Logo
focsiv
Condividi

A due giorni alla messa in onda della prima puntata del docu-reality di RaiUno “Mission”, che seguirà alcuni personaggi dello spettacolo tra cui Paola Barale, Emanuele Filiberto e Al Bano nel loro viaggio nei campi profughi africani, VpS prova a fare il punto sulle polemiche emerse in questi mesi circa l'etica della trasmissione e il suo impatto sulle popolazioni dei paesi in cui è stato girato. 

barale-mission“La fiction non è stata girata in veri campi profughi, ma in un set ricostruito a Goma”. “Uno spot durante la trasmissione vale alla Rai 180.000 euro per 28 secondi, soldi che non finiranno ai rifugiati".

Queste le ultime polemiche lanciate dal giornalista Fulvio Beltrami sul sito African Voices a proposito del programma televisivo che sarà registrato stasera negli studi Rai di Torino e andrà in onda su RaiUno in prima serata mercoledì 4 dicembre. UNHCR e soprattutto la direzione di Intersos hanno inviato diversi comunicati stampa per rispondere alle critiche chiedendo di aspettare di “vedere il prodotto finito” prima di speculare sulla sua realizzazione.

Dall’annuncio della messa in onda a oggi infatti sono molti ad aver scritto contro il “reality” realizzato da Intersos e Unhcr in collaborazione con RaiUno. Tanto che la pubblicazione della lettera di Claudia Mocci, cooperante nei campi profughi in Ciad, ha portato al lancio di una petizione su Change.org che oggi ha raggiunto quasi 100mila firme, non impedirà la messa in onda della prima puntata, il 4 dicembre.

Per la Focsiv, uno dei problemi maggiormente connessi al format è proprio la semplificazione di una realtà complessa come quella dei campi profughi e il rischio che "un approccio che mira a promuovere la compassione per le sofferenze dei profughi ignorando le cause non fa un servizio agli stessi, alla verità ed alla possibilità concreta di agire, a livello internazionale, sui problemi reali. Se è comprensibile che la comunicazione ha bisogno di semplificazioni, i temi internazionali non possono e non debbono essere banalizzati".

Ancora domenica scorsa, al seminario per giornalisti di Redattore Sociale, la presidente della camera Laura Boldrini ha preso le distanze dal progetto affermando che l’idea originaria, visionata dalla stessa Boldrini nel ruolo di portavoce UNHCR, è stata modificata fino ad arrivare al format attuale. 

Le proteste
Oltre alla raccolta firme, il comitato “No Mission”, formato da organizzazioni che si occupano di assistenza ai rifugiati in Italia, ha avviato dal 26 novembre una serie di presidi davanti alla sede della Rai di Torino contro l’«ennesima spettacolarizzazione del dolore, costruita con sapiente estetica televisiva. Un’altra espressione dell’industria umanitaria, la stessa che al silenzio di morte dei droni fa seguire poi interventi a favore dei rifugiati”, come si legge sul comunicato. Ed è previsto per questa sera a Torino, fuori dagli uffici della Rai, un altro sit alle 19 in contro la messa in onda della trasmissione, che sarà registrata questa sera.  

La risposta di Intersos
Fin dall’inizio delle critiche sul coinvolgimento dell’ong nella realizzazione della puntata, la direzione di Intersos ha espresso la sua convinzione nell’aver agito nel rispetto dei rifugiati e delle popolazioni locali. In un’email indirizzata a padre Gigi Anataloni, segretario generale della Fesmi, Nino Sergi, presidente di Intersos, ribadisce di aver aderito al progetto perché considerato come “un tentativo innovativo di programma di prima serata, diretto quindi al vasto pubblico, per presentare alcuni temi sociali a partire da quello dei rifugiati; facendolo in modo piacevole ma anche con la massima attenzione e il massimo rispetto per le persone, la loro sofferenza, la loro dignità, rendendole protagoniste nel raccontarsi”, anche ammettendo che la scelta dei Vip poteva essere diversa: “Certamente, il programma poteva essere fatto con un altro tipo di persone, ma sarebbe stata un’altra cosa. Rai 1 ha voluto provare qualcosa di nuovo, in un tentativo, a quanto ci è stato detto, di miglioramento della qualità nella prima serata, pur con personaggi di prima serata” (qui la lettera in pdf).

Il video con le prime immagini
Un punto di vista che viene messo particolarmente in discussione dalle ultime rivelazioni da parte del giornalista Fulvio Beltrami (residente a Kampala, in Uganda), e in particolare dal rilascio di un video con alcune immagini del programma, con uno dei vip, Paola Barale, in occhiali da sole e top fluorescente, alle prese con la cucina locale. Questa clip, insieme alle indiscrezioni pubblicate sul blog African Voices da Beltrami, che sostiene attraverso alcuni documenti che la fiction non sia stata girata in veri campi profughi, ma in un set ricostruito, hanno alimentato la rabbia dei cooperanti e dei missionari che operano in Repubblica del Congo e che considerano questo modo di rappresentare la vita dei congolesi parte di quella comunicazione cinica e fuorviante classificata come “pornografia della povertà” (vedi ultimo numero di Solidarietà Internazionale dedicato al caso Mission), con un uso dell’immagine a danno delle popolazioni che si vogliono aiutare. 

In una lettera di risposta alle critiche di Beltrami, l'ufficio stampa di UNHCR Italia spiega che "in Congo le riprese non sono state realizzate in un campo profughi come da lei indicato, bensì nella località di Doruma dove sono presenti, come siamo certi lei saprà, circa 17.000 sfollati interni". Inoltre, viene confermato l'avvio di una campagna di raccolta fondi durante la trasmissione da destinare "ai paesi (e non ai campi visto che non si tratta sempre di campi) oggetto delle riprese come da accordi con la RAI e con le compagnie telefoniche".

Le puntate
Secondo un comunicato stampa sul sito della Rai, la prima trasmissione, condotta in studio da Michele Cucuzza e Rula Jebreal, avrà fra i suoi protagonisti "Albano insieme alle figlie Cristel e Romina Jr., da poco rientrati dalla loro esperienza in Giordania a fianco di UNHCR. L’attore Francesco Pannofino e la giornalista Candida Morvillo racconteranno invece la loro permanenza in Mali. Nella seconda puntata, in onda giovedì 12 dicembre, si seguiranno invece le esperienze in Congo di Emanuele Filiberto e Paola Barale, quella di Cesare Bocci e Lorena Bianchetti in Ecuador e quella di Michele Cucuzza e Barbara De Rossi in Sud Sudan. Nel comunicato viene spiegato in studio si ascolteranno le “toccanti testimonianze di chi è fuggito dal suo paese alla ricerca di una vita migliore, da parte di chi però non hai mai spezzato il filo che lo lega ancora alla propria terra”. È inoltre prevista per domani alle una conferenza stampa per chiarire gli aspetti più criticati del programma. 

La vita dei cooperanti
Interessante è il punto di vista Federico Marcon, che sul Fatto Quotidiano fa emergere ancora una riflessione, sull’immaginario collettivo del lavoro dei cooperanti. Tra la sindrome da “supereroe” che coglie molti volontari espatriati e l’immagine degli amici a casa per cui “gli operatori umanitari schivano leoni e tigri, saltano giù da jeep in corsa per fuggire ad imboscate, passano giorni con una candela in mano e si docciano una volta a settimana”, per Marcon, "se Mission riuscisse – attraverso i vari Emanuele Filiberto di Savoia, cantanti ed attori che partecipano – a far conoscere meglio gli operatori umanitari nei campi dei rifugiati, mostrando persone assolutamente normali che hanno compiuto una scelta lavorativa alternativa(e non migliore o peggiore) rispetto a lavorare in banca o in fabbrica, renderebbe un ottimo servizio alla comunità umanitaria, facilitando il ricambio generazionale di professionalità e competenze”.

 

Leggi anche:

Alla faccia di Mission: la serie tv africana che vede profughi gli europei

Intersos risponde alle critiche su The Mission

Caso reality | Il mondo della cooperazione dice NO