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Una rassegna di film da 3 continenti, ma anche un evento internazionale per far incontrare le culture e promuoverne un’immagine autentica, al di là degli stereotipi. E’ il Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina, giunto alla 19ª edizione. Occasione anche per bere un tè indiano o un caffè tunisino con registi di fama mondiale, scambiandosi esperienze.

«Questo festival è l’occasione di avvicinarsi a una cinematografia ancora lontana dal pubblico. È il festival fiorito dalla nostra sensibilità, dal desiderio di dare a tutti la possibilità di crescere attraverso la conoscenza e la stima per una società semplicemente più umana». Con queste parole don Francesco Pedretti, fondatore dell’ong Coe e ideatore della kermesse, presentava il 1° Festival del cinema africano di Milano: un evento internazionale sull’arte cinematografica del continente nero che ha animato il capoluogo lombardo nella prima settimana del febbraio 1991. Il Festival non doveva quindi essere una semplice rassegna di film africani, ma un vero evento internazionale capace di far incontrare le persone di culture altre, di promuovere l’Africa partendo dalle visioni dei suoi registi, e non dai documentari occidentali con le loro immagini stereotipate di safari o epidemie.

Un tè con il regista
Don Pedretti ha coinvolto attorno a sé uno staff di esperti, o meglio di appassionati capaci di credere nel sogno di una possibile educazione interculturale attraverso il cinema dei paesi in via di sviluppo. Tra questi Annamaria Gallone, giornalista, africanista che rientrava a Milano dopo 18 anni vissuti tra Angola, Congo R.D. e Nigeria a costruire scuole e a conoscere l’Africa e i suoi artisti. «Io e don Pedretti non ci conoscevamo ancora» ci dice Annamaria, co-direttrice artistica del festival insieme ad Alessandra Speciale. «Mi chiamò un giorno e mi chiese se volevo aiutarlo a progettare un’iniziativa sul cinema africano. Non esitai; mi coinvolse l’idea di organizzare un evento dove prevalesse l’incontro con gli artisti, e dove si desse fiducia piena ai lavori dei registi. Don Pedretti è stato un profeta e l’unico non solo a credere nel valore educativo e culturale del cinema del Sud, ma anche a trarne un progetto che, lui scomparso, ancora vive con tutto il suo carisma».
Dal ‘91 sono passati 19 anni, durante i quali il festival è cresciuto in modo esponenziale: si sono ampliate le sezioni, triplicate le sale per le proiezioni, gli studenti coinvolti con le scuole di ogni ordine e grado superano i 1.500, la stampa che si accredita è aumentata. Lo scorso anno, uno dei caselli di Porta Venezia (noto come Casa del Pane) si è trasformato nel Festival center, luogo di ritrovo per tutti gli ospiti e per il pubblico, grazie anche all’organizzazione al suo interno di attività culturali e ricreative, happy hour etnico compreso! Il Festival è divenuto un luogo di scambio concreto dove il pubblico può bere un tè indiano o un caffè tunisino con un regista o un produttore per confrontarsi, per chiacchierare e quindi anche per crescere.

Cinema per la formazione
Dal 2004 il festival si è allargato ad altri due continenti diventando Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina. «È stato un passaggio molto importante» continua Annamaria, «ma non ha rappresentato un cambio di rotta. Anzi è stata l’occasione per permettere ad altri paesi di gareggiare e rendere visibili i propri lavori, creando un nuovo ponte Sud-Sud. Da alcuni anni avevamo attivato la sezione “Finestre sul mondo” perché molti registi di altri continenti chiedevano di partecipare».
Gallone sottolinea che il Festival del Coe è molto apprezzato anche all’estero, e racconta che in tutti i suoi viaggi (e sono veramente tanti, dalla Cina al Marocco, dal Brasile all’India…) molti registi le chiedono di farle vedere i propri lavori. «Sono sempre più numerosi gli enti che chiedono di portare questo festival e le sue pellicole nelle città italiane. Un lavoro che si è formalizzato con “Travelling Africa”: una serie di proiezioni dei principali film presentati al festival nelle diverse città d’Italia».
Un dato da non dimenticare è l’impegno dei volontari (oltre 200) che prima, durante e a fine festival collaborano in molte attività, dall’accoglienza dei registi alla distribuzione in sala delle cuffie per le traduzioni, dall’accompagnamento degli ospiti nelle diverse sale sparse per Milano alla vendita di cataloghi e magliette della kermesse. Molti volontari sono studenti che si impegnano anche a portare nelle proprie università il cinema dei tre continenti, coinvolgendo compagni e professori. Oggi questa esperienza si è formalizzata nello “spazio università” (da sempre c’è stato lo “spazio scuola”) che coinvolge tutti gli atenei milanesi e alcuni lombardi, con oltre 30 appuntamenti. Un successo, ma anche una sfida formativa. «Don Pedretti insisteva molto sul cinema per la formazione; il Coe ci ha creduto e tuttora lavora in tale prospettiva» conclude Annamaria Gallone. «La strada da fare è ancora lunga, ma questa avventura ci affascina perché sono i giovani e i registi che ci chiedono di viverla insieme a loro».

Lo sguardo arabo sul mondo
Parte importante della nuova edizione del Festival del cinema africano, d’Asia e d’America Latina è la selezione di programmi televisivi arabi, che presentano ad esempio una carrellata di trasmissioni sull’argomento Obama e la politica Usa, come il talk show Al ittijah al moakis (La direzione opposta) condotto dall’anchorman di Al Jazeera, Faisal Al Kasim; o mostrano soap opera come Al Ijtiyah (L’invasione), di produzione giordana, sulla storia della Palestina negli ultimi 60 anni, che ha ottenuto il prestigioso premio Emmy award.
Con l’11 settembre l’occidente ha scoperto all’improvviso, attraverso Al Jazeera e il suo clamoroso successo globale, che la civiltà araba era ormai diventata civiltà visuale e visiva, poteva cioè auto-rappresentarsi attraverso le immagini. E’ forse questo il maggiore choc subito dalla nostra civiltà occidentale dopo gli attentati alle Torri Gemelle: aver perso il monopolio della narrazione audiovisiva, e aver scoperto che una civiltà come quella araba, da sempre ritenuta iconoclasta e incapace di rapportarsi alle immagini, riusciva invece ad auto-rappresentarsi e a rappresentare il mondo tramite i mass media.

Un universo complesso
Molta della retorica contro Al Jazeera e la sua presunta istigazione al terrorismo e alla violenza antioccidentale è dovuta proprio a questa reazione istintiva per la perdita di una supremazia mediatica fino ad allora indiscussa, piuttosto che a un’attenta analisi dei programmi dell’emittente. Un’indagine del 2002 della società americana Gallup mostra che, su un campione di 9 paesi arabi, gli spettatori di Al Jazeera sono i più favorevoli agli stili di vita e ai valori occidentali, mentre quelli delle reti arabe di intrattenimento - con palinsesti leggeri e reality show tagliati sul modello occidentale - sarebbero i più convinti sostenitori dell’impatto negativo dell’occidente sulle culture arabe e i più categorici nel dichiarare i due mondi “lontani e inconciliabili”.
L’indagine prova che non sempre le immagini di una cultura sono le sue migliori ambasciatrici; e che, forse, l’interazione fra culture non può ridursi a un semplice fatto media-mediato. Insomma, non basta aumentare la quantità del flusso di immagini che va da una cultura verso un’altra per guadagnarsi i favori di quest’ultima: teorema su cui si sono invece basate molte strategie di “media diplomacy” dirette ai paesi arabi, in primis quella americana.
Le conclusioni del sondaggio Gallup mostrano quanto poco l’occidente conosca l’universo mediatico arabo che, se in apparenza sembra ridursi ad Al Jazeera, di fatto si dispiega su oltre 500 canali satellitari in chiaro prodotti dagli arabi per gli arabi, con offerte di musica, quiz, reality show, documentari, sport. A questo punto, è doverosa la domanda: quale immagine dell’occidente viene fuori da questa miriade di canali televisivi? La selezione di programmi tv arabi presenti al Festival di Milano tenta di dare una risposta, cercando di ricostruire un universo televisivo arabo non piatto e non a senso unico ma, piuttosto, variegato e complesso, che si interroga sui rapporti con l’occidente in maniera nuova e originale.

Omaggio a Sembène Ousmane
Sembène Ousmane, scrittore di fama mondiale, è il primo grande cineasta dell’Africa sub-sahariana. All’indiscussa qualità artistica delle sue opere, si è sempre accompagnato un profondo impegno sociale e morale. Considerato il padre del cinema africano, con i suoi film e romanzi Sembène ha dato volto e voce al popolo africano, alla sua storia e alle sue culture. «L´Africa del passato non tornerà più: come comprendere una nuova Africa? Come parlare a tutti gli africani? Le lingue limitano la comprensione. Il cinema è l’arte che ci è più vicina: passiamo dall’oralità all’immagine... Il cinema dovrebbe essere la scuola serale dei giovani africani» diceva.
Nel 2008 il Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina ha dedicato un omaggio al grande regista da poco scomparso mostrando tutti i suoi film. Quest’anno, con il contributo del Comune di Milano - Ufficio cooperazione e solidarietà internazionale gemellaggio Milano-Dakar e la collaborazione della casa editrice Il Castoro, il Festival pubblica la prima opera monografica in Italia sul regista.

Onestà intellettuale e libertà
Sono passati più di quarant’anni dal suo primo film “Borom Sarret” e una lunga carriera di scrittore e cineasta premiato in tutto il mondo, quando, nel 2004, per la prima volta Ousmane è insignito del premio “Un certain regard” al Festival di Cannes, assegnato al suo ultimo film “Moolaadé”. Il riconoscimento sembra giungere molto in ritardo, e non a caso. Sembène è l’unico cineasta africano a non aver beneficiato delle facili opportunità produttive offerte dal governo francese e a non essersi mai allineato nelle sue scelte tematiche alle tendenze del cinema della cooperazione internazionale. Per realizzare “Camp de Thiaroye” (1997) ha dovuto pazientare per ben dodici anni. Il suo obiettivo era denunciare, senza compromessi con la Francia, un episodio tragico e violento della colonizzazione, realizzando per la prima volta una produzione cinematografica interamente africana grazie alla cooperazione di tre Stati (Senegal, Tunisia e Algeria). Il film, caso unico nella storia del cinema dell’Africa sub-sahariana, è presentato alla Mostra internazionale del cinema di Venezia, dove vince il Gran premio speciale della giuria. Quattro anni dopo, con “Guelwaar”, Sembène continua la battaglia che permea tutta la sua opera; la lotta contro l’ingiustizia e lo sfruttamento, la lotta per la dignità. Anche questo film non è selezionato a Cannes. Se stupisce il ritardo nell’attribuire un vero riconoscimento all’icona Sembène, sorprende anche il fatto che per tanti anni non siano state pubblicate in Francia monografie sulla sua opera. La maggior parte degli studi critici su di lui arriva dagli Usa. Dobbiamo aspettare il 2007 per trovare in libreria, in Francia, il primo tomo della biografia di Sembène a cura di Samba Gadjigo “Ousmane Sembène, une conscience africane”. Mancava quindi a tutt’oggi un testo che ne sapesse cogliere la tensione tra estetica e impegno politico, la ricerca delle radici profonde dell’Africa e la necessità della relazione con l’altro; un testo che abbracciasse l’opera cinematografica di Sembène in relazione con quella letteraria sotto un’angolatura più aperta rispetto alla radicalità dell’approccio militante afro-americano.

La prima monografia in Italia
Nasce così il libro “Sembène Ousmane” che viene presentato quest’anno al Festival. Il curatore Thierno Ibrahima Dia è un giovane critico cinematografico senegalese formatosi alla scuola di Africultures, rivista francese di cultura africana, la più importante fonte di informazione e approfondimento sul cinema africano oggi in commercio. Thierno raccoglie un’interessante varietà di sguardi sull’artista per restituirci in un unico libro quella ricchezza di approcci disciplinari e culturali che studiosi, giornalisti, professori e professionisti del cinema del mondo intero hanno dedicato negli ultimi anni al grande regista scomparso il 9 giugno 2007. Per la sua onestà intellettuale, per la fedeltà ai principi e per l’amore viscerale per l’Africa e il suo popolo, Sembène è oggi un mito per tutti gli africani.

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