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download (2)L’Amputee football federation of Liberia raggruppa 5 squadre di calcio con una caratteristica: i giocatori sono tutti ragazzi che hanno perso un arto durante il conflitto che ha insanguinato il paese per 14 anni. E oggi, grazie allo sport, superano l’emarginazione e l’isolamento.

di Olga De Biaggio

Incontro Samuel Eastman in un pomeriggio di sole. Arrivata in cima a quella strada Samuel mi viene incontro camminando piano, con la sua unica gamba e le stampelle.  Tranquillo e sorridente, si ferma appoggiando la gamba amputata al livello del ginocchio a una stampella e mi dà una vigorosa stretta di mano. Ci sediamo in un bar, sotto un mango e Samuel inizia a raccontarmi di sé e del club calcistico.

Colpiti dalla guerra

La “Liberian amputee sport association” è stata fondata nel 2006, subito dopo la fine della guerra che ha afflitto il paese tra il 1989 e il 2003. «Era un progetto ambizioso che inizialmente ha goduto dell’appoggio di organizzazioni internazionali, imprese private e del governo liberiano, ma presto ha dovuto ridimensionarsi da associazione sportiva a club di calcio», racconta Samuel, che sin dagli albori è stato un giocatore e segretario di quella che oggi è l’”Amputee football federation of Liberia”, composta da 5 squadre di calcio di Monrovia e dintorni. I suoi compagni sono perlopiù persone che hanno perso un arto durante il conflitto: tutti i giocatori sono senza una gamba, ai portieri manca un braccio.

L’orgoglio della federazione è la squadra nazionale formata dagli atleti più dotati. Oggi essa è l’unica che riceve ancora un sostegno dal Ministero della Gioventù e dello Sport per partecipare a competizioni internazionali. «Grazie al calcio, nel 2007 sono stato in Russia, poi negli anni successivi ho partecipato con la squadra liberiana alle Coppe del Mondo per amputati in Turchia e in Argentina. E a novembre 2011 abbiamo vinto la Cup of African nations for amputee football tenutasi in Ghana», racconta Samuel, entusiasta del suo lavoro, ma non pagato. «Qualche anno fa ho lasciato un impiego da contabile presso il Ministero della Giustizia. Oggi mi dedico a tempo pieno al supporto della federazione», mi dice e mi invita l’indomani per il torneo delle 5 squadre nazionali a confronto.

La partita

Il giorno dopo piove. Samuel mi chiama alle tre, quando il maltempo concede una tregua. Al campo di terra rossa c’è acqua ovunque. Si è formato un fiumiciattolo, ma ciò non scoraggia i giocatori. I ragazzi si muovono veloci sulle loro stampelle, la gamba buona è usata per calciare la palla e i moncherini non sembrano disturbare la dinamicità del gioco. Sono affascinata dalla forza e dall’agilità dei giocatori e dalla determinazione. Si marcano stretto, si passano la palla, se la rubano senza esitazioni. Il gioco è leggermente più lento ma non meno avvincente delle partite di calcio che ho visto finora. L’unica differenza è che gli infortuni non causano danni solo agli arti veri ma anche a quelli “addizionali”. «La rottura di una stampella è la cosa peggiore che possa capitare a un giocatore, significa che per lui la partita è finita» spiega Samuel. Un paio nuovo di stampelle importate, quelle più leggere e adatte al gioco, costa 35 $, difficilmente i ragazzi se le possono permettere. «Per quel giorno si può solo ricorrere a soluzioni di fortuna, un nastro adesivo o una corda».

 

 

Vittime e carnefici

Dopo due tempi da 30 minuti la partita si conclude uno a zero. Devo ammettere che per tutto il tempo ho fatto fatica a distogliere l’attenzione da quei moncherini. Erano come il ricordo lasciato da una guerra che non può essere dimenticata, né dalle vittime né dai carnefici. Lì, a giocare a calcio su una gamba sola, c’erano entrambi, usciti tutti perdenti da un conflitto che ha distrutto un intero paese. Tra loro c’era chi aveva ucciso durante la guerra ma anche chi, come Samuel, aveva perso la gamba a causa di una bomba lanciata dall’Ecomog (missione di pace dell’Africa occidentale) sulla città di Gbanga nel ‘92. «Io ero andato a trovare mio zio in quella zona dove si nascondevano i ribelli» racconta Samuel. «Allora avevo 13 anni, subito dopo il bombardamento ero andato vicino all’acquedotto per vedere cos’era successo. La curiosità, quella maledetta curiosità, mi ha portato fin lì e mi ha fatto camminare sopra una bomba inesplosa». Samuel ricorda benissimo che era giovedì 22 ottobre e che più di qualsiasi dolore lo aveva ferito risvegliarsi nel letto d’ospedale senza più una gamba.

In cerca di futuro

Oggi i ragazzi che giocano a calcio sul campo di terra rossa non vogliono più essere identificati come ex guerriglieri «Noi vogliamo essere accettati per quello che siamo, non discriminati, e aiutati nel nostro percorso», dicono. Ma questo ormai conta poco per i donatori internazionali, la guerra è troppo lontana per attirare ancora fondi e la storia di pochi amputati in cerca di futuro non è più così attraente. Ma «noi non smettiamo di sognare», dicono Samuel e i suoi amici, «speriamo che il Ministero dello sport continui a sostenerci, e che ci permetta di partecipare al prossimo torneo per amputati che si terrà quest’anno in Iran». Così come sperano che un giorno qualcuno li aiuterà a creare un centro dove i ragazzi come loro, oltre a dedicarsi allo sport, possano ricevere corsi di formazione professionale e assistenza psicologica. «Perché non è facile dimenticare le stampelle quando si corre», dicono, «e non è facile dimenticare i traumi della guerra, superare la dipendenza dalle droghe e trovare un lavoro che faccia guadagnare il necessario per vivere». 

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