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lavoratori agricoliIn occasione della Giornata internazionale dei migranti, il 18 dicembre, Amnesty International lancia il nuovo rapporto "Volevamo braccia e sono arrivati uomini": una denuncia dello sfruttamento dei migranti impiegati nelle nostre aree agricole, che ricevono paghe inferiori del 40% rispetto al salario italiano minimo, pur lavorando un numero di ore molto maggiore. Ma per cambiare le cose, occorre che le autorità italiane modifichino le proprie politiche sull’immigrazione.

«I primi quattro anni in Italia ho lavorato in una fabbrica che confeziona cipolle e patate per l’esportazione. Mi pagavano 800 euro al mese per 12-14 ore di lavoro al giorno. Il datore di lavoro mi diceva sempre che se avessi lavorato duro e bene mi avrebbe fatto avere i documenti, ma non l’ha mai fatto» (Hari). «Lavoro 9-10 ore al giorno dal lunedì al sabato, poi 5 ore la domenica mattina, per tre euro l’ora. Il datore di lavoro mi dovrebbe pagare 600-700 euro al mese, contavo di mandare 500 euro al mese a mio padre in India. Negli ultimi sette mesi però ho ricevuto solo 100 euro al mese per le spese. Non posso andare alla polizia perché non ho documenti: mi prenderebbero le impronte e dovrei lasciare l’Italia» (Sunny). «Quando non hai i documenti ti danno solo lavoro nero, che è mal pagato. Prendiamo dai 25 ai 30 euro al giorno per otto o nove ore di lavoro. Ma quando ci facciamo male non prendiamo niente» (Ismael). Queste sono solo alcune delle testimonianze raccolte tra i lavoratori indiani e africani nelle zone di Latina e Caserta e pubblicate nel nuovo rapporto di Amnesty International, "Volevamo braccia e sono arrivati uomini". Il Rapporto  in occasione della Giornata internazionale dei migranti, che si celebra il 18 dicembre: in questa data infatti, 22 anni fa, fu varata la Convenzione Onu sui diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, entrata a far parte del diritto internazionale nel 2003, dopo la ratifica da parte di 20 Stati membri: esclusa l’Italia che, come gli altri Stati europei, non ha voluto sottoscrivere la convenzione.

A inizio 2011 la presenza di cittadini stranieri nel nostro paese era stimata intorno ai 5,4 milioni, pari all’8,9% della popolazione. Circa 4,9 milioni di cittadini stranieri hanno documenti in regola che li autorizzano a stare in Italia, mentre mezzo milione di loro sono privi di documenti validi, ossia risultano irregolari. Lo sfruttamento dei lavoratori migranti nei settori dell’agricoltura e dell’edilizia è diffuso in parecchie zone dell’Italia meridionale: ma essi ricevono paghe inferiori di circa il 40%, a parità di lavoro, rispetto al salario italiano minimo concordato tra le parti sociali e lavorano un maggior numero di ore. Benché le vittime dello sfruttamento non siano solo africani e asiatici, ma in alcuni casi anche cittadini dell’Unione europea (soprattutto bulgari e rumeni) e di paesi dell’Est Europa che non fanno parte dell’Ue (come gli albanesi), il Rapporto di Amnesty si concentra sulla situazione dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana, dall'Africa del nord e dall’Asia, impiegati in Sud Italia in lavori poco qualificati, spesso stagionali o temporanei, per lo più in agricoltura. Le informazioni sono state raccolte durante due missioni effettuate nel corso del 2012 - a Milano, Roma, Latina, Caserta e Rosarno - dove i delegati di Amnesty hanno incontrato lavoratori migranti, ong, realtà della società civile e organizzazioni internazionali, sindacalisti ed esperti, oltre a rappresentanti della Direzione nazionale antimafia e delle questure di Latina e Caserta. Risultato? Una situazione di sfruttamento generalizzato del lavoro migrante.

Le responsabilità politiche

«Nell’ultimo decennio le autorità italiane hanno alimentato l’ansia dell’opinione pubblica sostenendo che la sicurezza del paese è minacciata da un’incontrollabile immigrazione ‘clandestina’, giustificando così l’adozione di rigide misure che hanno posto i lavoratori migranti in una situazione legale precaria, rendendoli facili prede dello sfruttamento» osserva Francesca Pizzutelli, ricercatrice del Segretariato internazionale di Amnesty e autrice del rapporto. «Il controllo dell’immigrazione può certo costituire un interesse legittimo di ogni Stato, ma non dev’essere portato avanti a danno dei diritti umani. L’esito di tutto questo, spesso, per i lavoratori migranti consiste in riduzioni arbitrarie dei compensi, ritardato o mancato pagamento, lunghi orari di lavoro. Un problema diffuso in tutto il paese e ‘sistematico’».

Le attuali politiche italiane mirano a controllare il numero dei migranti stabilendo quote d’ingresso per tipi diversi di lavoratori (quote che restano però molto inferiori all’effettivo fabbisogno di lavoratori migranti) e rilasciando permessi sulla base di un contratto scritto. Oltre a essere inefficace e a favorire gli abusi, secondo Amnesty questo sistema accresce il rischio di sfruttamento. I datori di lavoro preferiscono assumere lavoratori già presenti in Italia a prescindere dalle quote d’ingresso fissate dal governo. Alcuni lavoratori possono avere il permesso già scaduto mentre altri possono aver ottenuto il visto d’ingresso attraverso intermediari ma non riescono poi a ottenere il permesso di soggiorno; molti immigrati finiscono così per trovarsi senza documenti che ne attestino la presenza regolare in Italia, rischiando l’espulsione.

La legislazione italiana ha infatti introdotto il reato di ‘ingresso e soggiorno illegale’, stigmatizzando così i lavoratori migranti irregolari, alimentando la xenofobia e la discriminazione e ponendoli nella condizione di non poter chiedere giustizia per salari inferiori a quanto concordato, per il mancato pagamento o per essere sottoposti a lunghi orari di lavoro. Come sottolinea Francesca Pizzutelli, Amnesty International chiede adesso che «le autorità italiane modifichino le politiche in materia d’immigrazione concentrandosi sui diritti dei lavoratori migranti, indipendentemente dal loro status migratorio, garantendo loro un efficace accesso alla giustizia e istituendo meccanismi sicuri e accessibili per i lavoratori migranti che intendono presentare esposti e denunce contro i datori di lavoro, senza timore di essere arrestati ed espulsi».