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Può certo sembrare riduttivo, ma l’epidemia di Ebola è in grande misura un problema di comunicazione. La scarsa e spesso non chiara informazione nei paesi interessati dal virus ha portato a incomprensioni tra la popolazione locale che hanno aggravato in modo drammatico l’epidemia stessa. Alcune riflessioni degli esperti e testimonianze dal campo.

di Silvia Pochettino per DevReporter Network

ebola suitCome sostiene Ombretta Baggio, senior officer for health communications della Federazione internazionale della Croce Rossa, in un’intervista a Devex “l’enorme attenzione dedicata dai media al numero dei morti e alla gravità della malattia ha portato le comunità toccate dal virus a credere che contrarre Ebola equivalga a una condanna a morte immediata. Ecco perché molti di loro decidono di rimanere a casa con i propri cari, invece di cercare cure mediche in clinica. Ritengono che se andranno in clinica moriranno comunque. Mentre è proprio il contrario, tanto più rapidamente si riconoscono i sintomi e si iniziano i trattamenti, maggiore è la probabilità di sopravvivere”.

Ad aggravare la situazione la recente decisione di chiudere le frontiere dei paesi infetti che ha aumentato la percezione di isolamento e di abbandono da parte della popolazione locale, senza portare vantaggi reali in quanto le persone continuano a sconfinare clandestinamente. In più, secondo la Baggio “la chiusura delle frontiere ha reso difficile per il personale delle agenzie umanitarie viaggiare e portare gli aiuti laddove sono necessari”.

In Liberia ad esempio l’isolamento di intere zone ha portato allo scoppio di violenze di difficile contenimento. “E come se li stessimo lasciando soli a morire. E questo non è il messaggio che vogliamo dare. I paesi dovrebbero lavorare insieme piuttosto che uno contro l’altro”.

Conseguenza del panico globale anche lo scarso numero di volontari internazionali che si sono resi disponibili a lavorare sull’emergenza così come la poca disponibilità del personale locale.

Oltre indubbiamente a barriere culturali veramente difficili da superare come l’idea di non dover toccare un proprio caro ammalato o peggio ancora non poter dare degna sepoltura a un familiare morto in culture in cui il legame famigliare e comunitario è centrale nella vita di ogni uomo.

Fino a paradossi incredibili, come racconta Peter Bayuku Konteh, Ministro del Turismo e dei Beni Culturali della Sierra Leone in una lettera all’ong torinese Rainbow4Africa che lavora da anni nel paese: “Nella regione di Kabala, nel nord del paese, si erano diffuse voci che sostenevano che Ebola fosse un espediente del Governo per prelevare un litro di sangue da ogni abitante e offrire sacrifici rituali: veniva riferito che il Governo avrebbe succhiato il sangue umano attraverso il termometro laser. Per questo molti gli abitanti sono scappati nelle foreste per paura. Per smentire questa assurda diceria sono andato personalmente negli 11 Comuni della regione a incontrare i capi tradizionali e sensibilizzare le persone sul virus.”

Eppure proprio la Sierra Leone ha fatto un lodevole tentativo di comunicare in modo trasparente l’emergenza con l’Open Government Initiative, un database open source aggiornato quotidianamente dai diversi centri medici con i nuovi casi di contagio. Ma questo tipo di informazioni purtroppo non diminuisce l’ansia, anzi l’aumenta. E una comunicazione solo top-down non è sufficiente. In Senegal una comunità di attivisti e blogger hanno avviato a titolo gratuito un’attività di informazione e scambio di consigli attraverso una pagina Facebook, e in breve tempo più di 6000 persone sono intervenute su Twitter con l'hashtag #SenStopEbola.

Nel video: il servizio di France24 sull'iniziativa senegalese

 

Come sostiene Pierre Formenty, specialista della malattia presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La cosa più importante è davvero il monitoraggio della comunicazione. Il corpo medico da solo non può fermare questa epidemia, è solo con la partecipazione della popolazione che potremo lottare contro il virus e fermarlo”.

Interessante la provocazione di Crawford Kilian, scrittore ed esperto di comunicazione canadese: “Potremmo combattere emergenze come Ebola in modo di gran lunga più efficace se in ogni pacchetto di aiuti di emergenza ci fosse un requisito non negoziabile: che il governo ospitante istituisca e mantenga un adeguato sistema di comunicazione sanitaria. Se necessario, la nazione o agenzia donatrice dovrebbe includere nel pacchetto di aiuto la formazione per i giornalisti locali e per i tecnici, per non parlare dell’ufficio stampa del governo.”