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Il 14 giugno 1985 Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi hanno firmato l’Accordo di Schengen finalizzato alla creazione di uno spazio comune, attraverso la soppressione graduale delle frontiere, in modo da agevolare la circolazione delle persone e delle merci.

L’accordo di Schengen è stato, poi, incorporato nel quadro europeo dell’Unione Europea con l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam, e da ultimo con il regolamento comunitario 2006/562/CE istitutivo del codice comunitario relativo al regime di attraversamento delle frontiere da parte delle persone (c.d. codice frontiere Schengen).

In base a queste norme, ogni Stato è tenuto a garantire l’applicazione rigorose delle norme comunitarie sull’ingresso, poiché ogni violazione finisce per pregiudicare la politica dei flussi d’ingresso di tutti gli altri Paesi.

É il c.d. acquis Schengen: l’insieme delle misure normative comuni il cui rispetto deve essere assicurato (a pena di sanzioni) da tutti gli Stati che compongono l’area Schengen.

I principali obblighi assunti con l’adesione al Trattato Schengen sono: 1) autorizzare a tutti i cittadini comunitari la libera circolazione nell’Unione Europea, eliminando (salvo eccezione) i controlli alle frontiere interne; 2) impedire l’accesso alle frontiere esterne di cittadini extracomunitari che non siano in possesso di visto d’ingresso rilasciato dall’autorità consolare del Paese di provenienza o che siano segnalati nel sistema SIS, fatte salve le possibile deroghe; 3) assicurare il rispetto delle Convenzioni internazionali in tema di rifugiati e richiedenti asilo; 4) adottare i tre visti uniformi (cd. VSU) che possono essere emessi per transito (visto A e B) o per viaggio (visto C), ma non hanno comunque mai durata superiore a novanta giorni; i visti di durata superiore ai novanta giorni sono regolamentati in maniera autonoma da ogni Stato e hanno validità territoriale limitata nello Stato che li rilascia.

Proprio in relazione ai visti di ingresso, l’acquis Schengen si è arricchito con il regolamento CE 9 luglio 2008 n. 767, che ha istituito il sistema del c.d. VIS di scambio dati sui visti di ingresso per soggiorni di breve durata emessi dai vari Stati membri, finalizzato ad agevolare le procedure di rilascio dei visti, di esame delle domande di asilo, i controlli ai valichi di frontiera esterni ed a irrobustire i controlli all’interno dei territori nazionali. Nella banca dei dati del VIS confluiscono informazioni provenienti da tutti gli Stati UE concernenti i visti rilasciati, rifiutati, annullati, revocati o prorogati.

I dati vengono conservati per un periodo massimo di cinque anni, scaduto il quale il VIS cancella automaticamente il fascicolo.

L’art. 38 regolamento CE 767/2008 assicura a tutti gli interessati il diritto di accedere, rettificare e cancellare i dati inesatti: in caso di contestazione dell’operato dello Stato che ha inserito i dati del VIS, l’interessato ha diritto di intentare un’azione o presentare reclamo alle autorità o ai giudici di quello Stato.

Alla vigilanza sul corretto trattamento dei dati inseriti nel sistema VIS, e all’assistenza di tutti gli interessati, provvede un’autorità di controllo nazionale, in cooperazione con il Garante Europeo della protezione dei dati.

Secondo le ultime statistiche gli stranieri che transitano nei Paesi Schengen sono quasi 100 milioni di persone all’anno. Secondo dati non ufficiali in tale registro sono presenti circa 5milioni di persone.

Elemento centrale dell’acquis Schengen è il sistema della segnalazione che ciascun Paese può effettuare per cittadini extracomunitari attinti da un misura espulsiva o da altri provvedimenti considerati rilevanti per la sicurezza comune, e che determina l’obbligo di tutti gli altri Paesi di non consentirne l’ingresso.

Lo scopo perseguitato dagli Stati contraenti con l’istituzione del SIS è quello di preservare, avvalendosi delle informazioni trasmesse per il suo tramite, l’ordine pubblico e la sicurezza pubblica, compresa la sicurezza dello Stato, e nel contempo, assicurare l’applicazione nel territorio delle Parti contraenti delle disposizioni sulla circolazione delle persone: la necessità di creare il SIS è scaturita insomma dalle inevitabili ricadute negative, in termini di sicurezza, derivanti dalla soppressione dei controlli alle frontiere interne fra gli Stati.

Lo strumento utilizzato è quello di un sistema comune d’informazione, con sede centrale a Strasburgo, al quale possono accedere tutti gli Stati partecipanti, ognuno con propri SIS nazionali dislocati nei Paesi dell’UE che aderiscono al sistema.

La segnalazione di inammissibilità risultante dal richiamato Sistema Informativo costituisce un fattore inibitorio del rilascio del visto di ingresso e la sua rimozione, ad opera ovviamente dell’autorità normativamente indicate come competenti, costituisce un presupposto in mancanza del quale il visto non può essere rilasciato, e, dunque, è legittimamente negato.

In Italia, di regola, con il decreto di espulsione che prevede che lo straniero non può rientrare in Italia per un periodo che va dai tre anni ai cinque anni si preveder che il periodo di allontanamento stabilito prima di rientrare nell’area Schengen.

Dalla data del timbro di uscita del territorio italiano si computa il termine per il rientro nell’area Schengen.

Il Ministro dell’interno è l’autorità competente a inserire e cancellare i nominativi degli interessati dal SIS solo se si dimostra che lo straniero ha rispettato l’allontanamento e non rappresenta un pericolo per l’ordine pubblico nazionale.

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