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ugoborgaFarmaci antiretrovirali rubati e rivenduti al mercato nero. Oltre 40 milioni di dollari sottratti al Fondo globale per l'Hiv e girati su conti privati. Nonostante gli sforzi del paese, la lotta all'Aids in Uganda segna il passo. Mentre, nel caos generale, a guadagnarci sono le case farmaceutiche.

di Matteo Fraschini Koffi da Gulu

L'arresto di un ufficiale dell'Organizzazione per la sicurezza interna, Teddy Ssez Cheeye, il 22 ottobre scorso, ha oscurato ulteriormente la verità sullo scandalo riguardante l'abuso di finanziamenti del Fondo globale in Uganda: fondi che aiuterebbero la popolazione nella lotta contro l'Hiv/Aids. Sebbene l'Uganda sia considerata tra i paesi africani che hanno risposto meglio all'emergenza, le cifre restano preoccupanti. Sono almeno 300 mila, circa il 6,5 % della popolazione, gli ugandesi che hanno bisogno di farmaci antiretrovirali (Arv), ma solo 106 mila riescono a ottenerli. Per il Ministero della sanità (MoH) e Unaids, ci sono circa 110 mila bambini che vivono con l'Hiv e ogni anno 25 mila nascono sieropositivi. Più di 50 mila hanno immediato bisogno di Arv, ma meno di uno su cinque riceve i farmaci.
A questo scenario si aggiunge la corruzione. Teddy Cheeye è stato accusato di appropriazione indebita e falsificazione di documenti. Oltre a lui, sono almeno 11 i sospetti identificati in due anni di investigazioni ."I nostri avvocati hanno un caso eccellente contro gli imputati. Siamo pronti per loro". Così a novembre Sydney Asubo, direttore del dipartimento legale all'Ispettorato generale del governo, si esprimeva sul Daily Monitor, quotidiano locale.

Promesse non mantenute
Tutto iniziò nel 2006, quando Jim Muhwezi, ex ministro della Sanità, e gli assistenti Mike Mukula, Alex Kamugisha e Alice Kaboyo, furono licenziati e arrestati per aver sottratto dal Fondo globale somme per un totale di circa un milione di dollari, trasferito nei loro conti personali. Ma la situazione resta poco chiara. Gli accusati dichiararono alla stampa di aver operato sotto l'egida di autorità più potenti di loro, presidente e first lady inclusi, definendosi "capri espiatori". Al momento tutti gli imputati sono accusati di aver gestito male 43 milioni di dollari di prestiti del Fondo globale.
Benché il presidente Yoweri Museveni abbia più volte insistito perché si facesse luce al più presto su questa vicenda, il processo pare si sia bloccato. "Abbiamo perso molte vite per colpa del ministero della Sanità, e continuiamo a perderle" dice Alice Bomeng, 40enne affetta da Hiv. "Ci mettono nella lista del loro programma, ci dicono di prendere i farmaci, poi non ce li danno. Una mia amica, stanca del comportamento del governo, mi ha detto 'basta, torno nel mio villaggio a morire'". Quando Alice scoprì di essere sieropositiva, si inserì nel programma MoH. Tutto andò bene fino a quando il medico le disse che gli Arv, che avrebbe dovuto ricevere gratis, erano finiti e doveva comprarli in farmacia. Alice riuscì a mettersi nella lista di pazienti curati dall'ong Comboni Samaritan, che attraverso il Catholic relief service, organizzazione umanitaria americana, riceve i farmaci del Pepfar. Il controverso Pepfar, Piano d'emergenza per gli aiuti contro l'Aids, lo approvò nel 2003 l'ex presidente Usa, George W. Bush. Il programma iniziò con 15 miliardi di dollari da spendere in 5 anni, e fu rinnovato a maggio 2008 con 48 miliardi di dollari per un altro quinquennio.

Aiuti pelosi
Il Pepfar non serve solo a curare l'Aids, ma anche malaria e tubercolosi. Offre informazioni, corsi tecnici e rafforza il sistema sanitario locale. Grazie a questi fondi, le agenzie umanitarie hanno messo in lista un certo numero di pazienti che ricevono gli Arv gratis. Su 106 mila, sono circa 50 mila gli ugandesi che ricevono gli aiuti del Pepfar. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Nel suo libro "Genocide by denial" il noto medico ugandese Peter Mugyenyi, pioniere nella lotta contro l'Hiv/Aids, dimostra che le case farmaceutiche sono i veri beneficiari del Pepfar. Gli Arv, estremamente costosi per il salario medio di un ugandese, vengono brevettati, approvati dall'Amministrazione americana del cibo e dei farmaci (Fda) e venduti allo stesso governo Usa su richiesta delle organizzazioni umanitarie.
Andrew Ocara, a capo del programma per la distribuzione di Arv dell'organizzazione Numat (Nord Uganda malaria Aids e tubercolosi), spiega: "Numat è finanziato dall'agenzia umanitaria Usaid, che a sua volta riceve finanziamenti dal Pepfar. Abbiamo circa 4.500 pazienti. Il nostro compito è ordinare i farmaci e distribuirli nei centri sanitari sparsi per i villaggi. Lavoriamo anche insieme al John Snow Inc., istituto di ricerca basato a Boston. Loro controllano la distribuzione degli Arv, ci aiutano a tenere i conti e a scrivere gli ordini per la richiesta di altri farmaci". Con questa supervisione tutta statunitense, i profitti delle case farmaceutiche Usa sono enormi. Secondo l'organizzazione no profit Health gap, formatasi grazie ad attivisti per i diritti umani, professori e medici che combattono le ingiustizie perpetrate dalle case farmaceutiche, il Pepfar è nato con l'ideale dell'astinenza a sfondo religioso, invece di promuovere una seria prevenzione e l'uso del profilattico; inoltre, brevettando i suoi farmaci, ostacola la produzione di Arv generici, molto meno costosi.

Interferenze tra gli aiuti
Altre critiche sono mosse contro l'approvazione dei farmaci attuata unicamente dall'Fda, senza riguardo per l'Organizzazione mondiale della sanità, l'organismo Onu che renderebbe l'operazione più imparziale e faciliterebbe l'accesso a più malati. Gli Arv così arrivano sì gratuitamente, ma solo a un numero esiguo di persone.
Tra l'altro, molte famiglie si dividono in figli sotto l'MoH, e genitori sostenuti dal Pepfar. Queste strategie parallele non fanno che minare la struttura sociale del paese. "Quasi metà dei nostri pazienti provengono dal programma MoH" spiega il dottor Ocara. "Negli ultimi tre mesi, nei distretti di Kitgum e Lira, in centinaia erano rimasti senza gli Arv del governo, e ciò succede spesso".
Secondo un recente rapporto della Coalizione internazionale per la preparazione del trattamento (Itpc), l'immagazzinamento di Arv è un problema che si sta aggravando. "La stampa riporta casi in cui alcuni farmaci spariscono durante il percorso" precisa Aaron Muhinda, uno degli autori. "In Soroti un individuo si è finto ufficiale distrettuale per impossessarsi di una partita di medicinali e rivenderli a una farmacia". Nel 2007, invece, Arv del valore di quasi un milione di dollari sono scaduti sotto gli sguardi impotenti degli ufficiali del deposito per la Scorta nazionale di medicinali (Nms). "Il sistema per richiedere medicine all'Nms attraverso l'MoH è troppo burocratico e complesso" spiega Martin Odong, vice direttore all'ospedale Lacor. "Le strutture cliniche operano per lo più in villaggi remoti, dove spesso mancano corrente e attrezzature. Persino mandare un fax o un'e-mail è un problema".
Alice Bomeng ammette che ci sono lacune anche nel modus operandi delle organizzazioni umanitarie: "Si sta creando un mercato parallelo. Poiché non c'è molto coordinamento tra le ong, sono numerosi i casi in cui i malati di Hiv si registrano con diversi programmi e vendono le medicine che hanno in più. L'emergenza Hiv in Uganda è molto difficile da gestire se lo si vuol fare seriamente". E conclude: "È come trovarsi davanti una nave che affonda con a bordo migliaia di persone, e avere solo poche decine di scialuppe di salvataggio".

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