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 Insulti gratuiti sul bus, apprezzamenti volgari in coda al mercato, sentirsi guardate a vista dalle commesse dei negozi per paura di furti, considerate ignoranti per definizione, sono molte le storie di piccole e grandi discriminazioni raccontate dalle donne di origine africana al convegno Il protagonismo delle donne africane. Quali sfide?, organizzato a Torino. "Per quanto tempo saremo ancora costrette a subire?”

di Mario Ghirardi

 

“Ehi, tu! Attraversa, vieni qui, svelta”. “Io, che sto aspettando l’autobus, mi guardo intorno, mi volto, non vedo altri. Ripeto il gesto più volte. Quella voce femminile che proviene da un’auto delle forze dell’ordine dall’altra parte del corso, allora si riferisce a me, penso. Sbrigati, insiste la voce. Allora attraverso il corso, la poliziotta con fare brusco mi chiede i documenti, diventa più gentile e passa a darmi del ‘lei’ solo quando si accorge che io, nera di pelle, sono però italiana ed ho anche una laurea in Economia.  Era notte e la scena si svolgeva poco lontano da Porta Palazzo. Dunque, che potevo fare io, nera e sola, in quel luogo se non il palo ad una banda di spacciatori neri come me?”. 

Piccola, grande storia di ordinaria discriminazione, una delle tante raccontate all’incontro organizzato dall’assessorato regionale a Pari opportunità, Diritti civili e Immigrazione, giovedì scorso a Torino. L’assessora Monica Cerutti ha voluto così fare il punto della situazione sulle sfide che le donne africane devono affrontare per diventare protagoniste in un mondo che tende ad emarginarle, alla vigilia dell’approvazione del disegno di legge regionale che si prefigge di andare a superare tutti gli ostacoli frapposti da razza e sesso.

Discriminazioni quotidiane

Le donne africane che vivono a Torino - ma gli stessi racconti potrebbero essere fatti da chiunque di loro viva in altre metropoli e certamente anche in provincia – narrano di insulti gratuiti sul bus, di apprezzamenti volgari in coda al mercato, di essere guardate a vista dalle commesse dei negozi per paura di furti, di essere considerate ignoranti per definizione, di non poter trasportare un bagaglio più grande di un trolley per non essere fermate per controlli. “Per quanto tempo saremo ancora costrette a subire?” si chiede una di loro. “Noi siamo ben altro. La donna africana in Italia è ben altro, è il ponte tra la cultura del proprio Paese e la sua nuova patria, è quella che fa sì che le nuove generazioni imparino ad apprezzare il cibo europeo e la lingua, indispensabili per la loro integrazione, ma conoscano anche la cultura delle radici attraverso l’organizzazione di feste in cui sono protagonisti abiti, musiche, danze e cibi africani. Insomma la donna africana in Italia, ben più dell’uomo, è la custode delle tradizioni e dell’educazione dei figli, che accompagna a scuola, che aiuta a fare i compiti, e a cui insegna le buone maniere, anche a lasciare il posto sul bus agli anziani.”

Certo l’integrazione, anche oggi, dopo tanti anni di immigrazione, continua a non essere facile. La donna trova lavoro solo come badante, colf, lavapiatti; se ha un titolo di studio preso nel Paese d’origine non lo può far valere, se non ha il passaporto italiano non può partecipare ai concorsi pubblici. E così il salto di qualità non arriva neanche per chi lo meriterebbe. Spesso non arriva nemmeno un colloquio di lavoro perché, prima di guardare alle competenze, ci si ferma al cognome.

“Noi non abbiamo paura e non molleremo mai”. Lo hanno ripetuto più volte Suad Omar, Jacqueline N’gbe, Almèe Ngoma, Janet Buhanza, Viciane Wessitcheu, Precious Elolen Ugiagbe, educatrici e mediatrici culturali che hanno tra i loro modelli le grandi donne nere che hanno saputo conquistarsi chi un posto da direttore del Tribunale internazionale per i diritti dell’uomo, chi la direzione della Banca mondiale, chi la leadership nel commercio dell’acciaio, chi persino la presidenza del Malawi.

Potere alle donne solo se mascherate da uomini

Del resto la storia, quella ante colonialismo insegna. Lo ha ricordato la professoressa Cecilia Pennaccini dell’Università di Torino, grande esperta di antropologia che ha studiato in particolare il ruolo che le donne hanno storicamente avuto nella regione africana dei grandi laghi, in Africa centrale equatoriale. Tra lo stupore dei presenti ha raccontato come ad esempio in Ruanda, ma anche in Tanzania, Uganda, Congo, si fosse raggiunto un raffinatissimo livello di civiltà che metteva le donne al primo posto. Il re non poteva regnare senza la presenza al suo fianco di madre e sorellastre. Avevano il compito di bilanciarne il potere e creare armonia in una società che comunque già vedeva tra i contadini la donna come indiscussa leader di tutta l’economia rurale, non solo nella coltivazione dei campi, ma anche nel controllo della produzione e nella trasformazione del prodotto. Il prezzo da pagare era però dare alla donna potente un’identità comunque maschile, con riti, cerimonie e sovrastrutture che la ‘trasformasse’ almeno all’apparenza in uomo, riti prontamente cancellati dai colonialisti, perché ‘disturbanti’ nelle loro profonde logiche di emancipazione femminile.

Soffocata dai soldi mentre tentava la fuga

Oggi la terribile tratta dei migranti pone altre preoccupazioni, che si aggiungono a quelle di pochi anni fa, ma già divenute ‘tradizionali’, delle donne spedite con la complicità delle loro stesse famiglie e con la soggezione psicologica degli stregoni, a prostituirsi in Europa, schiave per sempre legate ad un debito che viene rimborsato quindici volte più di quanto non fosse in origine la spesa anticipata per viaggi e visti fasulli.

Oggi la tratta delle donne si muove più sui camion che attraversano il Sahara con il loro carico di violenze, rapine, prevaricazioni e stupri, fino al caso della giovanissima migrante soffocata dai soldi che stava cercando di ingerire per non lasciarli nelle mani dei brutali trafficanti e degli altrettanto feroci poliziotti di confine. Storie purtroppo anche queste di ordinaria, terribile crudeltà. Ma la sfida continua.

 

photo credit: Local Beauties via photopin (license)