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La notizia del nuovo reality show nei campi profughi programmato per l’autunno da Rai Uno va diffondendosi e scatena le reazioni di chi opera nella cooperazione. “The Mission” vedrà protagonisti 8 “vip”, dalla Parietti ad Al Bano, passando per Emanuele Filiberto, catapultati in altrettanti campi profughi del continente africano e del medio oriente. Può esistere un reality umanitario? E quale può essere l’obiettivo?

the mission realityPercepito da molti cooperanti come “uno spettacolo televisivo per lavarsi la coscienza”, The Mission sarà il nuovo reality umanitario proposto da Rai Uno, in collaborazione con UNHCR (agenzia ONU per i rifugiati) e l’ong Intersos che andrà in onda dal 27 Novembre. I volti noti di Albano, Emanuele Filiberto, Alba Parietti, Michele Cocuzza e altri eroi dovrebbero far conoscere al pubblico il mondo della solidarietà in realtà amare come un campo profughi, in cui le vite sono messe alla prova ogni minuto. “Il programma - spiega Laura Lucci, responsabile dell’UNHCR,- servirà a far comprendere al pubblico chi sono i rifugiati. Il reality è contemplato per rafforzare la consapevolezza che nel mondo vi sono più di 40 milioni di rifugiati che spesso restano nei campi profughi per vent’anni, vivendo in precarietà e senza beni di prima necessità” Secondo la Lucci, la Rai sta puntando su un reality che privilegia l’informazione e non l’intrattenimento.

Claudia Mocci, volontaria in Ciad, ha scritto una lettera come appello a diffondere e dare risalto alla notizia, lanciando il dibattito. “Non è necessario esibire la sofferenza di queste persone per capire che è reale” - scrive la cooperante - “Basterebbe comunicarla in maniera diversa, non come se fossero animali da macello”. Si tratta di “pornografia umanitaria” secondo quanto definito dalla giornalista Valentina Furlanetto.

Interessante la colorita polemica di Giulio Sensi che chiede di emendare The Mission. E scrive nel suo blog di Vita.it “ I protagonisti, invece che vip capricciosi o volenterosi, potrebbero essere i cooperanti, meglio ancora se fossero gli operatori delle realtà locali che fronteggiano situazioni di crisi. Allo stesso tempo i 'beneficiari' dovrebbero essere pure loro protagonisti”.

E’ una questione di responsabilità, dignità e rispetto. “Prima di tutto - commenta la cooperante Sarah Lupu - questo progetto è un insulto ai rifugiati coinvolti ma anche a tutti coloro che subiscono l’irreparabile tragedia della guerra, delle violenze, degli sfollamenti, degli smembramenti familiari. E' un insulto gratuito anche a tutti coloro che dedicano, con professionalità e continua formazione, la loro vita al lavoro della cooperazione.” La sua proposta è in realtà una controproposta che coinvolge la presa di responsabilità nel diffondere un processo di sensibilizzazione positivo su cosa sia la cooperazione e su chi siano i rifugiati. “Dato che la mera critica può risultare sterile, vorrei proporvi - scrive - di attivarci per la stesura di una petizione che richieda l'immediato annullamento del programma televisivo in questione ed in contemporanea di lavorare ad una nuova proposta per un nuovo programma. Mi piacerebbe coinvolgere dei veri professionisti della cooperazione per presentare una controproposta di programma televisivo che davvero valorizzi le persone, le storie e le professionalità coinvolte.”

Fulvio Beltrami, giornalista free lance dall’Uganda, si domanda sbalordito “come hanno fatto i colleghi della RAI e il Responsabile Pubbliche Relazioni di Intersos a prestarsi a questo reality show entrando a pieno diritto nei Master of Poverty, i Signori della Miseria, di cui odio e disprezzo da parte degli africani è sempre più evidente.” Secondo il giornalista l’iniziativa è basata sul pietismo e sulle disgrazie di esseri umani ma soprattutto sul cattivo gusto orchestrato da una agenzia onu e una ong italiana.

Il fondatore di Fund-Raising.it Massimo Coen Cagli definisce il fenomeno un concentrato di errori. L’esperto parla di spettacolarizzazione della sofferenza e dei problemi sociali, piuttosto che l'invisibile impegno per risolvere sul serio i problemi. “E' importante - dice - comunicare noi stessi più che fare per risolvere problemi. Eleonora Terrile, esperta di comunicazione e non profit, boccia su tutta la linea la proposta Rai e prevede un effetto anestetizzante trasmesso dalla TV. “Ecco il ruolo che si vuole dare al non profit - aggiunge Coen Coagli - quello di anestetizzante sociale: bello, solidale, virtuale, senza effetti collaterali e soprattutto ininfluente. Prendi una pillola di non profit e il dolore va via in un attimo. Poi il problema resta. Ma a quello ci pensano altri. Io prendo un semplice anestetizzate e mi sento meglio, mi sento pià buono..... Ora anche in TV!

“Una vergogna” secondo la giornalista Elena Cranchi. “La RAI dovrebbe dare spazio al non profit ma non usare le emergenze e i paesi travolti da catastrofi per fare audience.” Per Vps, Elisabetta Demartis commenta: “Non solo non abbiamo un briciolo di umiltà nel lasciare in pace queste persone che, in parte, vivono in queste condizioni per colpa nostra, ma non abbiamo nemmeno la sensibilità di starcene a casa senza desiderare continuamente il sangue, la miseria e la povertà. I veri poveri siamo noi!”

Drastica è la posizione di Cristian De Luca, capo progetto in Libano con i rifugiati per Terre des Hommes che vorrebbe azioni di inquinamento televisivo “Propongo di boicottare questa iniziativa -suggerisce- andiamo li e non facciamo loro girare le scene”.

Il dibattito resta aperto e c’è spazio per idee, proposte ed iniziative.

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Photo credit: United Nations via Photopin

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