Logo
focsiv
Condividi

guerra-siria-ugo-lucio-borgaUn serpente bianco e grigio di minivan attorcigliato alla collina. Centinaia di uomini, donne e bambini ammassati contro una rete di filo spinato. Nell’arida valle turca di Reyhanli, il vento bollente satura l’aria di sabbia e polvere. Ecco la linea di confine tra la Turchia e la Siria. 

reportage di Nancy Porsia/Ugo Lucio Borga - prima parte

 

[nella foto: Syria, regione di idlib, un bambino si affaccia alla finestra del negozio del padre subito dopo gli scontri dell'esl con una pattuglia di soldati dell'esercito siriano]


 

L’uomo alla guida del furgone agita un foglio in direzione delle guardie. E’ l’elenco dei profughi in attesa di rientrare nel paese. Nessun controllo. Disordinatamente, superiamo la rete di filo spinato.

 

Nell’elenco in mano alle autorità turche risultano anche due medici siriani. La dottoressa Sumayia e il dottor Abdallah. Di Hama. E poco importa se basta un’occhiata a capire che siamo due giornalisti. L’essenziale è non parlare, chè l’evidenza non obblighi qualcuno a chiederti chi sei. La calca di gente ci spinge qualche metro più avanti: intorno a noi famiglie cariche di scorte alimentari, sacchetti di nylon, borsoni.

Lanciano sguardi sospettosi alle macchine fotografiche. Rientrano nella speranza che la guerra abbia risparmiato la loro casa. Non vogliono essere riconosciuti. Un ragazzo con la gamba bloccata in una protesi si avvicina. Dice di chiamarsi Ala. Era in Turchia, come tanti, per ricevere cure mediche in uno degli ospedali di Antakiya. Lo caricano alla svelta su un furgoncino e via, tra gli alberi di ulivi, su una pista di terra rossa che porta dritto all’inferno. “Il mondo pensa che noi siamo terroristi, vero?” Chiedono i combattenti dell’esercito libero, tanto giovani che le loro mimetiche sembrano un tragico travestimento. Ci accompagnano festosi ad Atma, crocevia di profughi e combattenti nel nord del Paese.

 

Nella foto: Siria, Regione di Idlib, Munef, disertore e leader della qatiba omonima, durante la sua attività di cecchino sulla front line

ribelle-siria-ugo-borga 


Nel centro di comando dei ribelli

Il centro di comando del Fsa è una caserma della polizia di frontiera, conquistata circa un anno fa. Locali ingombri di materassi, scarpe ammassate all’ingresso. Chi scappa, qui può trovare un rifugio. Un uomo, perso in un paio di pantaloni due taglie superiori alla sua, ci indica la strada verso una stanza spoglia, adibita a ufficio. Sulla scrivania, un proiettile di mortaio. L’aria è immobile. E’ Khal Zaza, comandante della locale qatiba, e da queste parti è già una leggenda. Indaffarato nell’andirivieni di decine di uomini, ci dimentica in un angolo e sparisce. L’afa toglie il fiato a tutti i presenti, fiaccati dal digiuno del mese sacro del Ramadan. Fino a quando tre volti, evidentemente non familiari agli shabab della qatiba, destano l’attenzione. Entrano uno dopo l’altro, si fermano al centro della stanza. Disertori. Di stanza a Baniyas, sulla costa. Da lì sono scappati, per unirsi alla resistenza, raccontano. Uno dopo l’altro consegnano l’arma ricevuta in dotazione dall’esercito. “Ecco chi finanzia l’esercito libero” dice Abu Wassim, uno degli anziani della qatiba. “Noi non abbiamo che kalashnikov, mitragliatrici e qualche bomba a mano, possiamo fare resistenza, ma non possiamo vincere la guerra contro un esercito che ha a disposizione carri armati e aviazione”.

 

Anche Hadi è un mushaqqin, disertore. Lui ha lasciato l’esercito governativo un mese fa, nonostante avesse maturato la decisione ben quattro mesi prima. Scappare è complicato, pericoloso – racconta - soprattutto per chi teme una ritorsione sui propri famigliari ancora a casa. Hadi prestava servizio a Homs ed era l’addetto alle celle frigorifero. Vedeva transitare ogni giorno decine di cadaveri di civili, con evidenti segni di tortura. Nella sua vita precedente faceva la guida turistica a Damasco. Airub, invece, apparteneva alle squadre della morte. Uno Shabiha. Gli shabiha- lett. Fantasmi- bruciano case, uccidono il bestiame, torturano civili e dissidenti. I ribelli gli hanno risparmiato la vita perché ha collaborato con loro sin dall’inizio della rivolta contro Bashar, passando informazioni. Non per tutti va così. In fondo allo stanzone, una porta di ferro, una piccola feritoia al centro. Si scorge un uomo. Anche lui shabiha, fatto prigioniero dall’Esl, in attesa di giudizio. Se sarà riconosciuto colpevole di aver fatto parte delle squadre della morte, sarà giustiziato.

 

reportage di Ugo Lucio Borga/Nancy Porsia - prima parte

foto Ugo Lucio Borga/ParalleloZero


Leggi anche:

Siria | La guerra di Nadia e Ahmad #2

Siria | La guerra di Nadia e Ahmad #3