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oro verde Rush, corsa. E’ la definizione data da Oxfam, una delle più autorevoli ong inglesi. E in effetti la gara all’accaparramento di terre per la produzione di biocarburanti è diventata febbricitante e confusa, tra aziende, faccendieri, agenzie di intermediazione, multinazionali del diamante, e anche chi prova a ricavarci qualcosa di sostenibile.
Al termine dell'inchiesta la replica dell'azienda Agroils

di Emanuela Citterio

I biofuels (o agrofuels) sono carburanti derivati dalla trasformazione di sostanze di origine vegetale. Per capire cosa c’è in gioco bisogna sapere innanzitutto che ce ne sono di diversi tipi. Quelli al momento sul mercato si dividono in due grandi famiglie: il bioetanolo prodotto a partire da zuccheri, estratti soprattutto da mais, canna da zucchero e barbabietola, e il biodiesel ricavato da olii vegetali, estratti da piante come la palma da olio, il girasole, la colza, e negli ultimi tempi anche dalla jatropha, pianta originaria del centro America che cresce in India, Indonesia e alcuni paesi africani. I difensori dei biofuel sostengono che si tratta di prodotti biodegradabili, non inquinanti e sostenibili dal punto di vista ambientale. Dall’altra parte c’è invece chi attribuisce ai biofuel una grossa fetta di responsabilità nella crisi alimentare che si sta ripercuotendo soprattutto sui paesi più poveri. La realtà come spesso accade è più complessa, e in questo caso cambia in modo decisivo a seconda del tipo di biofuel, e soprattutto da “come” e “dove” viene prodotto. Di indiscutibile c’è il fatto che per produrre biocarburante servono piante, e per coltivarle serve la terra. E c’è una frontiera dove le terre sono ampie, acquistabili a costo più basso e ancora poco sfruttate, dove la corsa all’oro verde è più evidente che altrove: l’Africa.

La (ri)conquista dell’Africa
In Sudafrica, la De Beers, la maggiore multinazionale dei diamanti, si è convertita al settore, ottenendo per prima la licenza dal governo per commercializzare biodiesel. In Kenya è scontro fra ambientalisti e governo per l’approvazione di un progetto di produzione di biocarburanti da canna da zucchero nella zona costiera settentrionale del Tana River Delta senza valutazione dell’impatto ambientale, in un’area che vanta 350 specie di uccelli, così come leoni, elefanti, squali rari e rettili.
Ma uno dei casi più controversi è quello dell’Etiopia. «Il governo sta concedendo ampi appezzamenti di terreno a compagnie straniere incentivando la produzione ed esportazione di energia verso l’Europa e gli Usa» afferma una fonte del mondo diplomatico di Addis Abeba. Al momento il governo etiope segnala una quindicina di compagnie straniere che si sono registrate per la produzione di biocarburante. Fra queste c’è anche l’italiana Fri-el, con sede a Bolzano, che ha ottenuto una concessione di 30mila ettari nella Southern Nation, per un investimento totale di 32 milioni di dollari. A fare impressione sono i piani di espansione delle aziende europee già operative nel settore. La tedesca Flora Eco Poze ha una fabbrica per la produzione di olio di ricino a Babile, nella regione dell’Oromia (al centro di un contenzioso perché occupa una larga parte di area protetta, sede di una delle ultime popolazioni esistenti dell’elefante africano, e ottenuta senza valutazione d’impatto ambientale): ettari coltivati 13.700, espansione prevista 200mila. Lo stesso la Sunbiofuels Etiopia, di proprietà inglese: 80mila ettari coltivati a jatropha con piano di espansione a 200mila, e per la Hvev Agruculture Ltd, israeliana: concessione ottenuta 40mila ettari, con possibile espansione a 400mila, si legge su un documento riservato.

Spauracchio caro petrolio
Insomma, in Etiopia le aziende straniere sul biocarburante ci stanno scommettendo forte. Anche perché «a fare da garanzia» ci dice il consulente per la comunicazione esterna della Fri-El Marco Rubino, «sono i target stabiliti dall’Unione europea». A fronte della crescita del prezzo del petrolio gli Usa e l’Ue hanno annunciato obiettivi precisi per l’aumento dell’utilizzo degli agrocarburanti. Con la direttiva del 23 gennaio 2008 l’Ue ha stabilito che entro il 2020 il 10 per cento del carburante usato per i mezzi di trasporto deve essere di origine vegetale. «Il rischio è che questi target non raggiungano l’effetto di abbattere le emissioni di Co2 ma producano una spinta verso lo spossessamento delle risorse necessarie a molti dei contadini più poveri del pianeta» afferma Massimo Pallottino, economista e consulente scientifico della ong italiana Lvia. «Per raggiungere l’obiettivo del 20 per cento come addirittura è stato ventilato, l’Europa dovrebbe convertire alla produzione di biocarburanti il 70 per cento di tutte le sue terre coltivabili. Questo è evidentemente impossibile, non restano quindi che i paesi del sud del mondo». Paesi dove è più facile ottenere ampie concessioni, e dove spesso le maglie legislative sono più larghe, sia per quanto riguarda le valutazioni di impatto ambientale che, di fatto, per quanto riguarda i diritti dei lavoratori. «Nella piantagione della Fri-el ho visto lavorare un centinaio di persone» afferma la nostra fonte. «Come spesso accade qui in Etiopia c’erano anche dei minori e gli operai lavoravano senza protezioni contro pesticidi e fertilizzanti».

Terre africane, biofuel europeo
Il governo etiope ha a che fare con un problema oggettivo: secondo le statistiche dell’Etiopian Petroleum enterprise (Epe) il paese lo scorso anno ha importato petrolio per un valore di 800 milioni di dollari e per il 2008, visto l’aumento del prezzo, è prevista una spesa di oltre 1000 milioni di dollari. Ovvero, al netto degli aiuti umanitari, quasi il 90% delle entrate annuali del paese. Così lo scorso settembre il parlamento etiope ha approvato il Bio-fuel developement and usage strategic document proposto dal governo. E a dicembre il ministro delle miniere e dell’energia, Alemayehu Tegenu, ha detto che in Etiopia esistono 23,4 milioni di ettari di terre disponibili per la coltivazione di jatropha, ricino e palma da olio. Il potenziale annuo del paese, riporta il Sole 24ore, è valutato in 23 milioni di ettolitri di etanolo che potrebbero produrre l’equivalente di oltre 20 milioni di tonnellate di petrolio.
«Non c’è dubbio che in prospettiva la speranza del governo sia quella di affrancarsi dalla dipendenza dal petrolio» afferma la nostra fonte. «Ma al momento le piantagioni sono concesse ad aziende straniere che poi trasformano la biomassa ottenuta fuori dall’Etiopia. Quindi il paese sarà comunque costretto a re-importare il biocarburante finito. Oltretutto queste compagnie assumono i lavoratori a giornata come manodopera e non trasmettono competenze».
In effetti il consulente di Fri-El ci spiega che il gruppo trasforma la biomassa prodotta… in mare. «Il gruppo ha acquistato e riadattato una nave cisterna in modo da trasformare il prodotto grezzo durante la navigazione verso l’Europa». Lo scopo è ottimizzare i costi: trasformare e nello stesso tempo trasportare. Così non serve nemmeno una fabbrica in Italia per arrivare al prodotto finito. Considerando che 4 milioni di persone in Etiopia soffrono la fame, il problema di sottrarre terre alle coltivazioni a scopo alimentare non è secondario. Il piano per lo sviluppo sostenibile e la fine della povertà (Pasdep) approvato dal governo etiope per il quinquiennio 2005-2010 prevede di aumentare la porzione di terra coltivata ad alimenti da 12,28 milioni di ettari a 12,65. Quindi la terra destinata in prospettiva al biocarburante sarebbe quasi il doppio di quella coltivata per produrre beni alimentari.

Consulenti e intermediari
In Italia esiste la prima agenzia di consulenza per «aziende, governi, ong» che vogliono avventurarsi nella produzione di biocarburanti in Africa. Si chiama Agroils e ha sede a Firenze. «Conduciamo anche progetti in proprio, ma soprattutto forniamo consulenza a chi vuole investire nel settore» afferma il giovane presidente Giovanni Venturini. «Andiamo sul campo a mediare con le popolazioni locali e forniamo il nostro how know nel settore». Ad avercela con Agroils è Modou Gueye, rappresentante della comunità senegalese di Milano e presidente della ong Sunugal. «In Senegal quelli di Agroils hanno avviato una piantagione sperimentale di dieci ettari a Beud Dieng, un piccolo villaggio rurale al confine fra la regione di Thiès e quella di Louga. Hanno coinvolto la gente del villaggio che ha fornito l’acqua per coltivare la jatropha dicendo che sarebbero stati costruiti dei pozzi, e che avrebbero piantato legumi in mezzo alle piante in modo da fornire anche beni alimentari, ma non abbiamo ancora visto nulla». Ad Agroils rimandano al Gruppo Vescovini, l’azienda che ha deciso di avviare il progetto e commissionato la consulenza. Sfogliando il sito di Agroils si trova una descrizione del progetto in cui il proprietario dell’azienda, Alessandro Vescovini, spiega di essersi affidato ad Agroils dopo aver valutato altri progetti «dal discutibile approccio etico». Uno di questi prevedeva «la realizzazione di una piantagione da 10mila ettari, presso la quale sarebbero stati impiegati 3mila lavoratori stagionali, addetti alla raccolta ed alla lavorazione dei terreni, pagati mediamente 0.5 dollari per ogni giornata lavorativa». «Si trattava» continua Vescovini «di sottrarre a popolazioni già provate dalla miseria terreni agricoli, emarginando ancora una volta i più deboli dalla spartizione della ricchezza; in altre parole, un progetto basato sulla solita idea che imperversa in Africa: lo sfruttamento selvaggio delle risorse e del territorio». Contattato, Vescovini chiarisce che progetti analoghi gli furono proposti «da almeno 4-5 consulenti faccendieri di cui, ahimé, è pieno l’ambiente delle rinnovabili». Sul progetto in Senegal mediato da Agroils Vescovini ammette che «i legumi non sono ancora stati piantati e che il progetto è ancora nella fase di avvio sperimentale». E Agroils? Più volte interpellati si rifiutano di comunicare il fatturato annuo dell’azienda e il costo dei servizi. «Abbiamo avuto dei problemi per notizie false diffuse dai giornali» ci dice il responsabile commerciale. Sarebbe un motivo in più per comunicare il dato reale, ma Agroils preferisce restare sul vago. Tra opportunità e rischio, l’avventura dei paesi africani nel biofuel è appena cominciata.

LA REPLICA DI AGROILS: "INFORMAZIONI NON CORRETTE"

Pubblichiamo di seguito la replica di Agroils alle informazioni contenute nell’articolo, ritenute dall’azienda  scorrette e non complete riguardo l’operato dell’azienda stessa.  L’avanzamento dei lavori del progetto è verificabile su  www.agroils.com

In merito alle dichiarazioni  del sig.  è Modou Gueye  «In Senegal quelli di Agroils hanno avviato una piantagione sperimentale di dieci ettari a Beude Dieng, un piccolo villaggio rurale al confine fra la regione di Thiès e quella di Louga. Hanno coinvolto la gente del villaggio che ha fornito l’acqua per coltivare la jatropha dicendo che sarebbero stati costruiti dei pozzi, e che avrebbero piantato legumi in mezzo alle piante in modo da fornire anche beni alimentari, ma non abbiamo ancora visto nulla».
 Agroils replica che  forse è un po’ che il sig. Gueye non visita il villaggio perché è già a partire da Luglio di quest’anno che nei campi assieme alla Jatropha abbiamo iniziato a coltivare legumi e ortaggi come i fagiolini, angurie, miglio e karkadé che oggi sono pronti per essere raccolti dalla cooperativa locale come è possibile verificare sia sul sito di Agroils che su quello della SBE Senegal.
In merito alla presunta “vaghezza” del costo dei nostri servizi riferito dalla Dott.ssa Citterio alla fine del suo articolo, Agroils replica che non abbiamo un “tariffario” perché non vendiamo macchine né siamo uno sportello di servizi standard ma offriamo soluzioni agro-ingegneristiche per progetti che normalmente differiscono molto tra loro per luogo, dimensione, obiettivi, etc.. così come differiscono molto tra loro i soggetti che richiedono il nostro supporto. Capire e adattarsi a esigenze di un mondo così vario è sicuramente una delle principali sfide del nostro lavoro, ma è anche una delle parti più affascinanti.

Giovanni Venturini
Presidente Agroils

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