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Si chiamano micro-orti e a Dakar siorti urbani trovano un po’ ovunque, dai cortili delle case alle scuole. Ecco come gli studenti di un progetto di F4A e Fondazione De Agostini imparano la sovranità alimentare e lo sviluppo sostenibile raccontando in un blog collettivo la loro esperienza di contadini.

di Donata Columbro

Per un buon prodotto dell'orto, a Dakar bisogna cercare i tavoli. Non quelli apparecchiati, sarebbe troppo facile. I tavoli che ci interessano sono quelli del micro-giardinaggio, i ‘micro-jardins’, una tecnica di coltivazione proposta dalla Fao alla fine degli anni 90, sperimentata per la prima volta proprio nella capitale senegalese: una città in espansione, che stava rinunciando a tutti i suoi spazi verdi per costruire quartieri di cemento pronti ad accogliere le ondate migratorie dalle zone rurali. In città c'erano sempre meno terreni fertili o coltivabili, ed ecco perché la Fao ha ideato questo tipo di agricoltura specifica per le aree urbane.

«L'agricoltura urbana non è in conflitto con i sistemi di coltivazione tradizionali», dice Wilfried Baudoin, consulente della Fao. «Ma considerata la cattiva condizione delle strade, a volte trasportare prodotti agricoli deperibili, come le verdure a foglia larga, non è un’opzione praticabile».

Mamadou Danfakha, responsabile del progetto micro-jardins per l’ong Acra a Dakar, ci spiega che gli orti sui tavoli «sono coltivazioni su supporti rialzati, che vengono costruiti con legno di recupero, un telo e un substrato solido composto di bucce di arachidi e pietre».

GUARDA L'INTERVISTA VIDEO:

 

 

Una struttura semplice che permette «qualsiasi tipo di coltivazione». La si può realizzare personalmente, oppure acquistare ‘porzioni’ di tavolo al mercato, da produttori più grandi. In questo modo ogni famiglia può avere sul terrazzo un proprio tavolo di insalata, di melanzane, di menta, ecc. Secondo la Fao, in Senegal il 35% della produzione viene utilizzata per l’autosostentamento, il resto viene venduto. E la rendita di un micro-orto di 10 metri quadrati è tra i 10 e i 20 euro al mese.

 

Orti a scuola

Il micro-giardinaggio in Senegal è diventato anche un’attività didattica, grazie al progetto EaThink2015 realizzato da Fondazioni4Africa e Fondazione De Agostini con le ong Cisv, Acra, Coopi, Cesvi, Avsi e Stretta di Mano. I ragazzi delle scuole coinvolte nel paese africano si occupano del micro-orto del proprio istituto prendendosi cura dei prodotti che saranno poi utilizzati nelle mense scolastiche. E l’esperienza di ogni studente diventa scambio interculturale con il blog collettivo (http://eathink2015.wordpress.com) dove attraverso video, foto, testi e audio i ragazzi dei tre paesi coinvolti - oltre al Senegal anche l’Uganda e l’Italia - raccontano la loro quotidianità partendo dal cibo. Perché proprio questo tema? «L’interesse delle ong italiane impegnate ad affermare il diritto all’alimentazione e il concetto di sovranità alimentare, e parallelamente l’avvicinarsi di Expo 2015 che coinvolge molto da vicino i territori di Lombardia e Piemonte, ci ha fatto orientare su questo argomento» spiega Piera Gioda, presidente dell’ong Cisv.

Con la realizzazione degli orti in prima persona, i ragazzi non sono solo i ‘cantastorie’ di un bell'intervento di cooperazione, ma i diretti protagonisti dell’esperienza, dalla fase di semina alla fase di consumo. «Ci siamo accorti che l’orto è un dispositivo educativo per trasmettere tanti contenuti ai bambini, anche di tipo affettivo, come il prendersi cura di un organismo vivente. Nei territori segnati da recenti conflitti questo è persino uno strumento riabilitativo, adottato dalla Fao oltre che dalle nostre ong» continua Gioda.

L’orto può anche aiutare a superare i pregiudizi nei confronti delle culture altre: i senegalesi e gli ugandesi ad esempio reagiscono con stupore alla scoperta che i loro coetanei in Italia non mangiano soltanto prodotti da supermercato e trovano frutta e verdura nei campi, proprio come loro. E così gli italiani non immaginano che nei micro-orti africani si trovino cipolle, lattuga, pomodori, zucche… gli stessi ortaggi delle nostre ricette più tradizionali. «L’orto è uno strumento che dà il senso di parità. Può aiutare ad accorciare le distanze, a non far cadere la comunicazione nella solita sottolineatura delle differenze», continua Gioda. Ci ripara dagli “eccessi di culture”, per dirla con l’antropologo Marco Aime, che vogliono “l’altro” un diverso a tutti i costi.

 

 

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Leggi tutto lo speciale di VpS sugli eroi della sovranità alimentare

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