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Guerre per l'acqua
è un'espressione sempre più ricorrente negli ultimi anni. Il motivo è semplice: le risorse idriche hanno un limite. Questa soglia è in pericolo a causa di vari fattori tra cui la crescita demografica e le necessità agricole e industriali. L'acqua utilizzabile dall'uomo è molto meno di quello che può sembrare. Circa il 97% dell'acqua presente sulla Terra è infatti salata. Poco meno del 2% è presente nei ghiacciai che, a causa del cambiamento climatico, si stanno sciogliendo facendo aumentare il livello del mare e riducendo l'acqua sfruttabile. Ciò che rimane si trova nelle falde sotterranee, nei fiumi e nei laghi spesso inquinati e sotto stress idrico. Le tensioni intorno a questa vitale risorsa aumentano, come comportarsi? Definire cosa sia una “guerra per l’acqua” non è facile. Queste parole non implicano un uso della forza automatico come potremmo pensare quando leggiamo la parola guerra. Tensioni intorno alle risorse idriche nascono da tanti fattori che non portano necessariamente ad uno scontro fisico. Agricoltura, settore energetico, accesso all’acqua potabile e servizi igienici, importazione ed esportazione di prodotti alimentari (con un grande consumo d’acqua virtuale) sono alcuni dei tanti temi che andrebbero discussi quando ci riferiamo all’oro blu



Di Federico Rivara

 

Il libro “Guerre all’Acqua" (Rosenberg & Sellier) di Alessandro Mauceri appena pubblicato e presentato pochi giorni fa al Centro Studi Sereno Regis di Torino insieme al documentario di Yann-Arthus Bertand, “La Soif du monde” - un mondo assetato - permette di conoscere, o meglio ricordare, quelle che sono le cause e le situazioni più critiche nel mondo rispetto alle risorse idriche. Il testo di Mauceri presenta una panoramica dei contesti più complicati nel mondo, dalle dighe sul fiume Mekong alla terribile vicenda accaduta a Flint (Michigan) nel 2014, dove nell’acqua della rete idrica cittadina è stata rilevata una forte presenza di piombo, fino alle decennali problematiche che presentano il Nilo e il bacino Tigri-Eufrate con enormi tensioni geopolitiche tra i paesi che si affacciano su questi fiumi. Opere di questo tipo possono dimostrare, purtroppo, che il lavoro iniziato da uno scienziato americano potrebbe non terminare mai. Peter Gleick, co-fondatore del Pacific Institute, ha fatto un lavoro incredibile. Ha elencato e mappato tutti conflitti legati all’acqua nella storia. Un elenco che inizia nel 3000 a.C., a dimostrazione che i conflitti per l’acqua sono sempre esistiti, e che difficilmente mai terminerà. Come vedete dalla foto qui sotto, casi non ne mancano. Cliccando sulla foto scoprirete di più su ogni situazione mappata. 


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Non possiamo però permetterci il lusso di conoscere perfettamente la storia e il contesto di tutte le situazioni più critiche se non prendiamo iniziative localmente. Il rischio è che venga superato a livello globale (a livello locale è stato già superato – ricordiamoci della grave siccità, dettata anche dall’esaurimento delle falde acquifere, avvenuta in Siria negli anni precedenti allo scoppio della guerra civile nel 2011) il limite massimo di acqua dolce utilizzabile dall’uomo senza alterare il ciclo naturale della risorsa. Questo è stato calcolato nel 2009 e aggiornato nel 2014 da Johan Rockstrom, direttore dello Stockholm Resilience Centre, e i suoi colleghi. Un grande dilemma sta nel capire se ci sono innovazioni tecnologiche efficaci. Alcune presentano ulteriori sfide. La desalinizzazione per esempio, il ricavare acqua dolce dal mare attraverso l’osmosi inversa, richiede tantissima energia e di conseguenza può avere dei costi ambientali maggiori dei benefici. Ricavare acqua dai rifiuti organici umani, ottenere l’acqua dalla nebbia come fanno questi atrapanieblas in Perù, possono essere soluzioni su cui valutare un possibile uso ed impatto ma su quale scala?

E’ difficile pensare che la tecnologia possa davvero darci la soluzione perfetta. Intanto, le decisioni che vengono prese nei settori dell’agricoltura, industria ed energia (a livello giuridico internazionale mancano delle regolamentazioni vincolanti per cause sia internazionali sia locali) ma anche nei consumi individuali, decreteranno quando ulteriori aree geografiche supereranno i limiti stabiliti dal pianeta. Come ha ricordato il climatologo Mercalli al Sereno Regis, se non ci sbrighiamo a prendere delle decisioni immediate (quello che l’accordo di Parigi non fa), gli abitanti di Gorino dovranno presto chiedere ospitalità altrove dal momento che l’aumento dei mari, provocato dal cambiamento climatico. renderà le falde acquifere sfruttate nella zona salate e inutilizzabili per l’agricoltura. Successivamente, la zona del delta del Po rischierà di essere sommersa dal mare.

Photo Credits: United Nations Photo e Pacific Institute 

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