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"Israele tiene alla sorte dei 55000 immigrati che vivono sul suo territorio, provenienti per il 90% dalla Somalia e dall'Eritrea". E’ quanto emerge, erroneamente, dal comunicato del ministro dell’interno Gideon Sa’ar del 30 agosto scorso, in cui spiega di volersi prendere cura degli immigrati respingendoli in un paese terzo: l’Uganda. 

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Nel comunicato si esplicita che riceveranno un compenso di 1500 dollari i migranti che opteranno per un "ritorno volontario", mentre "a chi si rifiuterà di partire verrà negato il visto e il permesso di lavorare nel paese".

Dopo aver vietato il trasferimento di denaro nei paesi di provenienza agli immigrati africani in Israele, il ministro dell’interno Sa’ar sembra aver raggiunto un accordo con l’Uganda per la deportazione di almeno una parte degli immigrati presenti sul territorio.

L’accordo dovrebbe essere firmato nei primi giorni di ottobre. Nessun dettaglio sul piano. Non si specifica il numero di immigrati che saranno deportati, né tantomeno le condizioni di tutela che lo stato ugandese garantirà ai possibili richiedenti asilo. Tali dettagli taciuti fanno pensare che si tratti di un accordo alquanto ampio.

Negli ultimi anni le compagnie di difesa israeliane hanno addestrato le forze di sicurezza ugandesi sia in Israele che in Africa e il sistema sanitario ugandese ha ricevuto dei finanziamenti dallo stato d’Israele. Inoltr,e il giornale Haaretz parla di armamenti e di nuovi investimenti israeliani nel paese a seguito di questo accordo.

L’obiettivo principale del piano è quello di garantire la sicurezza interna nello stato d’Israele. Tra gli immigrati, secondo il governo, potrebbero nascondersi degli "infiltrati". Il ministro Sa’ar ne conta tra i 2000 e 3000, capaci di minare la sicurezza nazionale di Israele. La paura del terrorismo interno nel paese è lampante e la ricerca del nemico pubblico è sempre nell’aria.

Secondo numerose associazioni, il ministro dell’interno sta, in questo modo, sostenendo una politica che lede i diritti umani fondamentali dei deportati. Più del 90% degli immigrati presenti sul territorio proviene dal Sudan e dall’Eritrea ed è possibile che molti di questi abbiano le condizioni adeguate per richiedere lo status di rifugiato. Per questo il principio di non refoulement impedisce ad Israele di rispedire nei paesi di origine i rifugiati politici. In questo caso l’Uganda non sarebbe il paese d’origine, ma un paese terzo che tutelerebbe l’incolumità degli immigrati.

Ma chi garantisce che lo stato africano rispetterà gli accordi internazionali? Per numerose ong israeliane tra cui ACRI, Hotline for Migrant Workers, Physicians for Human Rights – Israel, A.S.A.F., Amnesty International Israel and Kav LaOved l’Uganda non sarebbe un paese capace di garantire protezione ai rifugiati che partono da Israele. Nel marzo del 2013 un altro caso simile aveva fatto clamore. Israele decise infatti di deportare un richiedente asilo eritreo in Uganda. I giornali riportavano che il ritorno era di tipo “volontario”. Il governo ugandese all’epoca venne meno agli accordi e lo rispedì in Eritrea.

Tesfamihret Habtemariam, 28 anni, deportato nel marzo scorso, aveva vissuto più di sei mesi in carcere dopo essere arrivato illegamente in Israele, nonostante la legge preveda una detenzione di massimo 60 giorni. Anche l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati dichiara di non esser stato interpellato dal governo israeliano e che tali decisioni devono seguire delle procedure standard.

La direttrice dell’istituto per l’immigrazione e l’integrazione sociale, Dvora Blum, fa appello al governo per richiedere maggiori informazioni sull’accordo. "Mi aspetto che vengano resi pubblici i dettagli, non riguardo alle armi vendute all’Uganda ma riguardo piuttosto alle condizioni che l’Uganda dovrà rispettare per tutelare la vita dei rifugiati africani; nella speranza", aggiunge, "che tale accordo sia sottoposto ad un controllo da parte dell’onu prima che diventi effettivo".