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ribelle-siria-ugo-borgaNon si entra e non si esce, da Khan Sheikkhun. Oltre 17 check point dell’esercito siriano sbarrano ogni via d’accesso. L’unica strada è un labirinto immaginario che si snoda tra le foglie viola delle piante di pistacchio, e affonda nella terra morbida, grassa, della campagna, punteggiata qua e là da carcasse di auto carbonizzate. 


reportage di Nancy Porsia/Ugo Lucio Borga - terza parte

[Nella foto: Siria, Regione di Idlib, Munef, disertore e leader della qatiba omonima, durante la sua attività di cecchino sulla front line]


Labirinto senza via di fuga

 

Munef quella strada la conosce bene.

Unico sunnita in forze ai servizi d’intelligence dell’aviazione siriana, ha disertato nei giorni, tetri, dell’assedio di Homs. A Khan Sheikkhun ha fondato la qatiba Shoudah Khan Sheikkhun, la prima a sollevarsi, in armi, nella regione di Idlib. 82 uomini, tutti disertori, come lui, controllano la città chiusa in un assedio che non hanno la forza di spezzare. “ Ogni giorno accogliamo nuovi disertori, ma le defezioni sono compensate dai continui arruolamenti, da parte dell’esercito, di iraniani e libanesi appartenenti ad Hezbollah. “ Riferisce Munef. Quel che è certo, è che l’artiglieria e l’aviazione martellano la regione senza tregua. L’alba giunge inaspettata, livida, dopo una notte di fuoco intenso, lunga fino al mattino. Munef indossa una tuta verde da aviatore, un giubbotto antiproiettile. Percorriamo le vie della città senza incontrare nessuno, parcheggiamo nei pressi di un edificio sbranato dai tiri di artiglieria pesante. Un breve passaggio allo scoperto porta dritto a una stanza dalle finestre disintegrate. La linea del fronte è una fila ininterrotta di edifici dalle orbite vuote. L’aria è immobile. In un silenzio denso come gelatina Munef scruta i palazzi attraverso il reticolo del cannocchiale, in cerca di una preda.

"Quando senti una bomba, corri"

All’inzio è solo un puntino, inconsistente, attraversa il cielo lentamente, basta una nuvola a inghiottirlo. Scompare, all’orizzonte. Poi riappare, più basso, più veloce, una nuvola scura, grigia, si alza dai quartieri a ovest di Khafr Sijne, in un ruggito lontano. I binocoli scrutano il cielo, le dita indicano traiettorie immaginarie. Ora il mig vola in cerchi concentrici, sempre più stretti, ovunque tu sia finisce per essere sulla verticale della tua testa. E allora corri. Qualcuno urla, ma tu non lo senti. Senti il rumore dei motori che spingono e il fischio della bomba che arriva. Senti l’aria che si fa veloce, velocissima, in un boato assordante che trascina via detriti e schegge e polvere come un uragano tropicale. Il mondo si fa improvvisamente grigio. Nadia e Ahmad, appena sentono qualcuno gridare “attairat!!!!”, un posto dove andare ce l’hanno. Attraversano il prato davanti a casa, ingombro di pecore, e s’infilano veloci in un buco scavato nella terra nera. Le pareti di roccia calcarea vengono via facili, basta un piccone, e così qui sono in molti a essersi costruiti un rifugio che schianterebbe in un amen se colpito da una bomba, ma almeno protegge dalle schegge. Lì sotto, il buio risuona degli allah akbar degli adulti, gli occhi volti a un cielo immaginario che si vorrebbe sgombro, e invece ancora scarica lampi, e tuoni, che nessuno riuscirà mai a dimenticare.

 

Guarda lo slideshow del reportage completo:

 

E allora via. Sono tante, le famiglie di questa cittadina, a pensare che sia venuto il momento di dare una possibilità ai propri figli. Almeno a loro. Trasferirli in una zona più sicura, fino alla fine della guerra. Per andarci tutti, in Turchia, mancano i soldi. Un viaggio fino ad Atme, a ridosso del confine, può costare caro. La benzina è arrivata a sei dollari al litro, da queste parti. E il viaggio è una scommessa. Sono pochi, quelli che si azzardano a percorrere oltre gli oltre trecento chilometri di stradine secondarie macchiati di check point e spazzate dagli elicotteri da combattimento. Yasir è uno di questi. Fa di più. La sua famiglia contribuisce a finanziare il viaggio dei piccoli profughi e si occupa di reperire i mezzi. Si parte nel primo pomeriggio. Cinquanta bambini e quattro o cinque adulti, per tenerli buoni. Nella cabina sforacchiata dai proiettili ci sistemiamo in quattro. Un paio di kalashnikov a terra, una risposta- la stessa- a ogni domanda. Inshallah.

 

 

reportage di Ugo Lucio Borga/Nancy Porsia - prima parte

foto Ugo Lucio Borga/ParalleloZero


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