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urbanisation and food

Politiche urbane sul cibo. Oggi, con sempre più città che si pongono domande sul come raggiungere la sovranità alimentare a livello regionale, le buone pratiche aumentano e si può imparare qualcosa in ogni angolo del mondo. Energia, rifiuti, cibo, mobilità e acquisti ecologici, i cinque filoni affrontati in un seminario sulle politiche urbane sul cibo tenuto all'università di Torino per conoscere iniziative proveniente da tutto il mondo, scambiare idee e conoscere come grandi organizzazioni internazionali e amministrazioni locali si stanno muovendo. 


L'argomento, da un punto di vista di policy urbana, è innovativo. Discuterne può presentare aspetti ancora poco esplorati dal momento che il rapporto Nord-Sud del mondo è simmetrico. I problemi legati al cibo e alle realtà urbane sono ovunque ma vengono trattati in maniera diversa. Per questo motivo, ogni amministrazione può apprendere molto da altre realtà urbane. Ecco come si sono sviluppati gli interventi sul tema.

Per ottenere buoni risultati, tutti devono collaborare. A partire dall'università che, attraverso le parole del rettore Gianmaria Ajani, "deve essere più veloce nell'offrire alle istituzioni, alle ONG e altri enti, gli esiti delle ricerche portate avanti in ambito accademico per trasmettere delle competenze utilizzabili per nuove politiche e iniziative". Un'attività che va in questa direzione è Green Office, un'iniziativa portata avanti lanciata dall'università di Torino pochi mesi fa che vuole unire allo stesso tavolo ricercatori, studenti, amministratori locali e cittadini per promuovere una sostenibilità urbana attraverso cinque canali: energia, rifiuti, cibo, mobilità e acquisti ecologici. Il tutto in una città che sta pensando ad una Food Commission per pensare alla produzione e distribuzione di cibo di qualità in maniera diffusa nella regione metropolitana.

   

roof E le grandi organizzazioni internazionali come si stanno muovendo? La cooperazione allo sviluppo italiana, rappresentata da Stefano Ligrone, ricorda come i 17 obbiettivi di sviluppo sostenibile che rappresentano l'asse portante dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, guardano in maniera importante alla sicurezza alimentare e che vanno realizzati in tutto il mondo. Per farlo, la cooperazione internazionale insieme alle istituzioni locali e alle grandi organizzazioni basate in Italia (tra cui FAO, IFAD e WFP) devono guardare alla sicurezza alimentare in termini qualitativi e quantitativi da raggiungere attraverso incentivi verso i piccoli produttori che possano così sostenere una sostenibilità ambientale regionale. Il tema è scottante perché le città stanno crescendo sempre di più (oggi già il 54% della popolazione mondiale vive in città e questo numero raggiungerà il 66% nel 2050 secondo le previsioni ONU) aumentando il rischio di disuguaglianze urbane, nuovi flussi migratori ed emergenze alimentari che un tempo erano più frequenti in zone rurali che in grandi centri abitati. Per questo è importante l'articolo 123 della "New Urban Agenda", adottata in forma di bozza a Quito poche settimane fa a termine della conferenza Habitat III, che invita alla sicurezza alimentare e nutrizionale urbana e peri-urbana per garantire a tutti i diritti alimentari attraverso azioni che combattano lo spreco alimentare e facilitino i servizi cittadini. 

La necessità di collegare al meglio i centri metropolitani e le aree rurali è stata rimarcata più volte. In rigoroso ordine cronologico, Thierry Giordano della Advocacy and Capacity Development Division della FAO, ha sottolineato come bisogna partire dalla domanda proveniente dalla popolazione per rispondere con un'offerta di programmi e progetti. Questi poi, se dimostrano di creare dei sistemi alimentari sostenibili, possono entrare a far parte di un insieme di buone pratiche che la FAO sta raccogliendo e vuole pubblicare nel 2017. Tra i vari progetti portati avanti direttamente dalla FAO, come spiega Michela Carucci della Plant Production and Protection Division, il Food for the Cities Programme merita particolare attenzione. Il progetto, portato avanti insieme a RUAF, mira a sviluppare un quadro teorico e un piano d'azione che sottolinei le aree di priorità di intervento per costruire sistemi alimentari regionali sostenibili e resilienti. Attraverso la partecipazione di diversi attori, le aree di studio del progetto sono 8 città tra cui Toronto (che ha iniziato a ragionare su politiche urbane del cibo nel 1991), Quito (che ha ospitato la conferenza Habitat III) e Dakar (che ha sperimentato in maniera importante il micro-giardinaggio in orti urbani). Analisi sulle città coinvolte potete trovarle qui

New crops-Chicago urban farm Ritornando alle emergenze alimentari urbane, Jimi Richardson della divisione emergenze del World Food Programme, spiega come la gestione di improvvisi shock alimentari è cambiata nel tempo. Richardson spiega come, in passato, i loro interventi riguardavano quasi esclusivamente aree rurali poco collegate con centri abitati e quindi difficili da raggiungere. Nel tempo, la crescita dei centri metropolitani ha fatto si che molti fattori (disastri naturali, conflitti ma anche shock economici) vadano a colpire il sistema alimentare che permette la distribuzione del cibo a tante persone in centri abitati. Questo implica una diversa gestione del problema dal momento che è il sistema urbano, guidano dalle municipalità locali, a dover dare la prima risposta alla crisi. Le organizzazioni internazionali come il WFP non possono quindi entrare in questi contesti in maniera invasivi ma devono rifarsi alle amministrazioni cittadine e fornire, se richiesto, il supporto necessario. Le tecnologie ICT sicuramente facilitano un intervento più rapido dal momento che è possibile, per esempio grazie ai cellulari, condurre delle ricerche sulla situazione alimentare di una determinata zona in maniera più veloce che attraverso un lungo lavoro di indagini sul campo. 

L'interazione tra soggetti che certe domande non se le ponevano in passato è stato tema anche dell'intervento di Slow Food, rappresentato da Ludovico Roccatello. Roccatello spiega come Slow Food sia stato tra i primi soggetti ad avvertire il fatto che chi si è occupato sempre di città come i pianificatori urbani e chi invece "nasce" dall'ambiente rurale (come lo stesso Slow Food) negli ultimi anni si è ritrovato a doversi occupare sempre più di cibo in quanto elemento fondamentale della analisi sul futuro delle nostre città. Cibo e città devono andare a braccetto, come spiega Carolyn Steel, e per farlo, chiude Roccatello, bisogna pensare ad una politica alimentare comune e non più ad una esclusivamente agricola

Dopo una prima parte dedicata al tema in maniera più teorica attraverso le presentazioni di enti internazionali, il pomeriggio si è concluso con gli interventi provenienti direttamente dal mondo locale, quello urbano. In particolare, "le voci delle città" provenivano da Milano e Torino. Cinzia Tegoni, coordinatrice del progetto "Food Smart Cities for Development", ha presentato al pubblico l'esperienza del Milan Urban Food Policy Pact, un accordo firmato a Milano durante EXPO 2015 da 46 città che oggi ne vede coinvolte 132. Il patto, sviluppato attraverso una serie di incontri e collaborazioni, consiste in 37 azioni che le città firmatarie si assumono di portare avanti al fine di ottenere uno sviluppo urbano che favorisca una sostenibilità alimentare attraverso la collaborazione tra municipalità di tutto il mondo che sono invitate a scambiarsi buone pratiche e a coinvolgere più attori possibili, dal privato al mondo della ricerca. Tra le iniziative portate avanti nel capoluogo lombardo, ricordiamo la campagna "Io Non Spreco" portata avanti da Milano Ristorazione (considerato il più grande ristorante d'Europa dal momento che serve 80.000 pasti al giorno nelle mense milanesi), Legambiente, il Distretto Agricolo Milanese e il Comune di Milano

Rimanendo in area milanese, Andrea Magarini di Està - Economia e Sostenibilità, ha presentato il progetto "Food and the Cities" che spiega come una food policy sia il risultato di una determinata infrastruttura urbana che deve facilitare "l'integrazione di temi e strumenti, promuovere processi multi-attoriali, facilitare l'assunzione di corresponsabilità da parte di questi attori e tendere a dotarsi di meccanismi di verifica degli effetti delle azioni in rapporto alla visione iniziale". Questi risultati sono la conclusione di una ricerca che ha visto come oggetto di studio un centinaio di politiche urbane nel mondo rispetto al cibo. In maniera curiosa, Magarini ha mostrato i risultati di una ricerca condotta nei vari assessorati di Milano dimostrando che il sistema alimentare è, in maniera volontaria, il tema di cui, oggi, tutti gli assessorati si devono occupare perché riguarda sempre più ogni settore. A quando l'assessorato per la politica alimentare in stile Food Commission?

Infine, Maria Bottiglieri del Comune di Torino, ha mostrato l'idea di food policy torinese  presentando la deliberazione del consiglio comunale del marzo scorso in cui la città di Torino si è impegnata a promuovere il diritto al cibo attraverso una serie di iniziative coerenti con il Patto di Milano. Le iniziative riguardano la promozione di orti urbani per garantire il cibo ai cittadini più vulnerabili, aumentare lo spazio dedicato nei mercati dedicati ai produttori locali (farmer markets), attività di educazione alimentare nelle scuole, aumento delle mense benefiche (mense a cui il comune non fornisce aiuti finanziari ma alimentari) e il recupero di edifici utilizzabili per creare un'infrastruttura agricola urbana

In conclusione, è evidente come le politiche sul cibo urbano siano e debbano essere sempre più parte integrante delle attività delle amministrazioni locali. Il materiale di discussione a disposizione non manca sicuramente ma è importante sviluppare ancora il dibattito per migliorare l'efficienza di sistemi alimentari sostenibili da modellare in ogni area metropolitana. Per farlo, è importante che attori provenienti da mondi diversi si incontrino, elaborino e presentino buone pratiche come nell'incontro qui presentato. 

 Photo Credit: Aravindan Ganesan