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Non si ferma l’emergenza umanitaria dei profughi congolesi in Uganda. Da dieci anni migliaia di persone lasciano le loro case per sfuggire alla guerra. Passano il confine stravolti dal dolore della guerra e sono costretti ad adattarsi, perchè neanche lì c’è posto per loro. Dallo slum più grande di Kampala, la storia di Elodie: donna, madre, rifugiata.

di Miriam D'Elia, ricercatrice a Kampala

rifugiati ugandaElodie ha quarantacinque anni e viene da Goma, nella Repubblica Democratica del Congo. Vive in uno degli slum di Kampala, capitale dell’Uganda. Ha un marito che non può più lavorare e dei figli da mandare a scuola. Mantiene da sola la famiglia, fa il bucato per le signore ricche della città e cuce cappelli di lana colorata. E’ arrivata a Kampala nel 2008, poco dopo la ripresa della guerra in Congo.

La fuga dal Congo

Ha lasciato tutto a Goma ed è scappata verso Kampala, senza obiettivi, senza progetti. Nello stesso anno suo marito viene rapito. Così una notte, insieme ai suoi figli, viene scortata da un uomo attraverso la foresta al confine con l'Uganda. Da Rutshuru a Bunagana. E poi in pullman dritti fino a Kampala, passando dal distretto di Kisoro.

In quell'anno le truppe ribelli di Laurent Nkunda, con al loro fianco le milizie Tutsi, perpetrarono attacchi continui nei villaggi del Nord Kivu, sino ad arrivare alle soglie della città di Goma. Nkunda dichiarò ufficialmente un'azione preventiva contro una possibile repressione dei Tutsi da parte degli Hutu dopo il genocidio ruandese, ma in realtà le razzie e le violenze sui civili furono numerose. All’interno del conflitto erano presenti anche l'esercito della Repubblica Democratica del Congo, inviato per contrastare l'avanzata di Laurent Nkunda, le milizie Hutu del Ruanda e una missione delle Nazioni Unite. I paesi occidentali decisero di non intervenire militarmente, ma di inviare aiuti economici con fini umanitari e i ministri degli esteri britannico e francese si offrirono di fare da mediatori. Un misto di furbizia, pietismo, contraddizione e vigliaccheria; sempre, e questo è certo, a fine "umanitario”.

Nello stesso anno anche l'esercito congolese perpetrò violenze nella città di Goma e nei villaggi attorno.“Dal giorno del rapimento di mio marito” racconta Elodie “i militari dell’esercito congolese mi seguivano anche quando andavo a prendere i miei figli a scuola. Venivano sempre a casa mia per maltrattarci e chiedere soldi, perché mio marito aveva un buon lavoro, veniva da Rutshuru e parlava il kinyarwanda (lingua ufficiale del Ruanda). Un giorn avevo chiuso i miei figli in una stanza; loro hanno cominciato a chiedermi dov'erano. Poi mi hanno portato nell’altra stanza e mi hanno violentata. Quando sono andata all'uditorio congolese a denunciare la scomparsa di mio marito, sono arrivati di nuovo e hanno cominciato a buttare dentro casa dei gas lacrimogeni. Ancora adesso mio figlio ha dei problemi agli occhi. Da quando rapirono mio marito, venivano ogni volta a minacciarci, anche durante la notte”.

Rifugiati a Kampala

Elodie e i suoi figli arrivarono a Kampala dopo giorni di viaggio. Non parlavano inglese e nemmeno il luganda, la lingua ugandese. Hanno dormito per due giorni di fronte alla stazione di polizia, arrangiandosi come potevano. Poi un ragazzo canadese che parlava swahili li ha ospitati a casa sua e ha procurato loro dei vestiti e un po' di denaro. Elodie ha ritrovato suo marito durante il censimento dei rifugiati. Aveva passato quattro anni prigioniero nella foresta, torturato dai militari. “Ora è a casa con noi” racconta Elodie “ma non esce perché i militari che l'hanno rapito in Congo sono qui, li ha già visti tre volte in città. Ha fatto rapporto alla polizia, ma non è cambiato nulla. Non lavora e non esce di casa perché ha paura.”

Alle due incontro Elodie davanti all'ospedale di Nsambya. Ci diamo appuntamento per andare a casa sua. Passerò l'intera giornata con lei e la sua famiglia. Mi abbraccia come se non mi vedesse da anni. In realtà vado a trovarla spesso, ma per lei è sempre la prima volta. Le chiedo come sta, se sta lavorando. Mi dice che ha deciso di non vendere più i gioielli in città perché una sera, tornando a casa, è stata aggredita da alcuni uomini ugandesi che le hanno rubato la merce e l'hanno violentata.

Ma con una forza che solo lei conosce, ha iniziato cucire dei cappelli di lana; colorati, per raccogliere le trecce sul capo. Li cuce a casa e poi li rivende in città per quattromila scellini ugandesi, che equivalgono a pochi euro. Mi dice che ha cominciato anche a fare il bucato per altre signore, ugandesi, congolesi e somale. Lo fa per guadagnare qualcosa in più, per riuscire a pagare gli studi ai figli. Si alza presto il mattino, corre anche dall'altra parte della città e immerge le mani nell'acqua insaponata. Con la schiena ricurva fino all'ultima camicia sporca. “Ma è difficile“ racconta ”perché quando vado nelle case, mi danno una piccola quantità di vestiti; ma se trovi una signora che non è gentile, ti aggiunge della roba in più pagandoti uguale, oppure alla fine del lavoro si rifiuta di darti i soldi. Parto il mattino, se ho dei clienti per il bucato faccio il bucato e poi ritorno a casa. Da quella volta che mi hanno violentata torno a casa molto presto.”

Arriviamo a casa sua. E' già la quarta casa che cambia, per via del marito continuamente in pericolo. Questo è un posto tranquillo, isolato, alla periferia di Kampala. C'è solo un salotto e una camera con dei materassi. Tutto è così rovinato, così umile e precario. Eppure c'è vita. Il marito non è in casa. Elodie mi dice che è andato in ospedale perché non riesce a dormire da una settimana. Forse è malaria, ma secondo lei suo marito non sta bene, a volte dice che vorrebbe uccidersi. I figli invece sono tutti a casa, non hanno ancora ripreso ad andare a scuola dopo le vacanze natalizie. Ma anche quando sarà ora di rincominciare, solo due di loro lo faranno. Per gli altri non ci sono abbastanza soldi. “Prometto sempre che quando avrò i soldi potremmo fare questo o quello” mi confida Elodie “Ma la vita è difficile: prima devo cercare da mangiare, devo pagare l'affitto.”

Mi chiede come sta la mia famiglia, che tempo fa in Italia, se anche lì ci sono molti rifugiati congolesi. Incominciamo a scherzare, a insegnarci a vicenda l'italiano e lo swahili. E così, una parola dopo l'altra, il tempo passa. Come se tutto fosse normale, come se le nostre vite si fossero incrociate per caso. Eppure se guardo i loro occhi percepisco una luce strana, opaca. Come se stessero lì, in attesa di qualcosa o sospesi su un filo a centinaia di metri da terra. Ma è un'attesa fasulla e frustrante, perché sanno che non arriverà mai niente, che non si può tornare indietro né lanciarsi in avanti. Tutto resterà così, tra dolore e resilienza. “Se anche mi dessero del denaro, un’automobile, una casa, non potrei mai tornare in Congo. Perché lì hanno rapito mio marito, mi hanno violentata, hanno maltrattato i miei figli”.

Le stime dell'UNHCR

La situazione in Congo è tutt’oggi tesa e instabile. Dal novembre 2013 i combattimenti tra ribelli del movimento M23 ed esercito regolare si sono intensificati. Le grandi città nell’est del paese si sono svuotate progressivamente e, secondo le stime dell’UNHCR, 650 mila persone hanno lasciato le proprie case. In seguito ai nuovi scontri del luglio 2013, sono 210.000 i profughi congolesi rifugiati a Kampala. Il 60 % è composto da bambini arrivati autonomamente o separati dalle famiglie mentre oltrepassavano la frontiera.

Secondo quando riportato nel documento On refugee Protection and Solutions on Urban Areas dell'UNHCR , è previsto che i rifugiati vivano in luoghi appositi chiamati rural settlements. Tuttavia, questa clausola non venne mai presa seriamente in considerazione e ancora oggi i rifugiati che decidono, per le ragioni più svariate, di stare in città, vivono in condizioni disumane negli slum alla periferia di Kampala. Qui i rifugiati urbani sono esclusi da qualsiasi forma di protezione e assistenza. Assistenza che è invece assicurata, anche se non senza problemi e aspetti negativi, nei rural settlements. Tra i rifugiati urbani a Kampala troviamo persone con disabilità, donne vedove o single con a carico numerosi bambini, minori accompagnati. E sebbene il governo ospitante e tutte le organizzazioni coinvolte si aspettino da loro autosufficienza e autonomia, molti di loro sono incapaci di farlo.

 

Questo scritto nasce da una ricerca che sto svolgendo a Kampala (Uganda), da quattro mesi, in vista della Laurea Magistrale in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l'Università degli Studi di Torino. Il progetto si inquadra nelle attività di ricerca e cooperazione culturale della Missione Etnologica Italiana in Africa Equatoriale del Dip.Culture Politica e Società sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e nell'accordo scientifico e didattico tra l'Università di Torino e Makerere University (Kampala). La ricerca sul campo, condotta autonomamente, è focalizzata sulle strategie di sopravvivenza delle donne congolesi rifugiate a Kampala e sulla continuità della violenza di genere. Elodie è un nome di finzione.

photo credit: geezaweezer via photopin cc

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