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Si definiscono unioni civili tutte quelle forme di stabile convivenza tra due persone, legate da vincoli affettivi ed economici, che non accedono volontariamente all’istituto giuridico del matrimonio, o che sono impossibilitate a contrarlo. Ma come muoversi in Italia quando si è cittadini stranieri? Quali leggi regolamentano questo campo? Quali sentenze sono state emesse su questo argomento negli anni?

A cura di Pancrazio Timpano

La classe delle unioni civili è molto variegata nel mondo e comprende un'estrema casistica di regole e modelli di disciplina: in particolare, le unioni civili possono riguardare sia coppie di diverso sesso (eterosessuali) sia coppie dello stesso sesso (omosessuali): il diritto non è rimasto indifferente all’evoluzione dei costumi ed esiste oggi un gran numero di provvedimenti legislativi che disciplinano le nuove unioni.

L'italia è uno dei pochi paesi che non ha una disciplina regolamentata e di semplice applicazione sulle unioni di fatto. Il Parlamento Europeo ha infinite volte sollecitato l'Italia ad applicare una legge che regolamenti tali unioni, ma tali inviti alla parificazione dei diritti dei gay e delle coppie eterosessuali non sono stati sempre messi nelle priorità delle leggi. Nella nostra legislazione e, nello specifico, nella legge Bossi-Fini le coppie di fatto non hanno nessun diritto né al ricongiungimento familiare né alla coesione familiare, anche se la loro unione legale è riconosciuta giuridicamente nel paese di origine del cittadino straniero.

A tal proposito, la sentenza della Cassazione, numero 6441 del 2008, ha affermato tale principio negando il ricongiungimento familiare a un cittadino neozelandese poiché "non è un cittadino di uno stato dell’Unione Europea" e perché comunque "l'equiparazione dell’unione registrata al matrimonio, al fine del riconoscimento della qualità di familiare e quindi del diritto di ingresso e di soggiorno, deve essere prevista dalla legislazione nazionale dello stato ospitante" e quindi dall'Italia.
Nonostante i due sottolineavano che non si chiedeva il riconoscimento di uno "status" già acquisito dallo straniero nell’ordinamento neozelandese, ma soltanto il rilascio del permesso di soggiorno “per motivi familiari” la Cassazione ha bocciato tale ricorso evidenziando che il ricongiungimento familiare si può applicare soltanto nei casi del "coniuge" dei "figli minori" di "figli maggiorenni non autosufficienti per ragioni di salute", e di "genitori a carico che non dispongono di adeguato sostegno familiare nel paese di origine o di provenienza".

Inoltre, la Cassazione ha aggiunto che "la mancata equiparazione al coniuge del partner di unione registrata o attestata, ai fini dell’immigrazione, non appare in contrasto con alcun principio costituzionale".
Diversa sentenza è stata emessa nel 2005 dal Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria che ha ribadito l’importanza che riveste la famiglia di fatto nel nostro ordinamento giuridico, nella fattispecie ha sancito che "un rapporto more uxorio può risultare idoneo a far sorgere veri e propri diritti in capo ai soggetti che aspirano a permanere regolarmente sul territorio nazionale", stante la rilevanza che, sotto molteplici profili, riveste la famiglia di fatto nel nostro ordinamento giuridico (D.Lgs n. 286 1998, Testo Unico Immigrazione).

Con la sentenza 8 gennaio 2015 n. 25 il TAR ha stabilito che è possibile avere un permesso di soggiorno con il compagno convivente ed ai fini del rilascio del permesso di soggiorno è importante il complessivo reddito della coppia di fatto per presentare istanza di coesione familiare. Il fine di questa sentenza innovativa è "quella di impedire il turbamento della sicurezza e dell’ordine pubblico che può essere provocato da soggetti privi di mezzi leciti di sostentamento, cosicché non può essere ritenuto come non pertinente ai fini del rilascio del titolo di soggiorno il fatto che lo straniero dimostri di trarre i mezzi di sostentamento dal rapporto di convivenza".

In Italia, secondo i dati delle associazioni di volontariato, ad oggi sono oltre 35000 le coppie di fatto stranieri presenti sul territorio italiano, e purtroppo a queste coppie vengono negati molti diritti e si spera che il nostro legislatore promulghi presto una legge ad hoc che modifichi la legge Bossi-Fini.

A livello locale esistono in diverse città italiane registri delle unioni civili in cui anche gli stranieri comunitari o extracomunitari si possono iscrivere.
La registrazione anagrafica della convivenza ha solo un significato simbolico, a meno che il singolo Comune non decida di aggiungere al valore simbolico dell’unione diritti reali (ad esempio alloggi popolari o assistenza sanitaria).
I primi Comuni italiani a dotarsi di tale registro sono stati Empoli e Pisa
Alcune Regioni italiane hanno approvato statuti che sarebbero favorevoli ad una legge sulle unioni civili, anche omosessuali: la Calabria, la Toscana, l’Umbria e l’Emilia Romagna.

La maggior parte degli statuti si riporta alla Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea che all’articolo 9 sancisce, tra i diritti fondamentali della persona, il "Diritto di sposarsi e di costituire una famiglia".

Occorre segnalare che secondo la nostra legge, gli onorevoli hanno possibilità di lasciare al proprio partner la pensione di reversibilità, anche se tra loro non sussiste alcun legame matrimoniale. Purtroppo lo stesso non accade per i cittadini italiani, comunitari o extracomunitari che sono conviventi, due pesi e due misure diverse. Infine, concludendo, il tema delle unioni civili viene discusso in questo periodo dal parlamento italiano ed il 28 gennaio 2016 il disegno di legge Cirinnà (atto del senato n. 2081) denominato "Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze" giungerà finalmente all’esame dell’Aula del Senato della Repubblica per la sua approvazione e/o modifica.


 

 

Avv. Pancrazio Timpano | Foro di Milano

Photocredits: Coppie di fatto

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