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vladimir_putin_russiaNella sua rinnovata strategia di potenza internazionale la Russia sempre più gioca la carta atomica; dalla centrale di Busher, in Iran, al primo centro mondiale per l’arricchimento dell’uranio in Siberia, moltiplica i contratti miliardari. Ma mentre scelte tecniche discutibili aumentano i rischi per la popolazione i proventi restano nelle mani dei soliti noti.

Di Gianluca Iazzolino

Vladimir Putin l’ha definita “democrazia sovrana”: una dottrina che va oltre le ideologie tradizionali e che al Cremlino, dove il concetto è stato coniato, sembra aver messo radice. E’ sotto questo cappello teorico che la nuova Russia è andata alle urne per controfirmare la scelta fatta dallo zar Vladimir del suo successore, Dimitry Medvedev, già presidente del colosso petrolifero Gazprom. Democrazia sovrana. Vladislav Surkov, uno dei più ascoltati consiglieri della presidenza, l’ha così spiegata: la Federazione Russa è una democrazia a tutti gli effetti e chi sostiene il contrario è un nemico dello Stato.

Mercato e geopolitica
Dinamica e flessibile come i siloviki, gli uomini forti della nuova Russia, tutti con un passato nei servizi segreti, la democrazia sovrana è la chiave di lettura sia per la politica estera che per quella interna di Mosca. Prendiamo l’Iran: mentre monta la pressione internazionale sul paese degli ayatollah e sulle sue ambizioni atomiche, Putin si mette di traverso sulla strada di George W. Bush e di chi, con lui, ritiene Teheran “la principale minaccia alla pace mondiale”. Un tempo Mosca avrebbe messo la sua collaborazione con l’Iran sul piano della “solidarietà tra popoli nel nome del socialismo”. Oggi, più prosaicamente, si chiamano investimenti. Investimenti che, in modo inedito, sanciscono un abbraccio tra mercato e geopolitica. Quello con l’Iran vale al momento 1 miliardo di dollari, ovvero il costo della centrale nucleare di Busher che la compagnia russa a partecipazione pubblica Atomstroieksport sta realizzando sulle coste del Golfo Persico. Le trattative non sono state facili, ma non per le ragioni che hanno portato Teheran all’esame dell’Aiea, l’agenzia Onu che si occupa di energia atomica, e oggetto di sanzioni internazionali: l’Iran si è semplicemente rivelato un cattivo cliente, spesso in ritardo con i pagamenti. Il che ha spinto Atomstroieksport a interrompere i lavori diverse volte. Finalmente all’inizio di dicembre il presidente di Atomstroieksport, Sergei Shmatko, ha dichiarato in conferenza stampa che tutti gli impedimenti erano stati risolti e che i lavori potevano procedere. Busher potrebbe diventare attiva entro la prima metà del 2008, e si preannunciano affari da favola per una lobby atomica russa sempre più assertiva.

Uranio avanti tutta
A livello interno, la democrazia sovrana si manifesta con la repressione di chi obietta che proprio questi affari da favola hanno un costo troppo alto per la collettività. Dietro l’immagine di ritrovata potenza, al di là delle vetrine di Mosca e San Pietroburgo, la Russia è attraversata da tensioni che i media addomesticati non riportano. Contro il caro vita, gli abusi delle autorità, la corruzione e lo sfruttamento delle risorse naturali. Il nucleare gioca la parte del leone perché, come dice Vladimir Slivyayk, presidente dell’ong moscovita Ecodefence, «è un ottimo business, facilmente camuffabile dietro le ragioni di sicurezza. Ma non per tutti i russi. Che, anzi, rischiano di pagare per il bene di pochi». Un caso emblematico, sotto la lente delle ong russe, è quello di Angarsk, nella Siberia meridionale, l’epicentro della nuova geopolitica russa. E’ qui, infatti, tra i boschi di conifere che bordeggiano il maggior bacino d’acqua dolce al mondo, il lago Bajkal, che sorgerà il primo centro internazionale per l’arricchimento dell’uranio. L’annuncio è stato dato nel corso del G8 di San Pietroburgo del 2006 da Putin in persona, che ha successivamente incassato il beneplacito dell’Aiea. «Un enorme investimento per rafforzare il regime di non proliferazione mondiale», l’ha definito un portavoce di Rosatom, l’agenzia atomica russa, lasciando intendere i benefici per la comunità internazionale. Il centro di Angarsk, secondo i piani, dovrebbe agire come un semplice fornitore di servizi, arricchendo uranio per conto di terzi. Il presidente di Rosatom, Sergei Kirienko, vicino a Putin e vero architetto della politica nucleare russa, ha dipinto uno scenario dorato: il centro raccoglierà le commesse di tutti i paesi che necessitano di carburante per le proprie centrali nucleari e tonnellate di uranio arriveranno dall’esterno per essere arricchite e quindi rispedite ai clienti. Il tutto, ovviamente, per contratti miliardari, i cui proventi, garantisce Rosatom, saranno investiti nella tutela ambientale.

Allarme ambiente
Le ong ambientaliste, però, non si fidano. Troppe volte le promesse sono state disattese e le poche risposte ai quesiti dei Verdi sono state finora in puro stile sovietico: a base di Omon (la polizia anti-sommossa) e segreti di Stato. Profitti massimizzati quanto più si abbattono i costi. Ecodefence, ad esempio, fa notare che, dopo il processo di arricchimento, e secondo stime della stessa Rosatom, l’uranio netto utilizzabile ammonta a circa il 10% del materiale grezzo, che rimarrebbe in Russia in forma gassosa (il cosiddetto hexafluoride). La Francia ha sviluppato una tecnologia che consente di convertire l’uranio gassoso in ossido d’uranio, molto più sicuro una volta stoccato, ma l’addetto stampa del centro ha già dichiarato che ad Angarsk il gas d’uranio verrà convertito in tetrafluoride d’uranio, con un metodo non altrettanto sicuro ma che costa esattamente la metà. «Sarà la prima volta nella storia dell’industria atomica che questo sistema è applicato all’arricchimento dell’uranio», precisa Slivyayk, «e non si tratta di un primato di cui andar fieri». Tanto più che Angarsk, dove un impianto per l’elettrolisi esiste già (il centro in realtà sarebbe un ampliamento della struttura esistente), è oggi una delle maggiori discariche di scorie radioattive al mondo, e non solo russe. Dal 1954 l’impianto ri-processa l’uranio in forma gassosa, ovvero l’hexafluoride di scarto delle centrali di tutto il territorio sovietico. Le scorie prodotte sono state accumulate con il passare degli anni nei dintorni del sito, in quantità che, come ha ammesso lo stesso Kirienko, sono «tenute segrete per motivi di sicurezza». Inoltre, dal 1996 al 2002, riferiscono Ecodefence e Greenpeace, tra le 130 e le 290 tonnellate di uranio gassoso all’anno sono state trasportate allo stabilimento di elettrolisi di Angarsk dal consorzio anglo-tedesco-olandese Urenco e da quello francese Eurodif SA che, per conto dei rispettivi paesi, hanno subappaltato lo smaltimento delle scorie a Rosatom.

Bombe a tempo

Nel 2000, le ong russe erano riuscite a raccogliere in tre mesi 2 milioni e mezzo di firme per un referendum sul divieto d’importazione di materiale radioattivo, ma il Comitato elettorale centrale invalidò un terzo delle firme, apparentemente su pressione del Cremlino. «Bastavano già le scorie dell’ex-blocco sovietico», spiego Slivyayk. «Non era decisamente il caso di accogliere anche i rifiuti di altri paesi europei. Ma Rosatom fece una previsione di 20 miliardi di dollari d’incasso, con cui, disse, avrebbe potuto far fronte ai disastri ambientali dei tempi dell’Urss. Oggi però ci domandiamo: dal momento che quei disastri continuano a esserci, dove finiscono questi soldi?» Sarebbe ingiusto, aggiunge Slivyayk con un sorriso, dire che l’agenzia atomica non si è mossa per porre rimedio ai danni fatti prima del ’92. «Prendiamo il lago Karachai, nella regione di Chelyabynsk: è considerato il bacino idrico più radioattivo della terra. La Rosatom ha risolto il problema a modo suo: ricoprendolo interamente di cemento». Tra le spade di Damocle radioattive, un posto di rilievo lo occupa Andreyeva Bay (vedi VpS gennaio 2008), un’insenatura stretta tra i fiordi artici nell’estremo nord della Russia, a soli 45 km dal confine norvegese. L’ong norvegese Bellona, una delle più autorevoli organizzazioni verdi al mondo, la definisce “una bomba atomica innescata”, e sul giudizio concorda anche il centro Ivan Kurchetov, una delle ultime oasi di ricerca indipendente in Russia: la baia, che si trova nei pressi di Murmansk, sede della Flotta atomica del Nord, è infatti la principale discarica atomica d’Europa, dove sono stipati fusti di carburante radioattivo utilizzato da sommergibili e rompighiaccio. A partire dall’82, diversi ricercatori e tecnici hanno rilevato una progressiva corrosione dei compartimenti, ma gli interventi sono stati minimi. I portavoce di Rosatom continuano a sminuire il rischio di incidenti, specificando che il deposito è tuttora impermeabile, ma un rapporto, stilato da Bellona e confermato anche da alcuni membri dell’Istituto per la sicurezza nucleare dell’Accademia delle scienze russa, è stato recapitato sulle scrivanie di varie autorità, nella penisola scandinava, a Bruxelles e a Mosca. Il rapporto segnala perdite di acqua contaminata con cesio e stronzio all’interno dei fusti e lancia l’allarme: un’esplosione a catena può avvenire da un momento all’altro, disperdendo materiale radioattivo su tutto l’Artico e la Scandinavia. Gli scandinavi, per ovvie ragioni, sono stati i più recettivi nei confronti del rapporto. Una lettera aperta è stata pure inviata a Putin, sollecitando un suo intervento, ma non ha ricevuto risposta.

Nuove centrali in vista
Per Rashid Alimov, attivista di Bellona, è «una questione di priorità e, semplicemente, l’emergenza ambientale e la tutela della salute pubblica non lo sono». Secondo Alimov, l’atteggiamento dell’agenzia atomica è emblematico di un rapporto tra potere e società che, nel passaggio dall’Urss alla Federazione Russa, non è cambiato poi molto. Intanto, mentre molti reattori nucleari di epoca sovietica, situati non solo in Russia ma anche nel Caucaso, quindi quasi sui confini dell’Unione europea, sono diventati obsoleti, Rosatom già s’appresta a costruire nuove centrali. Potrebbe sembrare paradossale quanto dichiarato dal vice primo ministro Sergej Ivanov a proposito del paese che fornisce gas e petrolio all’Europa: «La Russia soffre di un deficit energetico che solo il nucleare può colmare». Ma, aggiunge Slivyayk, «ciò ha senso nell’ottica di una vera e propria allocazione energetica: il nucleare per uso interno e gli idrocarburi per quello esterno». In questo modo, insomma, la Russia potrebbe indirizzare le materie prime verso l’esportazione e alimentare il suo fabbisogno interno con le centrali nucleari. E poi rimane quella risorsa flessibile che è la tecnologia: l’asso nella manica per creare alleanze. Mentre, su pressione delle associazioni verdi interne, i paesi europei che finora hanno esportato scorie in Russia si sono impegnati a non rinnovare i contratti quando scadranno, nel 2009, già si affacciano sul mercato atomico nuovi clienti. A parte l’Iran, tra i paesi interessati al futuro centro di Angarsk, capace di fornire servizi completi a pieno regime, c’è anche la giunta birmana. Nella sua nuova strategia geopolitica, Mosca attinge più al marketing che alla teoria classica, garantendo anche una sorta di ‘assistenza clienti’: non solo fornendo il combustibile, ma anche occupandosi dello smaltimento delle scorie (ovviamente a pagamento). I due pilastri della democrazia sovrana russa, il nucleare e il petrolio, si specchiano nei due colossi voluti dallo zar Putin: Rosatom e Gazprom. Gli ex cekisti oggi al Cremlino hanno scoperto l’economia di mercato e garantiscono che la Russia sarà sempre più ricca, sicura, libera. Chi lo nega, è un traditore.

 

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