfondimento
Argentina chiama Italia: fabbriche in autogestione
Il 31 maggio del 2008 una cinquantina di operai della fabbrica milanese Innse ricevono la raccomandata dell'apertura della procedura di mobilità. Avrebbero perso il lavoro nel giro di pochi mesi, come purtroppo avviene ormai quotidianamente per molti lavoratori italiani. Ma i 50 operai questa volta non ci stanno. Stanchi di sentire le solite giustificazioni legate all'attuale crisi economica mondiale, eludono la sorveglianza di polizia e vigilantes privati per occupare lo stabilimento. La produzione continua, e il collettivo operaio si organizza per gestire commesse e rapporti con i clienti, auto-finanziandosi persino il servizio mensa. "Quest'officina è produttiva, lo è sempre stata, nonostante qualcuno dica il contrario. Ed è l'unica risorsa per noi e per le nostre famiglie" sostengono.
L'attuale proprietà, che risponde al nome dell'imprenditore Silvano Genta, acquistò la fabbrica nel 2006 mentre si trovava in amministrazione controllata, ottenendo per questo motivo sgravi fiscali e spuntando un prezzo inferiore a quello di mercato, "dichiarando nelle sedi istituzionali della provincia di volerla rilanciare" sottolineano i portavoce del collettivo. Ma oggi, secondo il collettivo, l'idea è smantellare l'impianto industriale per costruire immobili residenziali.
Per ora uno dei primi esperimenti di autogestione di fabbrica nel nostro paese continua con tanto di ordini da clienti nazionali ed esteri. Proprio come accadde nel corso della crisi economica argentina del 2001, quando decine di realtà produttive furono salvate dalla buona volontà dei suoi lavoratori. E forse, anche questa volta, i redditi delle 50 famiglie coinvolte riusciranno a non subire drastiche riduzioni.