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30551042372 3613330e02 bSempre più migranti tentano di raggiungere le coste italiane per poi, nella maggior parte dei casi, provare a raggiungere il Nord Europa. L’ultimo “Rapporto sulla protezione internazionale in Italia” inquadra la situazione dei migranti in Italia e le strategie adottate nel nostro paese. Quali sono gli attori coinvolti e le criticità del sistema accoglienza?      

Di Mario Ghirardi          

Alcuni primi dati            
Il numero è impressionante. 170 mila sono infatti i profughi sbarcati sulle coste italiane sin qui, da gennaio all’ottobre scorso, ovvero tanti quanti ne giunsero nell’intero 2014, l’anno che superò ogni record.  Stante così le cose, oggi le previsioni degli esperti non faticano a pronosticare che i profughi nei soli 12 mesi del 2016 raggiungeranno l’incredibile cifra di 200 mila, di cui, altro dato preoccupante, ben il 10% sono minori non accompagnati. Nigeria, Eritrea, Guinea, Sudan, Costa d’Avorio e gli altri Paesi africani del Sahel sono i territori da cui provengono con lo scopo dichiarato dalla maggior parte di loro di raggiungere il Nord Europa.

In realtà il viaggio di quei profughi è diventato assai complicato, tanto che nei nostri confini oggi ne ospitiamo già 170 mila contro i circa 100 mila dell’anno precedente, in un crescendo di disagi e preoccupazioni che hanno già scatenato le prime furiose rivolte anche di stampo razzista di abitanti e sindaci, specie leghisti. Troppi di questi ultimi si rifiutano di mettere in pratica quel piano di accoglienza che dovrebbe distribuire i profughi equamente tra gli 8mila Comuni in cui è diviso il suolo italiano. Oggi infatti sono soltanto meno di un terzo (2600 per l’esattezza) i Comuni che li ospitano, con punte di 23 mila presenze totali in Lombardia. Le altre regioni più virtuose si limitano ad ospitare tra 14 e 15 mila individui, e sono Lazio, Piemonte, Veneto, Campania e Sicilia.

Stilato il rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016            
Per capire cosa ci aspetta in futuro sul fronte dell’integrazione, bisogna guardare all’intera situazione europea dove, nel solo 2015, si è riversato un milione di persone. Un numero così elevato che ha fatto saltare le norme di protezione internazionale vigenti. La politica principale è diventata quella dei respingimenti che ha trovato il sigillo nell’accordo tra Ue e Turchia per bloccare prima di tutto i flussi di siriani in fuga dalla guerra. Le prime vittime di una tale situazione sono coloro che cercano di accedere alla procedura per ottenere un permesso d’asilo, negato in Italia nel 60 per cento dei casi. La codifica viene dal ‘Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016’ uscito da poche settimane per fare il punto sulla situazione con un ricco panorama di dati. Il Rapporto è stato stilato, in collaborazione con Unhcr, l’organizzazione ONU impegnata nel mondo a proteggere i diritti di rifugiati, sfollati ed apolidi, da Anci, associazione nazionale dei Comuni italiani, Cittalia, struttura Anci di studi e ricerche, Caritas e Fondazione Migrantes , organismi pastorali della Cei, Conferenza episcopale italiana, e servizio centrale dello Sprar, Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, emanazione del Ministero dell’Interno.

Se accogliere vuol dire integrare, come è convinto anche Papa Francesco, bisogna porre attenzione al fatto che dietro ad ogni numero c’è una persona con la sua dignità e la sua storia spesso così difficile. Per cui, tornando ai respingimenti, questi hanno sin qui prodotto migliaia di esistenze ‘fantasma’, persone che rischiano prima una lunga detenzione nei CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione, e poi, se non rimpatriati, un soggiorno da vagabondi in preda a ricattatori e sfruttatori, nonostante l’Italia sia riuscita a raddoppiare la sua capacità nell’ospitarli in soli due anni.

La nuova “Road Map”  
Per tracciare linee chiare e rendere organico il sistema di accoglienza, nonché contenere queste criticità l’Italia si è data lo scorso anno 2015 una ‘road map’ imperniata sull’entrata in vigore del decreto legge n. 142. Questo momento chiave stabilisce che l’accoglienza è composta da tre distinte fasi, ovvero immediata attività di primo soccorso, operazioni necessarie per stabilire la posizione giuridica del rifugiato nei cosiddetti ‘hotspots’ (per ricollocazioni o rimpatri) e quindi, in terza fase, l’accoglienza vera e propria di chi ha fatto domanda di protezione e si trova in particolare difficoltà economica e sociale o di vulnerabilità di vario genere.

Il primo soccorso viene prestato dai centri CPA (Centri di prima accoglienza), o dai CPSA (Centri di primo soccorso ed accoglienza), attivi ormai da molti anni. La seconda fase vede invece protagonisti i CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) dove il profugo può essere collocato solo su disposizione del Prefetto senza stabilire una durata determinata del suo soggiorno, una delle grandi innovazioni volute dal citato decreto 142/2015. Oggi ospitano nel complesso 14 mila individui.

 Il passaggio dalla prima alla seconda accoglienza è però di fatto intasato per lo scarso turn over e per i tempi lunghissimi nell’esame delle domande di asilo. Così per sopperire al grave problema sono nati i CAS, le cosiddette strutture straordinarie di accoglienza, che da sole oggi come oggi assorbono quasi il 70 per cento del totale dei profughi, ovvero 130 mila persone, soprattutto attraverso l’uso di alberghi e ostelli, che pure non sempre sono una soddisfacente risposta ai bisogni (e sono queste sistemazioni che spesso hanno scatenato la rivolta di sindaci e popolazioni locali).

La rete SPRAR fulcro della nuova accoglienza  
Terza fase. Fiore all’occhiello di tutta la ‘road map’ dovrebbero diventare gli SPRAR, strutture di seconda accoglienza per richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale, che oggi danno alloggio a 23 mila persone e che il decreto ministeriale dell’agosto scorso vuole ampliare. Se ci riuscirà, i rifugiati potranno aspirare ad una migliore qualità di vita, dato che per condurre gli SPRAR sono previste linee guida nazionali comuni a tutti i Centri con operatori dalle specifiche professionalità e una regia centrale di connessione ai servizi territoriali di cui non sono invece dotati i CAS. Un’ulteriore direttiva dell’ottobre scorso vuole poi far sì che l’obiettivo finale diventi quello di un unico sistema di accoglienza stabile, e dunque non a scadenza, unico per tutto il territorio nazionale. In più sarà applicata una ‘clausola di salvaguardia’ che liberi i Comuni aderenti allo SPRAR dall’obbligo di sobbarcarsi ulteriori forme di accoglienza diverse da quanto concordato con le Prefetture in termini anche numerici. Un richiamo del decreto 142 al proposito è fatto poi ‘alla leale collaborazione tra i livelli di governo interessati’, sperando anche che la distribuzione dei fondi avvenga con una regolarità che oggi è sconosciuta, e all’importantissimo ruolo del terzo settore che finora ha fatto da collante e garantito la sostenibilità del sistema con attività che hanno permesso ai profughi  più fortunati di poter agire in modo autonomo e cosciente una volta usciti dai programmi di assistenza.

Il problema irrisolto dei minori non accompagnati       
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Un altro gravissimo problema non ancora affrontato in modo adeguato a livello centrale è la collocazione dei minori non accompagnati che sempre più numerosi popolano i barconi. Al proposito il citato Rapporto cita espressamente un obiettivo: migliorare radicalmente gli aspetti per i quali appaiono più urgenti interventi pubblici correttivi. Ovvero è indispensabile la loro equa distribuzione su tutto il territorio nazionale; l’aumento di posti nelle reti strutturate di prima e di seconda accoglienza; l’adozione di procedure chiare in merito all’identificazione e all’accertamento dell’età; la riduzione dei tempi di nomina del tutore e di rilascio del permesso di soggiorno; la non creazione di circuiti speciali di accoglienza dedicati esclusivamente ai minori; la differenziazione dei servizi offerti dopo una accurata valutazione caso per caso che tenga conto della situazione e dei bisogni del singolo individuo; il riconoscimento, laddove e necessario in considerazione di particolare vulnerabilità (minori più piccoli e fragili, vittime di tratta, giovani con patologie gravi che richiedono interventi specialistici e prolungati) di un contributo statale superiore alla quota prefissata.

Investire su accoglienza e integrazione, dunque - prosegue il Rapporto - significa non solo restituire dignità e futuro ad una persona ma contestualmente produrre legalità e contrastare le molteplici forme di sfruttamento a cui assistiamo. D’altronde, che convenga puntare su un sistema di accoglienza strutturato e coordinato e facilmente desumibile dal fatto che una persona lasciata al suo destino diviene facilmente oggetto di attenzioni da parte della criminalità che non di rado utilizza i canali dell’asilo per far proliferare i propri traffici. Questo è accaduto e purtroppo ancora accade con le vittime di tratta per sfruttamento sessuale e sta accadendo anche sul fronte dello sfruttamento lavorativo, “dove almeno meta dei lavoratori sfruttati ha un permesso umanitario o addirittura una protezione sussidiaria” chiosa il Rapporto.

Una svolta nella lotta al lavoro nero?
4668194879 b8d48a8d3f oIl riferimento al lavoro nero non vale però solo per i minori, che non sono gli unici soggetti schiavizzati dal caporalato in edilizia ed agricoltura, nella fattispecie al Sud, dove il fenomeno è più marcato e devastante. Finalmente la politica se ne è accorta dopo anni di ignobile tolleranza, modificando pochi mesi fa l’articolo 603 bis del Codice penale e creando un vero e proprio reato di ‘caporalato’ contro il datore di lavoro che ‘sottopone i lavoratori a condizioni di sfruttamento approfittando del loro stato di bisogno. Se sarà davvero applicata insieme a politiche agricole più consone, la nuova legge potrebbe diventare il primo efficace strumento per combattere la criminalità organizzata che prospera sulla pelle dei profughi.





 

 

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