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Il fatto che l’Italia non raggiungerà mai lo 0,7% del pil come cifra da destinarsi alla cooperazione allo sviluppo non è una novità. Nel 2012 il nostro paese si è fermato allo 0,13% e secondo il nuovo rapporto AidWatch, presentato la scorsa settimana, nemmeno per il 2015 l’Italia raggiungerà questo obiettivo.

aidwatch2013Intanto il parlamento ha iniziato a discutere la legge di stabilità, in cui, spiega Federica Mogherini, deputata Pd e coordinatrice dell'intergruppo parlamentare per la cooperazione internazionale allo sviluppo, “il governo ha deciso di investire nell'Aiuto Pubblico allo Sviluppo destinando complessivamente circa 231 milioni di euro alla cooperazione”, un aumento del 2 per cento rispetto all’anno scorso, per un totale di quattro milioni di euro. Secondo l’on. Mogherini questo significa che “non solo si riesce a confermare il livello di investimento dell’anno scorso - dopo anni in cui la cooperazione era stata pressoché azzerata -, ma si introduce anche un contenuto, politicamente significativo, incremento di risorse”.

In Europa gli unici paesi a destinare almeno lo 0,7% del pil agli aiuti sono Lussemburgo (1%), la Svezia (0,99%) la Danimarca (0,8%) e il Regno Unito, mentre sono 19 i paesi europei che hanno diminuito i loro stanziamenti.

 

Buone le intenzioni, ma le politiche sono sbagliate

I dati finanziari vanno confrontati con quelli emersi in un altro rapporto di Concord, “Policy Coherence for Development 2013”, uscito lo scorso settembre, dove viene indagata la coerenza delle politiche Ue rispetto al finanziamento dello sviluppo, la sicurezza alimentare, i cambiamenti climatici e le risorse naturali. Le scelte Ue sono messe a confronto con il “benchmark di coerenza delle politiche per lo sviluppo”, una disposizione del Trattato di Lisbona all’articolo 208, in cui si esplicita che la Policy Coherence for Development (PCD) è divenuta un obbligo all’interno del trattato.

L’articolo implica che tutte le politiche della UE devono essere di supporto alle necessità di sviluppo dei pvs, o quanto meno non in contraddizione con l’obiettivo dello sradicamento della povertà. L’idea è che le politiche dell’UE tengano conto degli obiettivi di sviluppo, incentrato sulla lotta alla povertà. Secondo il rapporto, alcune politiche Ue hanno avuto un’influenza negativa sui paesi in via di sviluppo. Ad esempio, in campo finanziario, a causa di una policy insufficiente nella regolamentazione dei paradisi fiscali, i pvs hanno perso 100 miliardi di dollari in gettito fiscale. E almeno 859 miliardi di dollari nel 2010 sono andati sprecati attraverso flussi finanziari illeciti. Una cifra che da sola vale 13 volte gli investimenti europei in aiuto allo sviluppo.

In questo senso gli autori del rapporto raccomandano un miglioramento delle politiche europee per quanto riguarda la tassazione delle imprese e le leggi anti-riciclaggio, per offrire ai paesi in via di sviluppo l’opportunità di aumentare le loro entrate. Anche in materia di land grabbing l’Europa viene ripresa: sono 36 milioni gli ettari di terra nei pvs occupati dall’Ue, di cui 20 milioni usati per allevamenti intensivi.

photo credit: United Nations Photo via photopin cc