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immiImmigrati nelle squadre di protezione civile in Lombardia, docenti d’appoggio brasiliani e romeni per i bimbi stranieri in Piemonte, studenti africani nei centri Caritas dell’Emilia Romagna. Cresce la galassia dei migranti che si impegnano nel volontariato, diventando soggetto attivo di una nuova società civile.  La nostra inchiesta.

di Giulia M. Foresti e Maurizio Dematteis

«L’Italia, a confronto con gli altri paesi industrializzati, risulta poco aperta agli apporti culturali provenienti dall’estero. E visto che la differenza culturale, se ben gestita, è uno stimolo per favorire la crescita, dovremmo essere più aperti nei confronti di chi ha una lingua e una tradizione diversa dalla nostra, nei confronti di chi porta con sé molteplici esperienze. Perché tutto questo rappresenta un patrimonio da non disperdere, e in una competizione economica a dimensione globale è svantaggiato chi non valorizza le reti». Questo il parere di Franco Pittau, membro della Caritas/Migrantes e responsabile dei Dossier immigrazione da essa pubblicati annualmente, che vede nell’impegno civile realizzato da immigrati e italiani gomito a gomito, magari stimolati dalle istituzioni, la possibilità di valorizzare quella grande babele di culture che coesistono oggi nel nostro paese. Realizzando un triplice risultato: integrazione, conoscenza reciproca e apertura mentale.

Il paese reale
«L’immigrazione è fatta di dare e avere, ma anche di cambiamento di mentalità» continua Franco Pittau. «La situazione attuale è una palestra che aiuta a prepararsi al futuro, in cui italiani e immigrati sono chiamati a convivere. Non bisogna continuare a immaginare un paese che non esiste: è più conveniente accettare l’immigrazione come dimensione intrinseca della società». E le cifre parlano chiaro: gli immigrati regolari in Italia sono circa quattro milioni, con un incremento nel solo 2007 di diverse centinaia di migliaia. Oggi non vi è regione o paese estero di provenienza che non sia rappresentato in Italia. Il tasso di attività degli stranieri è del 73%, e questo si traduce, secondo Unioncamere, nel fatto che gli immigrati concorrono per il 9% alla creazione del Pil nazionale e pagano 3,7 miliardi di euro in tasse. «Questo radicamento, così forte anche in una congiuntura poco favorevole, ci fa apparire come desuete e inadeguate le parole “straniero” ed “extracomunitario”. Parole che spesso noi riferiamo a persone che non sono affatto estranee alla nostra società» spiega Pittau. E allora, come si legge in una ricerca ancora una volta realizzata da Caritas/Migrantes con la Commissione nazionale contro l’esclusione, bisogna evitare che l’immigrazione diventi una “realtà periferica”. Ad esempio attraverso la promozione dell’impegno degli stranieri nel mondo del volontariato. Una realtà che si sta sviluppando in Italia, ma di cui si sa ancora poco, perché relativamente nuova. Infatti le principali agenzie nazionali specializzate sui temi dell’immigrazione da noi interpellate, come Caritas o Fivol (Fondazione italiana per il volontariato), non hanno saputo darci informazioni o dati quantitativi a riguardo. Abbiamo allora deciso di effettuare un primo lavoro di indagine alla ricerca di alcune storie di “immigrazione straniera” in giro per l’Italia.

Lombardia: assistenza civile
Montevecchia è un piccolo comune di 2.451 anime situato tra Milano e Lecco, sulle colline delle Prealpi, nel cuore della Brianza. Grazie a un’economia locale legata al settore agricolo, alla presenza di numerose attività produttive e a un buon numero di strutture per l’attività di ristorazione, il comune da anni ha a che fare con il fenomeno dell’immigrazione. Tanto che una delle sue associazioni, il Civac (Corpo internazionale volontari per l’assistenza civile), ha promosso un progetto per favorire l’integrazione interculturale proprio attraverso il volontariato. «L'Italia è un vero e proprio “porto di frontiera” del Mediterraneo» spiegano i responsabili dell’associazione, «che negli ultimi decenni ha visto crescere in modo esponenziale la presenza di immigrati nel proprio territorio. Essi, a oggi, costituiscono una fetta importante ed essenziale dell'intera popolazione, smentendo coloro che ancora parlano di “minoranze”. Quindi la domanda che ci siamo posti noi del Civac è stata: come favorire l'integrazione di queste diverse culture, dando loro la possibilità di sentirsi parte attiva del nostro tessuto sociale?». Detto fatto. L’associazione ha avviato un progetto che in una prima fase prevede l’inserimento di personale volontario straniero nei propri reparti, affiancato a personale italiano specializzato, per un primo periodo di formazione. Una seconda fase in cui non solo gli immigrati verranno impiegati nei gruppi di intervento, ma essi a loro volta, ormai specializzati, istruiranno i colleghi italiani sulle realtà dei propri paesi d’origine. Inoltre i reparti misti di volontari, in caso di eventi calamitosi, potranno intervenire in paesi stranieri comunicando nella lingua del posto e avendo un occhio di riguardo al rispetto di usi e costumi locali.

Piemonte: il lavoro dell’Asai
«Aiuto bambini stranieri a fare i compiti perché credo di racchiudere in me stessa tutte le problematiche che questi bimbi possono vivere: quando sono arrivata in Italia gli ostacoli maggiori erano l’integrazione, una nuova lingua e anche il rapporto con i coetanei. Attraverso lo studio, la passione per l’istruzione e la conoscenza, cerco di aiutare questi bambini a migliorarsi nel tempo affinché l’integrazione per loro sia più facile e migliore». Sirlene, 23 anni, originaria del Brasile, oggi svolge volontariato presso l’associazione Asai di Torino. Quando arrivò in Italia, dieci anni fa, l’integrazione era per lei la sfida più importante, anche a costo di mettere da parte la sua identità. «Ora penso invece che non dimenticarsi della propria lingua e cultura sia importante e che ciò non debba andare a discapito dell’integrazione». Anche Vivi, 37 anni, originaria della Romania, presta servizio presso l’Asai, con queste motivazioni: «L’accettazione in una società dipende molto dalla fiducia che si ha verso se stessi, ed essere bravi a scuola aiuta molto. Sento di avere una responsabilità nei confronti dei bambini che aiuto, perché sono immigrati di seconda generazione. Essendo ancora piccoli, è facile che si sentano spiazzati perché a cavallo tra due culture, due paesi, e magari anche due mentalità diverse. Io posso essere ai loro occhi un esempio. Mi sento in dovere di trasmettere loro questa speranza».
Sergio Durando, presidente dell’Asai di Torino, conferma che con il passare del tempo cresce il desiderio dei cittadini immigrati di partecipare alle vicende del territorio e della comunità in cui vivono e, nel caso della sua associazione, di contribuire a un’esperienza educativa che coinvolge i minori. «Il volontariato fa incontrare e interagire giovani italiani e stranieri. Insieme si pongono domande e portano avanti esperienze che aprono dimensioni collettive di partecipazione» spiega. Ma quali sono le motivazioni che spingono gli stranieri a impegnarsi in attività di volontariato? Secondo il presidente dell’Asai, «se l’integrazione, soprattutto nel caso dei giovani, passa attraverso il protagonismo, il volontariato offre spazi e opportunità concrete in questo senso. L’impegno è una richiesta che corrisponde a un diritto di partecipazione. C’è chi arriva qui attraverso tirocini, e poi per una forte motivazione continua a lavorare con noi; chi ha usufruito un tempo delle nostre attività e per una sorta di “desiderio di restituzione” viene ad aiutarci. Ci sono poi gli adulti che, avendo i figli coinvolti nelle nostre iniziative, danno il loro contributo. Alcune mamme marocchine o romene prendono addirittura una settimana di ferie dal lavoro per venire a cucinare nei nostri campi estivi».

Emilia Romagna: la Caritas
«E’ una bellissima esperienza, un’opportunità per conoscere meglio la città e renderci utili alla comunità. Grazie al nostro vissuto cogliamo tanti aspetti che ai colleghi italiani possono sfuggire. Si crea subito un contatto forte con gli stranieri che accedono al servizio, diventiamo un punto di riferimento». La testimonianza è di Stephane Tcheussi, giovane camerunese in forza presso il Centro d’ascolto della Caritas di Reggio Emilia insieme al connazionale Mahade Deffo. I due ragazzi studiano presso la facoltà di Scienze della comunicazione nel capoluogo emiliano e svolgono il servizio civile presso il centro, grazie a un bando della Regione Emilia Romagna che, a partire dal 2008, ha esteso questa opportunità anche agli stranieri. Al centro si rivolgono duemila persone ogni anno, l’85% stranieri, provenienti da 62 nazioni. Abitazione, assistenza sanitaria, aiuti alimentari, lavoro, sono alcuni dei problemi verso cui si orienta l’assistenza.
Ma perché lo fanno? «L’università è un periodo che va sfruttato per aprire la propria mente a realtà diverse», spiega Mahade Deffo. Che oltre a impegnarsi nel nuovo paese non si scorda quello d’origine: «Con alcuni amici reggiani abbiamo creato l’associazione Asapai, che sostiene i bambini di strada delle città camerunesi. E’ un modo per coniugare l’impegno nel volontariato con l’amore per il nostro paese».

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