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gotsonpierreIntervista a Gotson Pierre, direttore del gruppo Medialternatif, tra i più significativi media haitiani a partecipazione popolare. Che sostiene: "E' necessaria una svolta. Ancora oggi i progetti sono decisi quasi esclusivamente dalla comunità internazionale. La ricostruzione deve essere presa in mano dalla stessa popolazione haitiana, pensata, programmata e realizzata con essa"

di Silvia Pochettino

Giornalista di lunga esperienza Gotson Pierre dirige ad Haiti il gruppo Medialternatif, agenzia di stampa, centro di produzione video e télécentre di formazione dei giovani all’uso di internet. Con un’équipe di 15 persone a Port au Prince e 14 corrispondenti nei diversi dipartimenti porta avanti inchieste di punta su tutto il territorio ed è un osservatore privilegiato del ruolo della cooperazione internazionale nel processo di ricostruzione del paese dopo il sisma. Di cui parla senza mezzi termini: “E’ necessario avviare una nuova fase di ricostruzione, fino adesso le iniziative sono state “artificiali” e spesso superficiali”. E continua “Ancora oggi i progetti sono decisi quasi esclusivamente dalla comunità internazionale. E la maggior parte sono progetti disincarnati. Che la gente non può sentire propri.  La ricostruzione deve essere presa in mano dalla stessa popolazione haitiana, pensata, programmata e realizzata con essa.

Qualche esempio? “Il problema dei senza tetto, ancora oggi ci sono più di 300 mila persone che vivono in strada. Sono state costruite case per loro alla periferia di Port au Prince. Ma le case sono state costruite in zone isolate e senza nessun servizio, l’architettura e la distribuzione delle costruzioni non corrisponde all’abitudine degli haitiani. Così il progetto è stato fatto,  i soldi spesi, ma le case non vengono abitate”.

Esempio simile per la gestione delle fogne “Sono state installate delle cabine-toilette nelle zone degli sfollati, ma non è stato progettato un sistema di gestione degli escrementi che venivano accumulati a cielo aperto, vicino a una falda acquifera. Abbiamo denunciato questo con una nostra inchiesta.  Allo stesso modo sono state installate latrine a secco nei campi dei senza tetto, ma non è stata fatta alcuna educazione all’uso, così che la gente ha preferito non usarle andando a fare i suoi bisogni nella natura, il che è all’origine dell’epidemia di colera”.

Progetti parziali dunque, più preoccupati di giustificare se stessi che di ottenere effettivi risultati positivi “naturalmente non tutti lavorano così, bisogna fare distinzioni, ma i casi sono molti. E il governo locale spesso non è un interlocutore attendibile per le agenzie internazionali”.

“Io non dico che tutto debba rispettare la tradizione haitiana – precisa Gotson -  che non si debbano introdurre innovazioni. Ma le formule nuove vanno accompagnate da una accurata educazione della popolazione se no falliscono”.

Gaston crede fortemente nella partecipazione attiva della società civile haitiana e crede in internet “è il mezzo del futuro ed è il meno caro”.  Per questo ha fondato Alterpresse, agenzia di stampa online, che da voce in particolare ai movimenti sociali “una piattaforma che permette ai movimenti sociali di far parlare di loro, delle loro richieste, è uno spazio di visibilità per le azioni condotte, importante per rendere protagonista la società civile sulla scena politica”. 

Insieme con l’ong Cisv di Torino e all’associazione femminile Kai Fanm Alterpresse ha sviluppato un progetto di sensibilizzazione sulla condizione della donna e azione contro la violenza domestica. “Informazione e azione per lo sviluppo sono strettamente legate” sostiene Gotson

Dovendo dare tre priorità di intervento per Haiti oggi, non ha dubbi:

“Rafforzare il processo democratico, a livello politico avere più partecipazione e più rispetto della volontà popolare. Superare la fase dell’emergenza. L’aiuto umanitario non farà lo sviluppo di Haiti, ci va un aiuto più indirizzato allo sviluppo che vada ad affrontare le cause dei problemi: la vulnerabilità ambientale e la debolezza nelle capacità di risposta alle catastrofi naturali, la degradazione rapida dei territori, la fragilità del sistema economico. E lo sviluppo deve essere endogeno: pensato e realizzato insieme agli haitiani. Dopo il sisma è successo l'inverso. Le agenzie internazionali che erano già presenti sul terreno con équipe di operatori haitiani hanno licenziato gli operatori locali e li hanno sostituiti con espatriati internazionali

E alle ong lancia un appello: “Bisogna continuare a interessarsi ad Haiti,  ci sono nel paese settori sociali che hanno bisogno della solidarietà internazionale ma questa solidarietà deve avvenire nel rispetto reciproco e deve valorizzare la leadership haitiana”.

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