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Metodi di apicoltura più moderni in Zambia e in Tanzania che hanno migliorato le tecniche di lavorazione e la qualità del prodotto. E il miele ottenuto con la nuova tecnica è squisito e ha un sapore intenso.

di Stefania Garini

 
 
 
 

A cominciare dal campo profughi di Meheba, i volontari dell’Mlfm hanno iniziato a diffondere metodi di apicoltura più moderni in Zambia e in Tanzania, migliorando le tecniche di lavorazione e la qualità del prodotto. E oggi le cooperative locali sono in grado di vendere un miele più buono e ‘competitivo’.

Sara Veneziani e Andrea Nolli sono apicoltori. Andrea ha imparato il mestiere dal padre, che per hobby costruiva arnie per farne un miele di qualità. Circa 6 anni fa lui e Sara sono partiti per lo Zambia, con l’idea di ‘esportare’ la propria esperienza mettendo a disposizione della popolazione africana sistemi di apicoltura più moderni

In Zambia, tradizionalmente, si realizza l’alveare dentro i cavi degli alberi, aspettando che le api vi entrino e, prima che costruiscano i favi, possono trascorrere fino a 2 anni. Poi, quando è l’ora di raccogliere il miele, gli apicoltori danno fuoco al tronco, provocando la morte degli insetti. In seguito prendono i favi e li strizzano per ricavarne il miele. «Così si realizza un terribile miscuglio: miele, cera, fumo, larve, uova, polline... Un vero disastro», spiega Sara. 

 

Api africane

Il progetto di ‘ammodernamento’ dell’apicoltura zambiana ideato da Sara e Andrea ha subito incontrato il sostegno del Movimento per la lotta contro la fame nel mondo (Mlfm) di Lodi, che ha sponsorizzato l’iniziativa. «Con il loro appoggio abbiamo potuto avviare i lavori, a partire dal campo profughi di Meheba, al confine con l’Angola. Abbiamo spiegato ai contadini i vantaggi del nuovo metodo e si sono approfonditi alcuni concetti basilari: la conoscenza delle api, regina e operaie, il fuco, cioè il maschio che feconda la regina… perché solo conoscendo le loro funzioni si è capaci di rispettarle. Poi abbiamo fatto costruire dai falegnami le prime arnie e acquistato guanti e mascherine, che prima non si usavano perché costosi, ma grazie ai quali si può evitare di dar fuoco agli alveari».

La fase sperimentale ha creato qualche ansia a Sara e Andrea: «Non conoscevamo le abitudini delle api africane: ad es., era meglio catturare lo sciame nella foresta o attendere che fossero gli insetti a infilarsi spontaneamente nell’arnia da noi preparata? Alla fine abbiamo deciso in parte di catturarle e in parte di lasciare che arrivassero a loro piacimento: in questo secondo caso si sono rivelate più produttive». Ma come si prendono le api? «Ci si arrampica su un albero con secchio e spazzola, e vi si lascia scivolare dentro lo sciame delle api chiudendo con una zanzariera. Se si cattura la regina, il più è fatto, le altre le vengono dietro». Terminata la fase preliminare, è stato possibile piazzare la prima arnia all’interno del campo profughi di Meheba: «L’arnia ha fornito il primo miele dopo un anno: ben 6 kg!», dice Sara orgogliosa.

 

Sicurezza alimentare ed empowerment

Piano piano molti zambiani si sono avvicinati ai metodi di apicoltura proposti dagli amici italiani: un gruppo di neo-apicoltori ha persino vinto il 1° premio per la migliore qualità di miele dello Zambia. Andrea e Sara si sono poi trasferiti in Tanzania, nell’isola di Zanzibar, su richiesta degli apicoltori locali interessati a ripetere l’esperienza. «Siamo stati accolti con molta partecipazione e abbiamo preso i primi contatti con il Dipartimento forestale locale e con l’Associazione agricola, che fino ad allora si era avvalsa solo dell’apicoltura tradizionale», racconta Sara. 

Il miele locale, usato anche come medicinale, ha in genere un prezzo molto basso proprio per la scarsa qualità, dovuta al sapore di fumo e cenere dovuto ai vecchi metodi. Ma dopo il lavoro di Sara e Andrea con l’Mlfm, a Zanzibar si è ormai consolidata una cooperativa di apicoltori che si autosostiene e vende miele sul mercato locale. «Il prodotto ottenuto con la nuova tecnica è squisito e ha un sapore intenso: merito del polline e dei fiori, che qui tra l’altro sono bellissimi», spiega Sara. «Credo che potrebbe essere proposto e apprezzato anche dal mercato turistico…».

Intanto, oltre alla sicurezza alimentare, il progetto sta avendo un notevole impatto anche per il ruolo della donna. Se infatti con i metodi tradizionali gli apicoltori devono arrampicarsi su alberi spesso molto alti, tramite la razionalizzazione dell’attività ciò non è più necessario e anche le donne possono dedicarsi a questa produzione per il proprio sostentamento e quello dei figli.

 

Per saperne di più:

 

Leggi tutto lo speciale di VpS sugli eroi della sovranità alimentare

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