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Glencore1Le ong svizzere Pain pour le prochain e Action de Carême hanno pubblicato una nuova ricerca sulle attività della compagnia Glencore nella RDC. La multinazionale elvetica, un colosso del mercato delle materia prime, è accusata di non rispettare i diritti dei lavoratori e dell'ambiente e di frode fiscale. Nel mirino delle ong c'è anche la Svizzera, a cui si chiede una maggiore attenzione nel regolamentare le attività delle imprese transanzionali.

La miniera Tilwezembe nella RDC è solo una delle tante miniere appartenenti all'impero di Glencore ed è gestita dalla filiale Kamoto Copper Company (una joint venture che appartiene alla compagnia Katanga, che a sua volta è stata comprata per il 75% da Glencore). Sebbene la multinazionale abbia dichiarato che la miniera è ufficialmente inattiva, le ong svizzere Pain pour le prochain e Action de Carême hanno documentato la presenza di quasi 1600 minatori "indipendenti" impegnati ad estrarre il rame "con la sola forza delle loro braccia" per rivenderlo ad alcuni intermediari posseduti da Glencore. Più di un terzo di questi minatori non sono maggiorenni.

Le ong accusano il colosso minerario di essere "responsabile delle condizioni deplorevoli del lavoro in questa miniera, dove i minorenni lavorano a mani nude e senza equipaggiamento di sicurezza in pozzi che raggiungono gli 80 metri di profondità. Gli incidenti mortali sono frequenti e le condizioni di igiene miserabili sono all'origine di numerose malattie. A questo si aggiunge il fatto che i minatori ricevono solo una parte del pagamento che gli spetterebbe poiché Misa Mining, uno degli intermediari, deprezza il valore del rame utilizzando un falso tasso di cambio".

Fiumi inquinati, licenziamenti irregolari e frode fiscale

L'indagine delle due ong mostra anche che le filiali di Glencore sono responsabili in alcune regioni di "gravi danni ambientali: una fabbrica idro-metallurgica appartenente a Glencore rigetta dell'acido solforico puro nel fiume Luilu". Le conseguenze di questo inquinamento sono gravissime per l'ambiente e per gli abitanti dei villaggi della regione, che perdono così un'importante fonte di acqua.

Anche le condizioni di lavoro non corrispondono a quello che richiede la legge. Nelle miniere industriali possedute da Glencore, il personale locale è discriminato rispetto a quello straniero, sono continuamente denunciati casi di licenziamenti irregolari e gli straordinari non vengono pagati.

Le inchieste sul terreno hanno inoltre dimostrato che la Kamoto Copper Company non ha mai instaurato un dialogo aperto e trasparente con le popolazioni di Musonoi e Luilu, sebbene le condizioni di vita in queste città siano peggiorate nel corso di questi ultimi anni e si soffra di mancanza di accesso all'acqua potabile.

Infine, da quello che emerge dalle informazioni raccolte dalle due ong, Glencore si è macchiata di frode fiscale, dal momento che ha spostato i guadagni congolesi nei paradisi fiscali attraverso i conti delle sue filiali: in questo modo avrebbe sottratto alle casse della RDC una cifra che si aggira intorno ai 196 millioni di dollari.

"Glencore deve riconoscere le sue responsabilità"

"Esigiamo che i responsabili riconoscano i problemi esistenti e mostrino chiaramente cosa intendono fare per risolverli" ha dichiarato Chantal Peyer, autrice della ricerca realizzata per Action de Carême e Pain pour le prochain. Secondo lei "Glencore ha ancora una lunga strada da percorerre se vuole diventare l'impresa responsabile che pretende di essere nel suo rapporto sullo sviluppo sostenibile". E' allora urgente che la dirigenza della multinazionale instauri un dialogo con le comunità in Congo e adotti misure concrete per migliorare le condizioni di vita, a partire dall'accesso all'acqua potabile. Bisogna inoltre favorire una politica fiscale trasparente: "Multinazionali del calibro di Glencore devono pubblicare il loro bilancio paese per paese, in modo che sia comunicato in maniera trasparente quali imposte pagano (o non pagano)", ha detto François Mercier, co-autore dell'inchiesta. Lo stesso Stato congolese ha bisogno di queste informazioni: "Se il settore minerario in Congo fosse correttamente fiscalizzato, le risorse a disposizione sarebbero maggiori di quelle dell'aiuto umanitario" ha specificato Mercier.

La politica svizzera è chiamata in causa

Secondo gli studiosi, il caso Glencore rivela "una mancanza di regolamentazione poltica e legale in Svizzera per quel che riguarda le attività delle imprese transnazionali". Vengono così richieste delle riforme per obbligare giuridicamente le imprese stabilite in Svizzera ad adottare delle misure per evitare le violazioni dei dirittti umani e dell'ambiente da parte delle filiali all'estero.

Un'altra esigenza espressa è quella di migliorare l'accesso delle vittime alla giustizia. Una rivendicazione che è al centro della campagna "Diritti senza frontiere" che riunisce più di 50 ong e sindacati, tra cui anche Pain pour le prochain e Action de Carême. Già nel 2011 le due organizzazioni  avevano presentato al Consiglio federale svizzero una petizione firmata da 27.000 persone che esigeva, oltre a una maggiore responsabilità da parte delle imprese, che le multinazionali rendessero pubbliche le loro transazioni finanziarie, per mettere fine alla pratica troppo diffusa della frode fiscale.

Maggiori informazioni sulla ricerca condotta dalle ong svizzere sul sito di Pain pour le prochaine