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foto ADPLa crisi non è contingente ma segna il fallimento dell'economia di mercato globalizzata. E necessaria una trasformazione profonda del sistema, che va oltre le singole riforme. Dal paradigma della cura all'economia solidale. Riflessioni su come le ong devono re-interpretare il loro ruolo

di Stefano Carati – Amici dei Popoli ong

Crisi o fallimento?

Appare sempre più evidente (salvo agli inguaribili ottimisti che vedono da anni “la luce in fondo al tunnel”) che non stiamo attraversando una “crisi” contingente, legata a un ciclo congiunturale, e quindi superabile, ma che siamo giunti alla fine di un’epoca, che sancisce il “fallimento” dell’economia di mercato globalizzata. 

La logica del mercato si è dimostrata infatti incapace di rispondere alle drammatiche contraddizioni e alle ingiustizie globali che stiamo vivendo, non soltanto sul piano economico - finanziario, ma anche e soprattutto su quello ecologico, antropologico, culturale e sociale. Le drammatiche conseguenze di questa sconfitta sono sotto gli occhi di tutti: disoccupazione endemica, mancanza di prospettive per le giovani generazioni, crescita esponenziale delle diseguaglianze (al Nord come al Sud del mondo), espulsione di migliaia di lavoratori dal sistema produttivo, migrazioni di massa, inquinamento e perdita di biodiversità, cambiamenti climatici dagli esiti imprevedibili e potenzialmente catastrofici, depauperamento di risorse scarse e utilizzo della forza militare (e della guerra) per il controllo delle materie prime strategiche e delle riserve d’acqua potabile. Le autorevoli parole di Papa Francesco sono quanto mai eloquenti a riguardo: «Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della dignità umana, oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e dell’inequità. Questa economia uccide» (Evangelii Gaudiumn. 53). «L’ambiente naturale è pieno di ferite prodotte dal nostro comportamento irresponsabile”; è necessario quindi “cambiare profondamente gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono la società» (Laudato si’ nn. 5 e 6).

 Cambiamento come trasformazione

In questa prospettiva, cambiare significa trasformare l’economia e la società. La trasformazione è diversa dalla riforma, che non mette in discussione la logica del sistema ma ne cambia soltanto dei segmenti: un sistema che uccide non può essere riformato, esso deve essere trasformato in profondità, introducendo nel quotidiano azioni basate non sulla medesima logica del sistema, ma su “logiche altre” e su modelli socio-economici alternativi. Ma quali sono questi modelli? Sono realmente praticabili? E chi li può attivare?

 Il paradigma della cura

Il primo passo si colloca sul piano spirituale e culturale: «occorre superare il paradigma omogeneo e unidimensionale della tecnologia e dello sviluppo» (Laudato si’ n. 106) e porre a fondamento della nostra vita e della convivenza globale il “paradigma della cura” chesi sostanzia e concretizza nell’aver cura delle persone e delle relazioni, nel riconoscere l’altro da sé, nell’immedesimarsi negli altri, nel prendersi cura dei bisogni delle persone, nell’avere a cuore la giustizia e la bellezza, nel partecipare a un potere che pensa al bene comune, nel sentirsi parte della natura e della comunità dei viventi. «Tutto è in relazione.(…) Tutto è connesso. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura» (Laudato si’ nn. 92 e 138). 

L’Economia Solidale

Tra i tanti modelli alternativi possibili un accenno meritano le prassi dell’Economia Solidale, con i suoi principi di promozione dei beni comuni al fine di garantirne l'accesso e l'utilizzo sostenibile a beneficio di tutte le comunità presenti e future; la difesa dei diritti fondamentali di ogni essere umano, in particolare il soddisfacimento dei bisogni primari essenziali; la promozione e la tutela del lavoro; il rispetto, la tutela e la valorizzazione delle risorse del pianeta; il perseguimento del  “ben-vivere” di tutti, fondato sulla giustizia e sulla dignità delle persone; lo sviluppo di un’economia basata sulle relazioni e su modelli collaborativi in rete; la promozione di una trasformazione sociale finalizzata a una democratizzazione dell’economia; la limitazione del ruolo dei meccanismi di mercato, ove questi compromettano la sostenibilità sociale ed ecologica del sistema economico.

 Il movimento trasformativo

«Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia» , scrisse Don Lorenzo Milani in Lettera a una professoressa (1967), e in effetti chi può attivare il cambiamento è  un movimento collettivo di soggetti che siano capaci di avere un pensiero comune, che condividano la visione di una società e di un’economia diverse e che, non appiattendo le differenze ma aprendosi alla collaborazione, sappiano superare autoreferenzialità e  particolarismi, individuando le convergenze trasformative e coordinando le azioni.

In quest’ottica, anche le Ong devono re-immaginare il proprio ruolo, non limitandosi a realizzare progetti e interventi puntuali di cooperazione, ma qualificandosi come soggetti capaci di pensare e praticare un’”altra globalizzazione”;  facendosi portatrici, al Nord come al Sud del mondo, di buone pratiche di partecipazione e cittadinanza attiva; alleandosi e coordinandosi con altri soggetti della società civile; promuovendo il dialogo tra i popoli e le culture; contribuendo a costruire comunità attive e responsabili, capaci di garantire una vita dignitosa per tutti e di aver cura del pianeta Terra, la nostra casa comune. 

In questo contesto di cambiamento, tuttavia, un criterio deve rimanere fermo e imprescindibile: il punto di partenza delle Ong deve essere sempre quello degli “ultimi, intraprendendo percorsi di liberazione, di coloro che sono “scarti della società”. 

Insomma, la prima domanda da porsi è soprattutto “per chi?” e non tanto “perché?”.

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