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Sequestrato pochi giorni dopo il suo arrivo in Pakistan, Giovanni Lo Porto è nelle mani dei suoi rapitori da ventidue mesi.

cooperante Lo Porto Si trovava a Multan in seguito alle devastanti alluvioni che hanno colpito il Paese nel 2010; il cooperante lavorava per l’ong tedesca Welthungerhilfe, con cui portava cibo alla popolazione e aiutava la ricostruzione dei villaggi distrutti. 

Le ong italiane lanciano un appello, sottoscritto dal Forum Nazionale del Terzo Settore, perché si riporti l’attenzione del governo e dell’opinione pubblica sul sequestro di Giovanni.

Siciliano, 38 anni, l’avventura in Pakistan arriva dopo molte altre ad Haiti, in Africa e in Birmania. Come molti altri cooperanti, Giovanni fa propri i principi di umanità, neutralità ed imparzialità, e così corre i numerosi rischi del mestiere - come indicato dal Aid Worker Security report, nell’ultimo anno 274 cooperanti sono stati vittime di violenze, uccisi o rapiti in 19 Paesi - . Parte lasciando a casa una famiglia molto fiera, ma preoccupata.

La madre di Giovanni in una recente intervista, nonostante la preoccupazione, si dice ottimista e “aspetta Giovanni con i cannoli appena fatti, come tutte le volte che torna da un viaggio”. Ma chiede anche che lo Stato li aiuti.

Dal rapimento, mai rivendicato, infatti non si sono più avute notizie e la vicenda è passata sotto silenzio.

Gli amici di Giovanni allora aprono una pagina Facebook da cui si appellano all’opinione pubblica e alle istituzioni. Oggi, finalmente, un nuovo appello sta facendo il giro del web; dalla pagina degli amici e soprattutto da Twitter – #VogliamoGiovanniLibero. Sottoscrive Pietro Barberi, presidente del Forum Nazionale del Terzo settore "Il nostro appello punta a scuotere le coscienze, ad attirare l'attenzione di chi ci appare distratto" sostiene nell’intervista del 14 novembre su Repubblica.it,. Le ong italiane chiedono a gran voce ai Presidenti Napolitano e Letta, di rompere il silenzio sul rapimento del cooperante e di fare tutto il possibile per accertarsi della sua incolumità per riportarlo al più presto a casa dalla sua famiglia.

Tutti possono sostenere l'appello: firma la petizione