Logo
focsiv
Condividi

gaza_60301bMentre gli occhi del mondo erano puntati sul dramma di Gaza, sono avanzati in modo esponenziale i coloni in Cisgiordania. Nel silenzio, approfittando dell’assenza dei soldati di ronda e delle organizzazioni umanitarie. Come testimoniano le stesse associazioni israeliane.

di Daniele Biella

Le bombe, il terrore, il migliaio (almeno) di civili morti, tra cui 250 bambini: la tragedia avvenuta nella Striscia di Gaza è ancora sotto gli occhi di tutti. E continua a smuovere le coscienze, provate dall’impotenza di fronte a tanta violenza, trasmessa in mondovisione. Ma qualcos’altro è successo, negli stessi giorni, nella West bank o Cisgiordania, l’altra parte dei Territori palestinesi, che comprende le città di Gerusalemme est, Betlemme, Hebron, Nablus, Ramallah. Qualcosa che è accaduto a riflettori spenti, perché puntati tutti sul dramma di Gaza. «Nel territorio di Yatta, a sud di Hebron, centinaia di “dunums” di terra palestinese sono stati confiscati dai coloni israeliani in pochi giorni» ha denunciato, l’indomani della tregua, il ministro degli Affari religiosi dell’autorità palestinese Jamal Bawatneh. Una denuncia arrivata ai media arabi ma del tutto ignorata da quelli occidentali. Forse perchè troppo di parte? «No, è successo veramente, ne sono testimone diretto» dice a VpS l’israeliano Amiel Vardi, responsabile dell’ong Ta’ayush (“coesistenza” in arabo), creata nel 2000 da volontari israeliani e palestinesi per promuovere una pacifica convivenza.

L’esproprio della terra
Non che l’esproprio di terreni rappresenti una novità da quelle parti: basti pensare ai 145 km del famigerato muro che il governo israeliano sta costruendo dal 2002 lungo tutta la Cisgiordania (una barriera bollata come “criminale” dal Tribunale penale internazionale) e che alla fine porteranno via almeno 150 mila dunums, cioè 15 mila ettari ai territori palestinesi. «L’aspetto sconvolgente è la modalità di queste nuove confische» spiega Vardi, «gli abitanti della colonia di Susya, ad esempio, hanno approfittato del fatto che la gran parte dei soldati fosse al fronte a combattere per prendere più terra nel minor tempo possibile». La stima dell’attivista israeliano è di circa 10 ettari, ossia dieci campi da calcio, in sole tre settimane: lo stesso quantitativo che viene tolto ai palestinesi di quelle zone ogni anno. «Può sembrare strano, ma uno dei ruoli dei soldati israeliani è contenere l’espansione dei coloni: per questo noi volontari cerchiamo la collaborazione dell’esercito nel fermare le loro azioni». Un intervento che durante la guerra di Gaza, a Susya ma non solo, è stato ridotto al minimo. «Sono sorti nuovi avamposti, preludio di ulteriori allargamenti della colonia esistente». E pensare che la crescita dei “settlements”, le colonie israeliane nate su territorio palestinese, è oggi il tema più discusso in Israele. Soprattutto dopo che lo scorso settembre anche Condoleeza Rice, segretaria di Stato uscente degli Usa, le ha definite «il maggior ostacolo alla pace in Medio Oriente». Qualche cifra: a fine 2008, secondo Peace now, storico movimento israeliano che chiede al proprio governo di permettere la creazione di uno Stato palestinese, erano 121 i settlements presenti in territorio palestinese, più 102 avamposti. Ci vivono 462 mila coloni, tutti ebrei con cittadinanza israeliana ma provenienti da varie parti del mondo, in particolare Usa e Russia, formatisi in scuole ultraortodosse: un numero che, da un decennio a questa parte, aumenta del 6% ogni anno.

Soprusi quotidiani
Vardi sa che le colonie sono un grosso problema per il suo paese, lui che nel ‘67, anno della guerra dei Sei giorni (in cui Israele ha occupato per la prima volta la Cisgiordania per poi mai ritirarsi del tutto, come invece gli fu intimato dalla risoluzione 242 dell’Onu) aveva 12 anni. Oggi ne ha quasi 54, la maggior parte spesi come attivista, «scelta che mi è costata più volte la prigione, ma in cui credo ancora, come tanti altri». Scelta che porta lui e la sua ong a scontrarsi spesso con i suoi concittadini, coloni in primis: a Susya come nella vicina Ma’on, l’altra grossa colonia delle colline a sud di Hebron. È nei pressi di quest’ultima, sorta nell’82, e dell’avamposto Havat Ma’on (‘99), entrambi a lato del villaggio palestinese di At Tuwani, che si sta consumando una vicenda umana senza precedenti per la sua crudezza. Da una parte, i 3 mila coloni con le loro case in muratura, le strade asfaltate, i servizi efficienti; dall’altra i 400 palestinesi che, tra At Tuwani e i cinque piccoli insediamenti circostanti, vivono di pastorizia e agricoltura dormendo in grotte, con pochissima acqua e tre ore di elettricità al giorno. «Ma il vero problema è la convivenza impossibile. I soprusi da parte israeliana sono da anni all’ordine del giorno». A dirlo è Piergiorgio Rosetti, 34enne di Ravenna che ha vissuto ad At Tuwani, a fasi alterne, due degli ultimi quattro anni come volontario dell’Operazione Colomba, il corpo civile nonviolento dell’associazione Papa Giovanni XXIII che interviene come mediatore di pace nei conflitti. L’Operazione Colomba è venuta a conoscenza di quel che accadeva nelle colline a sud di Hebron proprio grazie all’ong Ta’ayush e dal 2004, data di avvio del progetto So close so far (“Così vicino così lontano”, finanziato dall’Unione europea) fa presenza fissa nel villaggio, assieme a un altro corpo civile di pace, lo statunitense Cpt, Christian peacemaker teams. Ma cosa succede da quelle parti? «Terreni bruciati e confiscati (almeno 150 ettari fino a oggi, ndr), bestiame avvelenato, ulivi sradicati, blocchi stradali, aggressioni a pastori e a contadini: queste alcune azioni che gli abitanti di Ma’on e dell’avamposto compiono allo scopo di cacciare i palestinesi dalla loro terra».

Sassate sui bambini
«Ma il motivo della nostra presenza qui è soprattutto un altro: ad At Tuwani c’è l’unica scuola della zona e i bambini dei villaggi vicini, per arrivarci senza metterci ore, seguono la via più diretta, il sentiero che lambisce Havat Ma’on. Qui succede che vengano attaccati dai coloni, anche con lanci di pietre». Sassi addosso agli studenti che si recano a scuola? «Sembra assurdo, ma è così», spiega il volontario italiano, «e ciò avviene anche perchè l’esercito israeliano, che secondo le leggi vigenti dovrebbe scortare i bambini nel tratto incriminato, si “dimentica” di farlo o lo fa in modo sommario». A quel punto, sono i volontari della Colomba e dei Cpt che devono scortare i bambini, a volte scontrandosi con la rabbia dei coloni stessi. Anche Rosetti, come altri, è stato malmenato per la sua presenza. «Ma, per quanto possibile, cerchiamo il dialogo con i coloni. La nostra presenza ha come fine la convivenza pacifica nella zona, che può avvenire solo attraverso il rispetto dei diritti umani, tra cui l’istruzione». Operazione Colomba e Cpt stilano alla fine di ogni anno scolastico un report delle attività di accompagnamento della trentina di piccoli studenti, che poi mettono on line: «Nel 2007-2008 l’esercito non si è presentato per scortare i bambini il 10% delle volte. Quando c’era, nel 40% dei casi i soldati sono arrivati in ritardo, e l’83% delle volte hanno scortato i bambini senza scendere dalla jeep. In tutto gli attacchi ai bambini sono stati 14». Nel 2008, tali attacchi sono diminuiti, ma non le altre intimidazioni: a fine novembre un colono ha sgozzato l’asino di un contadino, e pesanti massi sono messi di continuo dai coloni sull’unico percorso che collega At Tuwani a Yatta e a Hebron. Proprio nel punto in cui la via, non asfaltata, incrocia una strada a scorrimento veloce che collega le varie colonie, interdetta ai palestinesi. «Durante la guerra nella Striscia, che si trova 50 km a ovest da qui, la tensione era altissima, anche perchè la maggior parte delle volte i soldati non si sono presentati per la scorta, dicendo di aver cose più importanti cui pensare» racconta Federica Faggioli, presente oggi ad At Tuwani con altri sei volontari della Colomba (in 4 anni, circa 300 volontari hanno vissuto qui almeno due settimane).

Interposizione nonviolenta
«Meno male che in quel periodo si sono alternate varie visite di solidarietà internazionali al villaggio» dice la volontaria. La più importante «è stata quella di 50 persone condotte il 31 dicembre, in pieno conflitto a Gaza, da Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento europeo». Il piccolo villaggio palestinese è al centro dell’attenzione del massimo organo politico europeo da quando, nel 2005, i sui abitanti hanno scelto la nonviolenza come risposta agli attacchi dei coloni, unendosi nel South Hebron hills committee. Un comitato presieduto da Hafez Huraini, 37 anni, musulmano, padre di 5 figli, noto in tutti i Territori da quando, nel 2006, a una marcia pacifica di protesta per la drammatica situazione di At Tuwani, fu arrestato senza apparente motivo dai soldati israeliani sotto gli occhi delle telecamere tv e dei volontari internazionali. «Sono stato due settimane in carcere. Da allora ogni sei mesi devo ripresentarmi al tribunale militare israeliano. A oggi non so ancora il motivo» spiega Huraini, che a fine novembre 2008 ha potuto per la prima volta uscire dalla Cisgiordania per recarsi in Italia, invitato da varie associazioni per raccontare e raccogliere fondi per la causa nonviolenta del suo villaggio. «Malgrado quello che mi è successo, non ce l’ho con nessuno» dice Huraini, mentre una jeep di soldati israeliani passa a pochi metri dal luogo in cui si sta bevendo un tè alla menta, «ma vorrei un futuro migliore per i miei figli e la gente del villaggio. Credo che la soluzione al conflitto israelo-palestinese debba passare da qui: dalla convivenza e il rispetto reciproco tra gli abitanti israeliani di Ma’on e i palestinesi di At Tuwani». Parole forti, di speranza, pronunciate in un luogo sperduto che ricorda i tempi di Gesù, dove la gente vive ai limiti della sopravvivenza, chiedendo a gran voce una cosa sola: pace.

Newsletter

 

Corsi e webinar di Ong 2.0

Lavorare nella cooperazione internazionale, il nuovo percorso di formazione 2017

outdoor-1807522 1
Dal risk management nei Paesi a rischio, all’amministrazione di un progetto; dal Project Cycle management, all’approccio di genere fino alle…