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Bambine membri dellassociazione delle lavoratrici domestiche nella pausa pranzo del corso di formazione sul diritto al lavoro organizzato da CVMLe bambine domestiche sono oltre 11 milioni al mondo, non percepiscono stipendio e lavorano anche fino a 20 ore al giorno. Un esercito invisibile, in alcuni paesi ancora molto diffuso, come in Tanzania, dove si trovano Glory e Salomé, che una volontaria del CVM ha incontrato 

di Luisanna Ramirez, da Bagamoyo, Tanzania*

Glory ha undici anni e ormai da un anno è una lavoratrice domestica. Vive nella casa del suo datore, e abita con la sua famiglia, composta da moglie e due figli.

Le chiedo quali sono le mansioni che svolge come lavoratrice domestica. Alzando lo sguardo verso il cielo, Glory comincia a fare l’elenco di tutti i suoi doveri, spiegando che la sua giornata inizia alle 8.00 del mattino con la raccolta dell’acqua, per continuare con le faccende di casa come pulire, lavare i vestiti, cucinare e accudire i figli del suo capo.

Glory sottolinea come la raccolta dell’acqua sia la parte più stancante del suo lavoro perché la fonte è molto lontana, e deve fare avanti e indietro diverse volte sotto il sole.

Le bambine domestiche sono oltre 11 milioni al mondo, un esercito invisibile, in alcuni paesi ancora molto diffuso, come in Tanzania, dove si trova Glory. Lasciano le loro famiglie giovanissime, non percepiscono stipendio, affrontano giornate lavorative che arrivano anche a 20 ore, come ha dimostrato una ricerca di Terres des Hommes sulla condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo.

Chiedo a Glory se va scuola, lei risponde di sì. Le chiedo come faccia a ritagliarsi tempo per i compiti, e lei risponde che  si mette a studiare prima di andare a dormire, dopo aver lavato i piatti della cena, ma molto spesso è talmente stanca che non riesce ad applicarsi come vorrebbe. Mi spiega che non ha giorni liberi, e che lavora sempre, tranne ovviamente nelle ore che dedicate alla scuola.

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Glory non ha contatti coi suoi coetanei, le sue uniche amiche sono altre bambine che come lei fanno le lavoratrici domestiche. Comincia a parlarmi di Salomè, che lavora insieme a lei nella stessa casa famiglia, vivono insieme e condividono lo stesso letto.

Le chiedo se sia possibile parlare anche con Salomè, lei risponde sì, e si alza dalla sedia frettolosamente per chiamarla. Dopo pochi minuti vedo arrivare una bambina da sola, Salomè. Glory non torna, è rimasta a casa a lavorare. Mi accorgo subito che Salomè non sta molto bene di salute, infatti appena si siede ci dice che ha mal di denti.

Mi racconta che ha tredici anni, ma non ricorda il mese della sua nascita né l’anno preciso. Con un tono di voce molto basso aggiunge di non sentirsi bene in questi giorni, per il suo mal di denti, ma soprattutto perché il fratello della mamma è appena deceduto. Salomè è di Kwanza – una regione della Tanzania che si trova a molti km di distanza da Bagamoyo – ed è molto difficile per lei ritornarci, soprattutto perché il suo datore di lavoro glielo impedisce.

La paura di molti datori è che una volta che le lavoratrici domestiche ritornano a casa, poi non ripartono più per ripresentarsi al lavoro.

Salomè spiega che finita la scuola primaria non continuerà a studiare perché fare la scuola secondaria sarebbe troppo costoso per lei, oltre che stancante visto il pesante lavoro che svolge. Anche lei, come tante bambine lavoratrici domestiche, ha dovuto ripetere lo scorso anno scolastico, poiché in classe difficilmente riesce a rimanere concentrata per la stanchezza.

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Glory e Salomè rappresentano la consuetudine qui a Bagamoyo, dove molte bambine provenienti da regioni lontane non hanno altra scelta se non quella di diventare lavoratrici domestiche. Lasciano le loro famiglie, crescono nella solitudine più disarmante, senza punti di riferimento, costrette a diventare piccole donne e responsabili di se stesse. Ma non si arrendono, continuano a lottare, si uniscono ad altre lavoratrici domestiche nella speranza che qualcosa nella loro vita possa cambiare. 

 

 

*Volontaria del CVM di Ancona