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Per lasciarsi alle spalle gli strascichi della guerra e la crisi alimentare, nel Paese saheliano occorre puntare al rilancio del settore produttivo più nevralgico: l’allevamento. Praticato ancora nella forma del nomadismo transumante, che permette alle mandrie di spostarsi “assecondando” la disponibilità di acqua e pascoli, questo sistema va però potenziato e regolamentato, anche per evitare conflitti tra pastori e contadini.

di Stefania Garini di CISV

cisv agricolturaNata a Torino 31 anni fa, una laurea in veterinaria, Anna Calavita ha trascorso gli ultimi 8 anni in Sahel dove ha lavorato come cooperante nei progetti CISV (link al sito) per il diritto al cibo e lo sviluppo agropastorale in Mali, Senegal, Niger e Burkina Faso. Rientrata di recente dal Mali, Anna ha potuto aggiornarci sulla situazione socio-economica del Paese, uscito un anno e mezzo fa da un conflitto armato innescato dalle mire indipendentiste del nord. «Adesso in alcune zone sono ancora presenti le truppe francesi, ma il controllo della situazione è in mano all’Onu e ai soldati maliani» dice Anna, e a proposito del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad, a maggioranza Tuareg, commenta: «Da quando si sono ribellati, i Tuareg sono malvisti dalla maggioranza della popolazione. Hanno però le loro ragioni, perché il nord del Paese è stato effettivamente trascurato, ha meno servizi e infrastrutture del sud, e lo Stato è poco presente».

Al di là dei problemi politici - che il nuovo presidente Ibrahim Boubacar Keita fatica a districare - le difficoltà maggiori per la popolazione rimangono quelle economiche, legate alla crisi alimentare. Iniziata con la siccità del 2012 e inasprita dalla guerra interna, la crisi ha determinato una ridotta disponibilità non solo di cibo, ma anche di acqua e di terreni da pascolo, problema non da poco in un’economia a dominanza pastorale come quella maliana. «Per sottrarsi al conflitto infatti molti allevatori hanno abbandonato il nord del Paese e di conseguenza al sud è aumentata la pressione delle mandrie, ora molto più numerose di quelle tradizionalmente “sopportabili”» spiega Anna. «Ciò costringe gli animali a contendersi risorse sempre più scarse; per questo è importante un lavoro, come quello CISV, di recupero dei pascoli, di ricostruzione dei pozzi, di produzione di foraggio e anche di creazione di farmacie veterinarie per garantire la salute del bestiame e, di conseguenza, il benessere della popolazione».

L’acqua prima di tutto

Un intervento fondamentale è la creazione di punti d’abbeveraggio per gli animali, soprattutto nelle aree dove la pioggia cade con violenza senza dare il tempo al terreno di assorbirla. Tra le tecniche che permettono il trattenimento delle acque c’è quella delle “mezzelune”: nel terreno, a 30-40 cm di distanza l’una dall’altra, si scavano buche a forma di mezzaluna del diametro di 1 metro. L’acqua piovana, che altrimenti scorrerebbe veloce trascinando via le risorse minerali del terreno, viene “trattenuta” dalle mezzelune e può così irrorare la terra. «Questa tecnica era già stata sperimentata da CISV in Niger dove si è rivelata molto efficace, perciò si è deciso di replicarla anche in Mali» spiega Anna, «il vantaggio delle mezzelune è che non vanno rifatte ogni anno, perché poi il terreno si “riprende” da sé; aiutato anche dalla semina di piante foraggere idonee a contrastare l’erosione (oltre che utili per l’alimentazione degli animali)».

Un’altra tecnica di conservazione dell’acqua è quella dei mar, bacini temporanei che esistono già in natura ma vengono ulteriormente scavati e resi profondi per accrescere la quantità e la permanenza dell’acqua. «Al momento, l’intervento CISV nella Regione di Gao coinvolge 21 mar, per un totale di 8 Comuni, occupando 90 manovali per ettaro» continua Anna. «Le persone assoldate per questo lavoro sono scelte, in accordo con le municipalità locali, all’interno delle fasce più povere della popolazione». La creazione di posti di lavoro serve anche ad arginare i fenomeni migratori: «la crisi agricola e la presenza di sfollati dalle zone di guerra ha accentuato i massicci spostamenti dalle aree rurali nelle città, ormai sovrappopolate e alle prese con una povertà sempre più aspra». Alcuni invece abbandonano il proprio villaggio per andare a lavorare nelle miniere aurifere del Burkina Faso: contadini o allevatori, ma anche molti macellai che rinunciano al proprio mestiere - peraltro abbastanza redditizio - attratti dalla prospettiva dell’oro.

“Pastori e agricoltori in Mali: difficoltà e soluzioni comuni”:

 

Se il pastore è donna

«La pastorizia è stata per me una scoperta “africana”» racconta Anna, che ricorda come in Italia, nei 5 anni passati alla facoltà di veterinaria, non avesse mai sentito parlare di pastorizia ma solo di allevamento intensivo. «In Mali invece l’allevamento intensivo è praticato solo nelle aree urbane o peri-urbane, per i suoi costi improponibili per i “nostri” allevatori; senza contare che in queste zone, da Mopti a Douenza, esiste un’unica strada asfaltata. Tutte le altre sono piste terrose».

La crisi ha poi esasperato i conflitti tra allevatori e contadini quanto all’uso della terra e delle risorse idriche. Anche per questo i pastori sono autorizzati a utilizzare gratuitamente i mar (di proprietà dello Stato ma gestiti dalle amministrazioni locali), purché si attengano a precisi accordi di passaggio. Per lo stesso motivo, spiega Anna, «con il contributo del CISV si stanno diffondendo capillarmente sul territorio le “carte pastorali”, servendosi tra l’altro dei programmi radiofonici, molto seguiti dagli allevatori nomadi». Le “carte” sono documenti realizzati di comune accordo tra allevatori e servizi tecnici insieme alla popolazione, al fine di regolamentare le piste di transumanza, le modalità di uso dei pozzi, le zone di sosta del bestiame ecc.

Ma, in questo contesto pastorale alle prese con un ambiente naturale ostile e con rapporti sociali difficili, qual è il ruolo della donna? «Meno peggio del previsto», scherza Anna, « Tra i pastori è tutta la famiglia a prendersi cura del bestiame: le donne si occupano di mungitura o allevamento di animali di piccola taglia, gli uomini praticano la transumanza. In genere moglie e marito hanno ciascuno una propria mandria, senza “vantaggi” a favore dell’uomo per quanto riguarda la proprietà del bestiame. Anzi: spesso sono le donne a possedere il maggior numero di animali, perché nella famiglia il padre “disperde” il patrimonio tra i diversi eredi, cosa che non avviene nel caso della madre». Il fatto che la disparità di genere in queste zone non sia molto sentita «dipende forse dal fatto che nella popolazione, di fede musulmana, rimanga comunque prevalente un substrato di credenze animiste» dice Anna. Lei stessa, in quanto donna, non ha incontrato grossi problemi nel suo lavoro da cooperante, a riprova della buona convivenza tra uomini e donne.

 

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