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L'emporio sociale Pandàn di Torino ha da poco inaugurato presso il suo locale un “Alveare che dice sì!”, dove vengono consegnati direttamente dai produttori cibi locali acquistati on-line; l'occasione era troppo ghiotta e non ho saputo resistere a metterci il naso, come un orso curioso con il favo.

Andrea Saroldi in Manualetto di Benvivere

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L'esperienza dell'alveare che dice sì mette insieme diversi elementi e pone alcune questioni complesse che proverò a riassumere, cercando in primo luogo di mettere in ordine gli indizi che ho raccolto nel corso di questa indagine.

 

Riassunto delle puntate precedenti

Sono arrivato a visitare Pandàn sulla scia del dibattito sulla trasformazione di alcune esperienze di “sharing economy” (economia della condivisione) in “rental economy” (economia dell'affitto), che potremmo esemplificare nella differenza tra BlaBlaCar e Uber. Si tratta della mutazione genetica di pratiche concepite per il benessere di tutti in meccanismi in cui cui pochi che già stanno bene guadagnano a scapito di molti. Di questo ho già scritto in un mio articolo precedente in cui descrivo quella che considero la grande sfida: la capacità di reagire di fronte alla assimilazione capitalista che rivolta le pratiche solidali a vantaggio di pochi.

Il dibattito in Francia su “La Ruche qui dit oui!” (L'alveare che dice sì!), riassunto nell'articolo di Tommaso Regazzola, porta questa sfida sui temi della distribuzione dei prodotti locali e del rapporto diretto con i produttori. La questione di fondo è questa: l'esperienza dell'alveare che dice sì è conflittuale o complementare rispetto a quelle dell'economia solidale (Gas e Piccola Distribuzione Organizzata)? La reazione delle AMAP francesi farebbe pensare alla prima ipotesi (su Internet è facile trovare la polemica), altri punti di vista come quello della rivista francese on-line Natura-Sciences sosterrebbero la seconda. Con questi elementi nel retro del mio cervello mi sono avvicinato per indagare.

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L'emporio sociale Pandàn

L'emporio sociale Pandàn  è una attività della cooperativa sociale Ergonauti, che si occupa di inserimento lavorativo. Si tratta di un locale nel quartiere San Salvario di Torino aperto a luglio 2013, che svolge attività di somministrazione con il bar e la tavola calda e vende prodotti di artigianato locale e sociale, in particolare abiti. Presso il locale lavora una persona in inserimento lavorativo.

San Salvario è un quartiere abitato da molti giovani, e con una vita sociale piuttosto intensa. E come mostra l'affluenza di pubblico all'inaugurazione dell'alveare, l'emporio si è ben inserito nel tessuto del quartiere.

Pandàn ha deciso di avviare l'attività dell'alveare che dice sì per costruire ed allargare la rete con i produttori locali ed i consumatori; inoltre, la consegna nell'emporio con la presenza dei cittadini e degli agricoltori porta animazione e passaggio di persone, importante per il locale. Pandàn è aperto alla sperimentazione di nuove attività utili ai suoi scopi sociali, ed in questo senso sta provando l'alveare, che però a questo punto vi devo spiegare come funziona.

 

Come funziona l'alveare che dice sì!

Il sistema di distribuzione dell'alveare si basa sulla piattaforma informatica messa a punto dalla casamadre francese. Sul sito è possibile registrarsi come consumatori, produttori e responsabili dell'alveare. Il responsabile dell'alveare, dopo aver selezionato i produttori all'interno di un raggio di 250 km, organizza la consegna settimanale nei locali che mette a disposizione.

Ogni settimana i produttori caricano sul sistema la disponibilità dei loro prodotti, i consumatori scelgono sulla pagina internet ciò di cui hanno bisogno e prenotano un acquisto on-line. Se l'alveare dice sì, ovvero quando l'acquisto viene confermato dal responsabile dell'alveare, produttori e consumatori si recano al luogo stabilito. Qui i prodotti vengono distribuiti, ed il responsabile conferma l'avvenuta consegna; a questo punto il pagamento on-line viene versato sui conti dei produttori, si tratta quindi di vendita diretta.

I produttori, insieme al bonifico, ricevono due fatture per i servizi prestati dalla gestione del sito e dal responsabile dell'alveare. Entrambe queste fatture valgono l'8,35% del totale incassato; quindi, dal totale pagato da chi acquista, il produttore trattiene l'83%, mentre deve pagare l'8,35% per la gestione del sito e un altro 8,35% al responsabile dell'alveare.

Attualmente la quota per la gestione del sito viene incassata dalla casamadre francese, che appartiene ai due fondatori – che ne detengono il controllo - e ad altri investitori. Quattro ragazzi italiani stanno costituendo una società per gestire l'attività in Italia, ma per quanto ne so non sono ancora definiti i rapporti tra la società italiana e la casamadre francese.

Il sito consente anche di mandare dei messaggi agli iscritti e funziona bene, e questo è sicuramente un punto di forza nella diffusione dell'alveare; non si tratta però dell'unica esperienza di questo tipo.

 

I piccoli produttori biellesi

I Gas ed i DES si stanno da tempo arrovellando nella sperimentazione di forme di distribuzione che possano portare ai cittadini i prodotti del territorio realizzati nel rispetto delle condizioni di lavoro e dell'ambiente e allo stesso tempo sostenere le reti di economia solidale, senza escludere il fatto che alcune persone possano ricavare occasioni di lavoro e quindi di reddito nello svolgimento dei compiti legati alla distribuzione. Le esperienze sono molte e diverse, vengono raggruppate in generale con il termine Piccola Distribuzione Organizzata (PDO) e si muovono alla ricerca di un modello alternativo nel campo della distribuzione: una distribuzione che oltre a fornire un servizio logistico aiuti anche a collegarei produttori con i consumatori anziché dividerli. Tanto per fare qualche esempio potremmo citare Corto Circuito a Como, Filiera Corta Solidale a Cremona, Aequos nella provincia di Varese, Buon Mercato a Corsico (MI), la distribuzione di Gastorino  a Torino e molti altri.

Tra le tante esperienze, provo allora a fare un confronto sintetico con quella dei Piccoli Produttori Biellesi perché ha alcuni punti simili all'alveare. Infatti, anche i Piccoli Produttori Biellesi hanno realizzato un sito su cui i produttori caricano le loro disponibilità e su cui i consumatori eseguono le loro prenotazioni on-line. I consumatori possono inoltre decidere se pagare on-line o alla consegna e possono scegliere se ritirare i prodotti presso lo spaccio della cooperativa a Biella o richiedere la consegna a domicilio con un costo aggiuntivo.

Però, a differenza dell'alveare, il sito è sotto il controllo diretto della cooperativa agricola Piprobi e il flusso economico resta sul territorio, senza che una parte delle spese venga dirottata altrove per remunerare l'investitore.

 

Un'analisi critica

Come ho scritto nel mio ultimo articolo a proposito della costruzione di un'agenda del cibo per la Città Metropolitana di Torino, ritengo che i nodi critici rispetto alle filiere del cibo siano principalmente legati alle asimmetrie nel controllo della distribuzione e nell'accesso all'informazione; per questi motivi trovo utile analizzare un'esperienza come quella dell'alveare che dice sì.

Prendiamo ad esempio l'indicatore che ho proposto sulla densità di lavoro, che esprime quanto del prezzo pagato da chi acquista un prodotto o un servizio paga il lavoro di chi lo ha realizzato, escludendo la parte che serve a ricompensare il capitale. Con qualche approssimazione, possiamo dire che nel caso dei Piccoli Produttori Biellesi la densità è circa del 100%, perché i soldi spesi dal consumatore vanno sostanzialmente a pagare il lavoro di chi produce e di chi distribuisce, mentre nel caso dell'alveare che dice sì sarà intorno al 95%. Infatti, della quota pagata da chi acquista, l'83% serve a pagare il lavoro dei produttori, l'8,35% il lavoro di chi organizza l'alveare, mentre il rimanente 8,35% serve in parte a pagare il lavoro di chi si occupa del software del sito e in parte a remunerare gli investitori.

Voi mi direte, ma il capitale investito cerca necessariamente un ritorno, ma una cosa sono i prestiti con un tasso di interesse, un'altra è un'azienda che distribuisce gli utili ai soci di capitale che la controllano; e comunque si tratta di risorse che vengono dirottate altrove. Se poi provate a sfogliare un libro come “Il capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty capirete perché considero centrali gli aspetti legati alla remunerazione del capitale nella capacità della nostra società di limitare le disuguaglianze nel possesso della ricchezza oppure di aumentarle a dismisura fino all'instabilità sociale.

Inoltre, sempre nel caso dell'alveare, mentre una parte del controllo – ad esempio nella scelta dei produttori da inserire - è in mano al responsabile locale dell'alveare, la parte legata alla gestione del sito è in mano alla casa francese. Insomma, direi che al momento non è ancora chiaro in quale misura gli agricoltori e i responsabili dell'alveare utilizzino – e di conseguenza paghino - il servizio offerto dal sito e in quale misura possano a loro volta essere utilizzati dal sistema per remunerare il capitale. Questo credo dipenderà in buona misura dal fatto che si vengano a creare posizioni di monopolio in cui è molto difficile costruire delle alternative e quindi si è di fatto troppo deboli rispetto a chi gestisce il sistema informatico e la comunicazione. In questo senso trovo emblematica la vicenda di Uber, portata da Tiziano Bonini come esempio di “economia dell'affitto”: “La Sharing Economy di Uber e Airbnb è al momento un paradiso per viaggiatori e cercatori di passaggi e un inferno per chi è costretto ad affittare se stesso e tutto quello che ha senza alcun diritto né garanzia”.

D'altra parte però trovo corretto notare che, a differenza del caso di Uber, nell'esperienza dell'alveare i consumatori e i produttori si incontrano regolarmente in occasione della distribuzione, per cui viene anche più facile per loro conoscersi ed eventualmente valutare dei sistemi alternativi per gestire la logistica.

Insomma, credo che in Italia la partita sia ancora in buona parte da giocare, e penso che molto dipenderà dal funzionamento della società che gestirà l'alveare in Italia e dal suo accordo con la casamadre francese; in base a questi elementi l'alveare italiano potrà essere considerato come un'esperienza complementare rispetto alle altre PDO in un'ottica di transizione oppure come un corpo estraneo.

 

Cosa possiamo imparare?

Come scrive Tommaso Regazzola nel suo articolo su La Ruche qui dit oui!, piuttosto che imprecare dovremmo imparare. Certo è che il sito dell'alveare è fatto bene ed il sistema porta con sé alcune innovazioni che dobbiamo considerare. Il fatto di eseguire acquisti on-line consente la vendita diretta, facilita la scelta per il consumatore ed evita di dover avere a che fare con i soldi sul luogo di distribuzione; inoltre, la consegna diretta consente occasioni di incontro con i produttori. Infine, il sistema è facilmente duplicabile in un'altra sede, semplicemente iscrivendosi al sito.

Insomma, come potrete immaginare, dal mio punto di vista l'ideale sarebbe un sistema che funziona in modo simile all'alveare ma con un controllo decentrato in mano completamente alle reti locali, in cui la densità di lavoro è del 100% e che si integra – facilitandole - anche con le altre forme di PDO: i Gas, gli ordini collettivi tra più Gas, le botteghe del mondo, i negozi di quartiere e le cooperative di distribuzione, rafforzando in questo modo le reti locali. Sono quindi per costruire un'alternativa migliore, che impari dall'esistente e aumenti la densità di lavoro, il controllo ed il riutilizzo degli utili da parte delle reti locali. Credo che in questo modo potremo raggiungere una buona parte dei consumatori che sono sensibili alle tematiche ambientali e sociali, ma che a causa dell'asimmetria informativa o per mille altre ragioni non fanno parte di un Gas e sono attualmente difficili da raggiungere con le nostre forme di PDO; questa sarebbe a mio modo di vedere una contaminazione positiva, riprendendo gli strumenti dell'alveare per utilizzarli al servizio del benvivere di tutti.