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Il clima è cambiato, e con esso il nostro futuro. Fame, carestie e 150 milioni di profughi sono previsti per l’innalzamento della temperatura entro il 2050. Urge interrogarsi sulle responsabilità dei paesi ricchi. E sul ruolo di quelli emergenti. L’appello delle ong per un pianeta vivibile per tutti.

Fa caldo. La temperatura media sulla terra è cresciuta in cento anni di 0,7 gradi, con una vistosa impennata dal 1970; ma potrebbe salire ancora, alla fine di questo secolo, di altri 4 gradi. E’ l’allarme dell’Ippc, la Commissione Onu sul cambiamento climatico. 

Lo sconvolgimento del clima si materializza in un numero crescente di eventi meteorologici estremi (tifoni, siccità, uragani), nell’innalzamento dei livelli dei mari (fino a 60 centimetri nel 2090) e nello scioglimento di ghiacciai ritenuti perenni. E per i duemila scienziati curatori del rapporto sul clima che fa discutere il mondo, la colpa è dell’uomo.

Clima e sviluppo
Nel 2009 si torna a parlare di accordi internazionali sul clima, a Copenaghen. Pensando alla connessione tra ambiente e sviluppo la Focsiv propone una campagna a tema. «Bisogna connettere i problemi dei cambiamenti climatici con il diritto allo sviluppo sostenibile dei popoli» spiega Luca Basile, docente di ambiente e tecnologie all’Università di Bologna, e referente internazionale della campagna Focsiv. «Chi vive in povertà non subisce solo un effetto dei mutamenti climatici, ma molti effetti. La scarsità di cibo e acqua causa crisi umanitarie a breve termine, ma anche un problema per lo sviluppo a lungo termine» aggiunge Sergio Marelli, direttore Focsiv.
Il paradosso del cambio climatico sta nel fatto che a pagare il prezzo più alto del surriscaldamento del pianeta saranno i paesi più poveri. Il 96% delle vittime di eventi climatici estremi si ritrova infatti nei Sud del mondo: dallo Sri Lanka all’Honduras, dal Bangladesh al Guatemala. Siccità come quella che ha colpito l’Africa orientale sono dovute al cambio climatico; in Etiopia ad esempio dal ‘96 sono calate le piogge, il che è coinciso con l’aumento della temperatura dell’Oceano Indiano. La scarsità di pioggia ha ridotto la produzione di cereali, causando un’ondata di fame gravissima. Ma il caso etiope potrebbe essere solo l’assaggio delle crisi umanitarie di domani.
Gli scenari disegnati per i prossimi decenni dai climatologi sono drammatici: il surriscaldamento del pianeta danneggerà l’agricoltura, specie ai tropici, ridurrà la disponibilità di acqua potabile (nel Sahel e in America Centrale) e farà estinguere un terzo delle specie viventi. Ci sarà chi mancherà di acqua e chi dalle inondazioni dovrà difendersi: se si innalzeranno i livelli di fiumi come Nilo e Gange, milioni di persone dovranno allontanarsene.
Nel frattempo, paesi “emergenti” come Cina e India vedono crescere le proprie metropoli e industrie a velocità record e saranno responsabili, da qui a 30 anni, del 60% delle emissioni inquinanti mondiali (Aie outlook report).
«Le vie scelte dai paesi poveri per svilupparsi avranno effetti importanti sui cambi climatici» ammonisce Eveline Herfkens, coordinatrice della campagna “Obiettivi del Millennio” dell’Onu. Migliorare le condizioni di vita di due miliardi di poveri è una priorità della comunità internazionale, ma per farlo servirà produrre più energia e ciò peserà sull’ambiente: alla fine il prezzo più salato toccherà proprio ai poveri.
«Gli abitanti indigenti delle aree tropicali sono i più vulnerabili; è probabile che i paesi con meno risorse sostengano l’onere maggiore dei cambiamenti climatici, quanto a perdita di vite umane e relativo effetto sull’economia» insiste Herfkens.
I più poveri tra i poveri, che hanno contribuito meno all’accumulo di gas serra nell’atmosfera da cui dipende il riscaldamento del pianeta, saranno i più colpiti dai suoi effetti.

Da Montreal a Poznan
L’“effetto serra” è causato soprattutto dalla produzione di biossido di carbonio e altri gas derivanti dalle attività industriali. Il primo allarme sullo stravolgimento del clima risale al ‘74, quando si scoprì in Antartide un buco nella cappa di ozono che avvolge l’atmosfera e protegge dai raggi solari più violenti. Davanti all’evidenza dei pericoli legati all’assottigliamento dell’ozono si arrivò all’accordo di Montreal, che mise al bando nell’87 i clorofluorocarburi (cfc), gas artificiali colpevoli di “divorare” particelle d’ozono. Dopo anni di calma apparente il buco nell’ozono ha ripreso ad allargarsi e, quel che è peggio, un secondo squarcio, grande 8 volte l’Italia, è stato scoperto nei cieli del Tibet. Colpa, dicono le università cinesi, del clima impazzito.
L’altro pilastro della lotta al cambiamento climatico è il noto protocollo di Kyoto, ufficialmente in vigore dal 2005, benché sia stato scritto nel ’97: che impegna i paesi più industrializzati a ridurre del 5% le emissioni dei cosiddetti Co2 equivalenti (anidride carbonica, metano, ossido di azoto e altri gas). In realtà la portata del protocollo è ancora limitata: gli Stati Uniti non lo condividono, mentre Cina e India, pur avendolo ratificato, non dovranno sottostare ai suoi obblighi, perché non sono considerate responsabili dell’inquinamento generato durante un secolo di industrializzazione. Nell’atmosfera ci sono 3 milioni di tonnellate di Co2, che aumentano di 6 mila unità ogni anno. Ma non tutti contribuiscono allo stesso modo: un cittadino Usa produce in media 20 tonnellate annue di Co2, un europeo 9 e un indiano 1 tonnellata.
«La campagna Focsiv chiede che la riduzione delle emissioni di Co2 nei paesi industrializzati sia del 30% entro il 2020, e di tenersi nel mondo sotto i 2 gradi di aumento medio, perché altrimenti gli effetti dei cambiamenti saranno ben più costosi» spiega Basile.
L’Unione europea, infine, fa storia a sé; si presenterà compatta in Danimarca, dopo i recenti accordi di Poznan. L’impegno sul clima dei 27 paesi Ue prevede una riduzione del 20% delle emissioni entro il 2020 e la produzione per quella data di un 20% di energia pulita. Il nodo più criticato dell’accordo consiste tuttavia nel fatto che a qualcuno sarà permesso di arrivare più lentamente a quei risultati: fabbriche di cemento o acciaio avranno più tempo a disposizione per adeguarsi e pagheranno per intero il loro “diritto a inquinare” solo nel 2025. Nel frattempo però la produzione di gas serra invece di scendere è cresciuta dal 2000 a oggi dell’11%. Secondo gli esperti, il punto di non ritorno oltre cui serviranno cambiamenti drastici per evitare il peggio si avvicina in fretta: è il 2015.

Il debito ecologico
Per uscire dall’impasse, nell’ultima conferenza mondiale sul clima, a Bali, il governo degli Stati Uniti si è detto disponibile a negoziare il nuovo protocollo di Kyoto che entrerà in vigore dal 2013. Il secondo risultato del meeting indonesiano è stato la proposta di creare un fondo per indennizzare i paesi poveri che soffrono i danni del riscaldamento climatico e per tutelare le foreste.
Ma a creare un precedente davvero nuovo nella contabilità ambientale mondiale potrebbe essere la provocazione arrivata da Quito, capitale dell’Ecuador, il paese custode delle mitiche isole Galapagos. Il governo guidato da Rafael Correa (etichettato come eco-socialista) ha lanciato a fine 2007 l’Alleanza per il “credito ecologico”. L’idea si basa sulla teoria del debito ecologico, nata anni fa in Cile e rilanciata al vertice per lo sviluppo di Johannesburg nel 2002. Si parte da una constatazione: se la media di produzione mondiale di Co2 “sopportabile” dal pianeta è 4,1 tonnellate a testa, ma un cittadino statunitense ne consuma il doppio e un abitante dell’Ecuador la metà, la differenza andrebbe monetizzata, perché rappresenta un costo sociale ed economico per tutti. Per fare un esempio concreto: secondo il governo dell’Ecuador, se ogni tonnellata di Co2, al di sotto o al di sopra della media mondiale, valesse 10 dollari, gli Usa avrebbero un debito con gli altri paesi di 45 miliardi di dollari mentre l’Ecuador vanterebbe un credito di 325 milioni. La logica è che “chi inquina paga”, in questo caso è il Nord a trovarsi in debito con il Sud. La proposta ha incontrato ampio consenso in America Latina e ha assunto un aspetto concreto con il progetto Yasunì.

Yasunì, vince l’ambiente
Da un lato il petrolio: l’oro nero, che rappresenta un terzo delle esportazioni dell’Ecuador. Dall’altro la riserva naturale Yasunì, una delle zone di selva tropicale con maggiore biodiversità al mondo: ci sono più varietà di alberi e animali lì che in tutto il Nord America. Nel verde amazzonico più profondo, inoltre, vivono isolati gli indigeni Tagaeri.
Nel mezzo c’è un progetto di estrazione, proprio nelle terre Yasunì, che potrebbe fruttare 920 milioni di barili di greggio (pari a un quinto delle riserve dell’Ecuador). Ma per una volta sui piatti della bilancia l’ambiente ha pesato di più: il governo Correa vorrebbe salvare il parco naturale. Per l’Ecuador ci sarebbe una perdita di 350 milioni di dollari, il prezzo che questo piccolo paese andino sarebbe disposto a pagare pur di non bruciare quel petrolio e immettere nell’aria 432 milioni di tonnellate di Co2, che provocherebbero danni al pianeta per un valore stimato in 4 miliardi di dollari. In cambio di questo gesto controcorrente, Correa chiede alla comunità internazionale (governi, ong, imprese) di finanziare il Fondo Yasunì: il denaro raccolto sarebbe investito dall’Ecuador in energie alternative e conservazione ambientale.
«Si tratta di logiche economiche e ambientali: si ricompensa quel che genera l’ambiente» ha detto Correa, ricordando agli altri paesi che entro il prossimo anno riscriveranno il trattato di Kyoto che al mancato inquinamento andrebbe riconosciuto un valore.

Multinazionali preoccupate
Le industrie comunque non ignorano il problema ambientale. I big di Wall Street hanno finanziato con parecchi milioni di dollari, attraverso la Fondazione Rockfeller, il Carbon disclosure project: un osservatorio che indaga la sensibilità ecologica delle grandi imprese. Il punto della situazione ogni anno è fatto dal Global corporate climate change report (Gccr), spremendo le analisi di 1.300 imprese che rivelano di rendersi sempre più conto dei costi che il cambiamento ambientale avrà sui loro affari. La questione ecologica potrebbe costare cara, soprattutto se non si interviene a breve termine. Secondo il Centro euromediterraneo per l’ambiente, i danni economici legati a una mancata svolta in tema di politica ambientale globale si tradurrebbero in perdite paragonabili a quelle dell’attuale crisi borsistica: miliardi di dollari in fumo, per ogni anno di ritardo. Roba da collasso dell’economia mondiale, così come lo aveva annunciato Nicolas Stern, ex capo degli economisti della Banca mondiale. Su invito del governo inglese realizzò nel 2006 uno studio che fece scalpore: sosteneva che il cambiamento del clima produrrà un disastro sociale ed economico paragonabile alle due guerre mondiali o alla depressione del ’29.
Le multinazionali lo sanno, e si attrezzano. Le assicurazioni francesi Axa hanno rivelato di temere il cambio climatico più della crisi finanziaria. Honda e Toyota sono corse ai ripari, introducendo per prime motori ibridi sulle loro auto. Intel ha puntato 850 milioni di euro su un produttore tedesco di pannelli solari. Sony, Nokia e Nike hanno sottoscritto insieme al Wwf l’impegno a ridurre le emissioni di Co2, perché “in un ambiente degradato non può fiorire il mercato”.
Secondo il Gccr tutti gli industriali si dichiarano preoccupati e quasi tutti hanno un piano per ridurre le emissioni di gas serra, anche se pochi (il 29% degli intervistati) lo stanno già mettendo in pratica. L’unica consolazione è che la percentuale dei consapevoli cresce.

Politiche e sobrietà di vita
Occorre dunque salvare l’ambiente o lottare contro la povertà? L’uno e l’altro, secondo l’Onu e le ong, per cui i due obiettivi sono correlati. «La comunità internazionale è giunta a un punto critico e deve affrontare conseguenze ormai inevitabili. Le nazioni economicamente sviluppate sono responsabili del 70% del biossido di carbonio e hanno un obbligo speciale, a causa del loro uso indiscriminato di risorse naturali. E’ tempo che chi ha causato il problema inizi a pagare per la soluzione» dice Marelli.
Le linee direttrici da seguire sono due: da una parte si lavorerà per la “mitigazione” del cambio e dall’altra per l’adattamento. Mitigare il cambio climatico significa ridurre i fattori che possono provocarlo (come le emissioni Co2). Adattarsi significa investire in tecnologie e politiche che permettano ai paesi di sopportare la nuova realtà, pensando soprattutto ai più poveri. «L’adattamento costerà, ma non vorremmo che finisse contabilizzato come aiuto allo sviluppo» precisa Luca Basile. «Piuttosto servono risorse aggiuntive. In Inghilterra si investirà lo 0,2% del Pil in questo campo, in aggiunta agli aiuti per la cooperazione». Progetti e tecnologie dolci, capaci di tenere insieme esigenze ambientali e ambizioni di progresso sociale. Ma non solo. «Oltre all’impegno dei governi serve anche una scelta individuale, in favore di stili di vita più sostenibili».

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