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VpS ha incontrato a Torino John Mpaliza, l’ingegnere congolese protagonista della marcia da Reggio Emilia a Bruxelles, realizzata per sensibilizzare sulla drammatica situazione della Repubblica Democratica del Congo. Accompagnato da un gruppo di sostenitori, porterà nel cuore dell’Europa richieste precise e una road map per la pace.

 

di Sara Garnero


 

Partito il 5 agosto dall’Emilia, lo aspettano 1.600 chilometri di cammino in due mesi. Le prime tappe sono state Parma, Piacenza, Pavia, Milano e Torino, dove la settimana scorsa è stato accolto per qualche giorno dalla comunità dell’ong Cisv.

John Mpaliza ormai non cammina più solo, come fece negli anni passati, ma un’ allegra e variegata compagnia lo segue, chi saltuariamente, per alcuni tratti, chi invece sino all’ultima tappa del percorso.

Il Peace walking man, come ormai è stato battezzato, non è alla sua prima iniziativa di questo genere: nel 2009 si è recato a Santiago de Compostela, nel 2011 a Roma, sempre partendo dalla cittadina in cui vive e lavora come ingegnere, Reggio Emilia.

 

John, da 17 anni in Italia, ci racconta che l’idea è nata un po’ per caso, tra la necessità interiore di voler fare qualcosa per il suo paese e lo stupore verso una società italiana ed europea che ignora la situazione congolese.

«Nel 2008, dopo 14 anni di lontananza, ho deciso di tornare a casa, in Congo, dalla mia famiglia. É stato uno shock: trovare che non esiste più niente. Chiedo di un amico e mi dicono che è morto, le strade e le infrastrutture non esistono più. Niente era più come prima, non riuscivo a spiegarmelo. Un giorno ho anche pianto, mia madre pensava che la mia tristezza fosse dovuta a qualche problema in Italia, mentre in realtà piangevo per il mio paese».

E si commuove di nuovo raccontandoci, a distanza di anni, questo ritorno in un paese da cui è fuggito da studente, spinto da un’esuberanza giovanile che fa guardare solo avanti e sperare. Oggi, a 42 anni, John non ha perso la speranza, ma inizia a voltarsi indietro, verso le sue origini, e a interrogarsi su cosa poter fare per la sua martoriata patria.

«In Congo, mi sono reso conto di quanti miracoli fanno i miei. Non hanno più niente, ma non perdono la speranza. Io mi sentivo impotente, una nullità. Quando sono tornato in Italia ho passato un periodo molto brutto, i ricordi di ciò che avevo visto non mi davano pace».

 

La decisione di partire per Santiago viene di conseguenza, frutto della duplice necessità di attivarsi in qualche modo per il suo paese e di uscire da un periodo personale difficile.

«Ho pensato che poteva essere un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica. Le tivù, i giornali, la comunità internazionale non parlano di cosa succede in Congo. Poteva essere una piccola breccia in un muro di silenzio. Così ho deciso di partire, “armato” di macchina fotografica e telecamera. Mi sono portato a casa da questa esperienza 300 messaggi di pace, registrati in 17 lingue diverse, e tanti compagni incontrati lungo il cammino, provenienti da 30 paesi differenti».

Tornato a casa da Santiago, la gente gli domandava cosa volesse fare, quale sarebbe stata la sua prossima “impresa”. Così ha capito che quella poteva essere la strada giusta, e che doveva continuare. L’anno scorso è stata così la volta della marcia su Roma, dove ha incontrato gruppi di giovani, associazioni, enti locali e organizzato eventi. Ha ottenuto anche un’audizione presso la Commissione Diritti umani del Senato. Ma molte decisioni si prendono a livello europeo, gli hanno fatto notare, e così John, senza lasciarsi intimorire, ha fissato la prossima tappa a Bruxelles.

 

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Ci spiega che «a Ginevra incontreremo l'Unhcr, l’Alto Commissariato per i rifugiati, per invitare l’Onu a una migliore informazione. Vogliamo avere informazioni sulla situazione dei profughi africani e degli sfollati, sulle condizioni sanitarie e sociali dei campi di accoglienza costruiti dalle Nazioni Unite. Vogliamo sollecitare a lavorare per la pace in queste zone con la stessa intensità con cui si lavora per la costruzione dei campi. Spesso questi luoghi durano molto più delle emergenze, le persone non riescono più a tornare a casa, alle loro vite. Ci sono bambini nati e cresciuti nei campi». 

Poi sarà la volta di Strasburgo, dove la seconda settimana di settembre si terrà una seduta plenaria al parlamento europeo. «Alcuni esponenti italiani, Pino Arlacchi, Vittorio Prodi e David Sassoli mi hanno offerto supporto impegnandosi a sensibilizzare la delegazione nazionale sulla mia iniziativa, nella speranza che vogliano darne visibilità durante una seduta al parlamento europeo». 

A Bruxelles, un gruppo di congolesi della diaspora che John ha incontrato durante l’organizzazione della marcia, qualche mese fa, sta organizzando eventi e incontri in vista dell’arrivo del Peace walking man, il 22 settembre. La Compagnia Teatro Argine di Bologna, che lo sta seguendo lungo il cammino, ha un’intesa con il Théâtre des Poche della capitale, dove si terranno per una settimana workshop teatrali ed è previsto un evento finale il 29 settembre.

 

Il resto, è tutto da scoprire. Chissà quante altre cose succederanno lungo la strada e quante persone si uniranno, non solo fisicamente, alla marcia per il Congo di John. 

«Io intanto vado avanti, continuo a camminare», ci dice con spensieratezza, salutandoci.

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