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L’apolide é il soggetto privo di cittadinanza, ossia colui che nessun ordinamento considera proprio cittadino. La legge 91/92 disciplina in generale la condizione dell’apolide con l’art. 16, in base al quale l’apolide che risiede legalmente nel territorio della Repubblica é soggetto alla legge italiana per quanto si riferisce all’esercizio dei diritti civili.

Per riconoscere tale status di apolidia si deve instaurare un procedimento giurisdizionale presso un Giudice o un procedimento amministrativo presso il Ministero dell’Interno.

Per la certificazione dello status di apolidia in via amministrativa é competente il Ministero dell’Interno –Dipartimento per le libertá civili e l’immigrazione- e la relativa procedura é disciplinata dall’art. 17 del D.P.R. n. 572/93 “Regolamento di esecuzione della legge 91/92”.

Il soggetto interessato é tenuto a presentare istanza corredata dal certificato di nascita; documentazione relativa alla residenza in Italia; documentazione idonea a dimostrare lo status di apolide o simile attestazione rilasciata dall’Autorita consolare del Paese di origine. La Cassazione, in varie sentenze, ha chiarito che grava sempre sul ricorrente l’onere di fornire la prova dello stato di apolidia. Non é necessario instaurare prima la procedura presso il Ministero dell’Interno ma si puó instaurare direttamante un procedimento innanzi all’Autoritá Giurisdizionale Ordinaria.

Dal punto di vista probatorio, la Cassazione ha puntualizzato che la dimostrazione della perdita della cittadinanza del Paese d’origine non deve necessariamente essere fornita con la produzione di atti formali o non ufficiali: é ben possibile ricorrere a qualsiasi altro documento, anche informale, o mezzo di prova, da cui si evinca una situazione di fatto incompatibile con il possesso della cittadinanza. Infine, occorre ricordare che gli apolidi non possono essere espulsi in quanto é tecnicamente impossibile procedere all’espulsione poiché non si puó accertare la cittadinanza dell’apolide.

La maggior parte degli apolidi presenti in Italia proviene dagli Stati arabi che seguono la linea paterna per quella che riguarda la trasmissione della cittadinanza. In tali leggi solo l’uomo puó trasmettere la religione e la cittadinanza, non invece la donna che non ha pari dignitá giuridica e di agire; addirittura secondo delle leggi per noi occidentali assurde ancora oggi in alcuni Stati una donna non puó guidare l’autovettura, firmare contratti, fare il testimone ad un processo perché la legge lo vieta.

Tra questi Stati vi e' il Libano secondo la legge del 19 gennaio 1925 sulla cittadinanza del Libano, ancora in vigode nel 2013 si considera cittadino libanese la persona nata solo da padre libanese non da madre. Pochi mesi fa alcuni parlamenteri libanesi hanno in maniera formale presentato alla Camera un ordine del giorno in cui viene prevista la riforma sulla legge della cittadinanza al fine di poter fare in modo che anche la donna libanese possa trasmettere la cittadinanza ai figli.

Le donne libanesi stanno lottando da qualche decennio per aver la possibilitá di ottenere nel proprio stato la stessa paritá dei diritti con gli uomini. Tale paritá di diritto tra uomini e donne deve essere considerata come un principio fondamentale per tutti gli Stati civili. Nella speranza che il Governo libanese possa rimuovere tutti gli ostacoli di carattere legale, economico, politico o culturale, che impediscono l’uguaglianza dei diritti tra uomini e donne concluderei con un bellissima frase di Susan Brownell Anthony una donna del 1900 ancora oggi in alcuni regioni del mondo di grande attualitá “Siamo stati noi, il popolo; non noi, i cittadini maschi bianchi; e neanche noi, i cittadini di sesso maschile, ma Noi, tutto il popolo (uomini e donne) che hanno formato l’Unione....gli Uomini, i loro diritti e niente di piú, le donne, i loro diritti e niente di meno”.

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