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Nata negli Stati Uniti, la nuova frontiera del fundraising si chiama filantrocapitalismo: imprese che creano fondazioni per investire nel non profit e allo stesso tempo per nascondere investimenti in settori poco etici che non risultano sui loro bilanci pubblici. Una deriva pericolosa per le ong che accettano finanziamenti senza indagare sulle attività parallele di queste aziende.  

filantrocapitalismoAlle imprese conviene investire nel non profit perché le rende più buone agli occhi dei consumatori. Ma dato che non possono investire direttamente nel terzo settore, le imprese istituiscono fondazioni cui destinano parte del loro capitale e anche la gestione dei propri interessi economici. Interessi che rimangono nascosti nei bilanci delle fondazioni e che possono contrastare con gli obbiettivi della cooperazione. Quelli che sembrano donors virtuosi possono invece rivelarsi dei falsi amici. 

A causa della crisi economica che stiamo attraversando, i governi dei paesi occidentali hanno tagliato i fondi per il terzo settore rivestendo i privati del ruolo di principali donatori. Stupisce allora il trend positivo per chi investe nel non profit. La ricerca dell’Osservatorio Socialis condotta su 800 imprese attive nel nostro paese ha dimostrato infatti che oggi investire nel terzo settore è conveniente per le aziende perché i consumatori apprezzanno questa loro attenzione. Ma poiché in Italia sono vietati i rapporti commerciali diretti tra settore profit e non profit, le aziende italiane stanno seguendo l’esempio americano e istituiscono fondazioni che gestiscono parte del capitale dell’azienda stessa per reinvestirlo nel terzo settore.

Tale modalità di investimento è chiamata filantrocapitalismo ed è nata negli Stati Uniti con il progetto Giving Pledge. Ideato da Bill Gates, il progetto ha raccolto sin dalla sua nascita le fondazioni di magnati dell’industria statunitense che reindirizzano parti dei capitali delle loro imprese in donazioni a progetti di sviluppo. Ma gli interessi di queste imprese si nascondono dietro alle fondazioni da loro stesse istituite; fondazioni attraverso cui le imprese si affacciano al mondo del non profit come donor che possono rivelarsi pericolosi per i progetti e gli obbiettivi delle ong.

La Bill&Melinda Gates Foundation è in questi giorni di nuovo al centro delle polemiche dopo lo scandalo del vaccino antipolio nel 2007. Si è scoperto infatti che una parte delle donazioni della fondazione erano destinate al vaccino contro la poliomelite e parallelamente una parte dello stesso capitale era investito dalla fondazione in Eni, accusata di essere la responsabile della diffusione della malattia in Africa.

Secondo quanto riportato i giorni scorsi dal sito internet Mother Jones, nello scorso anno la fondazione dei coniugi Gates ha destinato il 5% del suo capitale a progetti di cooperazione come prevede la legge statunitense, ma ha anche investito gran parte dei fondi rimanenti in enti e progetti che perseguono scopi opposti: dal bilancio della fondazione emergono infatti cospicue donazioni a mutlinazionali del petrolio e delle armi, che intrattengono rapporti economici con le aziende della famiglia Gates.

Uno scandalo analogo ha travolto alcuni giorni fa Comic Relief, ente che organizza e sostiene i Patch Adams inglesi. La BBC ha analizzato il bilancio della fondazione e ha scoperto cospicue donazioni a multinazionali del tabacco, degli alcolici e delle armi.

photo credit: owenbarder via photopin cc

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