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Fondi dimezzati, sproporzione delle richieste tra nord e sud Italia, confusione di ruoli tra Stato e regioni: tanti i nodi al pettine del servizio civile nazionale. E adesso il governo sta approntando una proposta di riforma. Ma enti e associazioni avvertono: non si punti solo al risparmio, ma a rilanciare la qualità formativa del servizio, il cui scopo è la difesa nonviolenta della patria.

Soffiano venti di riforma sul servizio civile nazionale. Ma dovremo attendere i prossimi mesi per sapere se faranno largo al sole o serviranno solo ad addensare nuove nubi su questa forma di impegno volontario, che nel nostro paese coinvolge decine di migliaia di giovani tra i 18 e i 28 anni. E li vede attivi negli ambiti più disparati: dall’assistenza a malati e anziani alla tutela ambientale, dal lavoro con i tossicodipendenti e i carcerati alla formazione nelle scuole, fino alle attività di cooperazione nei Sud del mondo. «Il servizio civile è uno dei settori in cui l’Italia può vantarsi di essere all’avanguardia. E oggi, a livello europeo, veniamo presi a modello per spingere i governi degli altri paesi ad adottare forme analoghe di servizio nonviolento alla patria» ci spiega Primo Di Blasio, referente Focsiv per il servizio civile e vice presidente della Cnesc, la Conferenza nazionale enti servizio civile che raggruppa le principali realtà italiane (Caritas, Acli, Anpas, Arci servizio civile, ecc.) del settore. E aggiunge: «Persino in Ecuador stanno pensando di creare una legge sul servizio civile, prendendo spunto proprio dalla presenza e dall’attività dei nostri giovani che sono andati lì per svolgere progetti di cooperazione».

Identikit dei volontari
Ma chi sono i giovani che si dedicano a questo impegno? Hanno in media 23 anni, come titolo di studio il diploma superiore (nel 65% dei casi) o la laurea (30%), e le ragazze fanno la parte del leone con una presenza del 75%. Questo è l’identikit dei volontari che hanno risposto a una serie di questionari on-line prodotti dall’Ufficio nazionale per il servizio civile, il quale ha pubblicato i risultati dell’indagine nel volume “Valutare il Servizio Civile. Volontari, enti e utenti a confronto” uscito a fine 2008. Dalla ricerca è emerso che circa la metà di questi giovani è composta da studenti (alcuni impegnati anche in lavori part-time); più di un terzo ha svolto il servizio presso enti locali e un quarto presso enti di assistenza. Secondo la ricerca, una volta conclusa l’esperienza i ragazzi si sono dichiarati soddisfatti e hanno visto confermate le proprie motivazioni “ideali” e le aspettative di realizzazione personale. Tra gli aspetti più apprezzati: l’instaurarsi di nuovi rapporti umani, lo sviluppo delle capacità relazionali e la crescita personale. Rispetto all’inizio del servizio, i volontari hanno scoperto di aver migliorato la capacità di comunicare in modo efficace (passata dal 59 al 66%), di confrontarsi con chi la pensa diversamente (dal 60 al 64%) e di aver imparato a conoscere meglio i propri punti di forza e debolezza.
Ma allora, perché riformare un sistema che pare funzionare così bene?

Le ombre
«In effetti oggi ci sono molte criticità che vanno risolte, se si vuole rendere più efficace questo strumento che deve rappresentare un’esperienza di cittadinanza attiva, con una forte valenza educativo-formativa per i giovani che ne sono protagonisti: è questo il vero obiettivo del servizio civile, anche se poi ovviamente si tratta di un’esperienza utile per l’intera società» osserva Davide Drei, presidente della Cnesc. Uno dei punti critici, spiega, è quello economico. Mentre nel 2008 sono stati stanziati dal governo 250 milioni di euro per il servizio civile (l’indennità mensile per ogni giovane è 433 euro), la nuova finanziaria ne prevede 171 per il 2009 e per il 2010, per scendere a 127 nel 2011. Il rischio è la drastica riduzione del numero di ragazzi in servizio, già diminuiti negli ultimi anni: dai 50.000 nel 2006 si è infatti passati ai 33.000 dello scorso anno, e si prevede che nel 2009 non supereranno i 25-30.000. «Il pericolo con numeri così bassi è che il servizio civile si trasformi in un’esperienza di nicchia» osserva Primo Di Blasio. «Il meccanismo di selezione rischia cioè di privilegiare i giovani più acculturati o che hanno già svolto esperienze di volontariato. A danno dei soggetti a rischio, poco scolarizzati, immigrati ecc. che potrebbero trarre invece il maggior beneficio da questa esperienza di formazione e crescita civile».
Ma quello economico non è l’unico problema. «In ballo, oltre alla sproporzione fra le domande di partecipazione degli enti e le reali possibilità di finanziamento, c’è anche lo sbilanciamento delle richieste da parte dei giovani tra nord e sud Italia» spiega Davide Drei. In effetti, i ragazzi del meridione sembrano maggiormente attratti dall’esperienza del servizio civile, in cui vedono non solo una scelta ideale, ma anche una possibilità di reddito. Il risultato è che al sud non tutti i giovani che ne fanno richiesta riescono a partecipare, mentre al nord alcune posizioni restano vacanti. «Inoltre, si deve vigilare perché il servizio civile resti un’esperienza di qualità, non troppo burocratizzata; e non venga scambiato per un ammortizzatore sociale o una forma di para-lavoro» dice Drei. E aggiunge che «oggi è urgente rivedere il rapporto tra Stato e regioni». Dal 2005, infatti, queste ultime si sono affiancate all’Ufficio nazionale per il servizio civile nella gestione del sistema, il che sta causando alcuni problemi di sovrapposizione tra le rispettive competenze.

L’iniziativa del governo
A quanto pare, però, non sono solo gli enti coinvolti ad avvertire l’esigenza di un rinnovamento del servizio civile: lo dimostra l’iniziativa del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, che lo scorso dicembre ha nominato un Tavolo tecnico incaricato di formulare proposte ad hoc per la riforma dell’istituto. «Fermo restando che i fondi statali deliberati per il prossimo triennio non si discutono, il nostro compito è esaminare alcuni punti nodali» spiega Licio Palazzini, presidente della Consulta nazionale sul servizio civile e membro del Tavolo. «Ad esempio il ruolo delle regioni, che potrebbero venir coinvolte anche sul piano economico, chiedendo loro fondi aggiuntivi rispetto a quelli statali; idem per gli altri enti accreditati, siano pubblici o del terzo settore, che potrebbero venir sollecitati a fornire risorse cash». Ma sul tappeto ci sono anche questioni come l’eventuale riduzione dell’orario del servizio, nell’ottica di ‘meno ore per più ragazzi’; e ultima, ma non meno importante, una revisione della legge che distingua meglio tra gli obiettivi del servizio (difesa nonviolenta della patria e impegno di cittadinanza attiva, in primis) e i settori in cui si svolgono le attività (assistenza, ambiente, cultura, ecc).
Ciò servirà a fare chiarezza non solo sulle differenze tra il servizio civile e l’occupazione retribuita o il welfare, ma anche tra esso e il volontariato tout court o altre forme di militanza nelle associazioni.

Speranze e timori
Se le parti in causa concordano sull’esigenza di una rapida ed efficace riforma del servizio, i contrasti emergono però, com’è intuibile, sui contenuti che dovrà avere. Prendiamo ad esempio la questione dell’orario. In origine il sistema prevedeva 25 ore di servizio alla settimana, divenute poi 30. «Le associazioni della Cnesc sono favorevoli al ritorno alle 25 ore, perché ciò permette ai ragazzi di avere tempo da dedicare ad altre attività, di studio o lavoro» dichiara Davide Drei. «Ma pensare a ulteriori riduzioni, o addirittura passare dall’attuale anno di servizio a soli 6 o 9 mesi, com’è stato ventilato, rischia di snaturare l’esperienza rendendola poco significativa e formativa».
Anche la richiesta di contributi economici agli enti può divenire penalizzante. «Non solo perché molti organismi, ad esempio le piccole realtà del terzo settore, avrebbero difficoltà oggettive a contribuire, rischiando così di venir tagliate fuori dal sistema» chiarisce Drei. «Ma anche per una questione più fondamentale: co-finanziare l’indennità al giovane impegnato nel servizio può infatti creare una ‘prossimità’ pericolosa tra lui e l’ente erogatore, che potrebbe richiedere prestazioni di natura lavorativa, nell’ottica del ‘pago, pretendo’». Del resto, ci ricorda Primo Di Blasio, «gli enti contribuiscono già al servizio civile in termini di risorse umane (tempo dedicato a organizzare le attività, a formare i ragazzi, ad adempiere alle innumerevoli incombenze burocratiche) e di risorse strumentali (fornitura degli ‘attrezzi del mestiere’)». Senza dimenticare, conclude Drei, una questione di principio: in quanto forma di difesa della patria, il servizio «dovrebbe avere nello Stato il suo cardine, anche dal punto di vista di chi mette le risorse economiche».

Ovviamente l’ultima parola spetterà al governo. Ma intanto, «dobbiamo tutti impegnarci nel cambiamento per far sì che le potenzialità positive trovino - in un futuro che si spera il più possibile vicino - una piena concretizzazione» come ci dice Licio Palazzini. Anche se, ammette, la sensazione è quella di «trovarsi a dover tirare il freno a mano su un treno che tutti i governi, dal 2001 al 2008, hanno concepito come realtà in espansione, aumentando ad es. il numero degli enti accreditati per parteciparvi. E lanciandolo così in una corsa sfrenata, difficilmente controllabile».

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