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cover fbDal 23 al 27 ottobre la mostra sui detenuti siriani vittime di tortura torna a Milano per la sua seconda esposizione in città

di Luca Lampugnani

Il corpo emaciato di Mazen è una finestra aperta sulla sua anima, mentre con la voce spezzata racconta gesticolando nervosamente quanto ha dovuto subire nel corso della sua prigionia a Damasco. Quarant’anni, ex ingegnere di Dar Al Zour, in Siria, Mazen AlHummada suo malgrado non è più solo un uomo. La triste piega degli eventi che dal 2011 hanno cambiato per sempre il volto del suo Paese lo hanno reso un simbolo delle violenze perpetrate dal regime di Bashar al-Assad: memoria viva e vivente di una brutalità che è tutt’altro che nuova nel buio delle celle siriane.

Il pubblico milanese ha conosciuto Mazen lo scorso marzo, quando ha coraggiosamente accettato l’invito alla mostra fotografica “Nome in codice: Caesar – Detenuti siriani vittime di tortura”. Trenta scatti che raccontano l’efferata crudeltà con cui il regime di Bashar al-Assad cancella i suoi oppositori. Perché non solo li tortura spietatamente fino ad ucciderli – solo Mazen e pochi altri sono usciti, almeno fisicamente, da quell’incubo. Ma soprattutto ne spezza lo spirito, ne annulla l’umanità.

Paradossalmente, le foto che compongono la mostra sono l’antidoto a questa reiterata e sistematica strategia di annientamento dell’essere umano. Sia perché pongono sotto i riflettori i corpi martoriati dalle torture, portando così alla luce la spietatezza di uno Stato che si accanisce contro i suoi stessi figli. Sia perché, soprattutto, hanno contribuito a ridare un nome e un volto a migliaia di persone che dal 2011 in poi sono state costrette alla detenzione, torturate e uccise.

Le immagini sono state scattate da un ex ufficiale della polizia militare siriana, conosciuto dopo la sua fuga dal Paese con lo pseudonimo di “Caesar”; un fotografo forense che prima delle rivolte del 2011 aveva il compito di documentare con i suoi scatti incidenti o scene del crimine in cui fossero coinvolti membri delle forze armate. Ma dal 2011 al 2013, su disposizione dei suoi superiori, fu incaricato di imprimere nella memoria della sua macchina fotografica i corpi delle migliaia di persone decedute nei centri di detenzione di Damasco.

Autenticate da varie Commissioni d’inchiesta indipendenti, delle oltre 53 mila immagini trafugate da “Caesar”, quasi 30 mila mostrano i corpi senza vita di detenuti - di cui è stato possibile identificarne almeno 6 mila - e costituiscono le prove per eventuali e futuri processi per crimini di guerra e contro l’umanità.

Ma, soprattutto, rappresentano una testimonianza cruda e puntuale di ciò che è stato, e che ancora oggi continua ad essere in Siria. seconda serata copia

Proprio per rafforzare ulteriormente questa necessaria consapevolezza, long milanese CELIM ha deciso di riproporre la mostra “Nome in codice: Caesar – Detenuti siriani vittime di tortura”, dopo la prima milanese dello scorso marzo. Le foto resteranno esposte nella cornice del Cortile di Farmacia dell’Università degli Studi di Milano, in via Festa del Perdono 7, dal 23 al 27 di ottobre.

> ATTENZIONE: per la natura stessa delle foto esposte, la visione è sconsigliata a chi è facilmente impressionabile e potrebbe sentirsi urtato dalla loro crudezza.

> Il programma dettagliato su www.celim.it (link >  http://www.celim.it/it/2017/09/18/torna-a-milano-la-mostra-nome-in-codice-caesar/)