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fiducia eccessivaLa disponibilità di cibo pro capite non è mai stata tanto elevata come oggi. Eppure il prezzo degli alimenti è destinato a raddoppiare entro il 2030; nel prossimo decennio i cereali aumenteranno del 20% e la carne del 30%. Di chi la responsabilità? Tanti gli imputati, a partire da chi, sulla fame degli altri, fa soldi a palate speculando in Borsa. Riproponiamo qui l'inchiesta realizzata qualche mese fa su rivista VpS in relazione al lancio della campagna "Non con i miei soldi"

di Silvia Pochettino

 

Il cibo costa sempre più caro. Non è necessario essere studiosi di statistica per rendersene conto. Basta essere una massaia o comunque occuparsi della spesa per la famiglia. Ma il peggio deve ancora arrivare. Secondo la Fao il prezzo del cibo è destinato a raddoppiare da qui al 2030, i cereali nel prossimo decennio aumenteranno del 20% e la carne del 30%. Ma perché i prezzi dei prodotti alimentari continuano a salire? Il cibo è sempre più scarso a livello mondiale? La sovrappopolazione del pianeta ha raggiunto livelli insostenibili? L’effetto serra sta distruggendo i terreni coltivabili? Niente di tutto questo, in realtà. La disponibilità di cibo pro capite non è mai stata tanto elevata nella storia dell’umanità.

Fame “volatile”

Eppure fra il 2005 e il 2008, i prezzi mondiali degli alimenti hanno raggiunto i livelli più alti da 30 anni a questa parte. Il prezzo del mais è aumentato del 74% mentre quello del riso è quasi triplicato, con un incremento complessivo del 166%. Dopo il picco registrato a giugno 2008, i prezzi hanno fatto registrare un breve calo (del 33% in sei mesi), ma nel 2010 hanno di nuovo subito un’impennata del 50% e hanno continuato ad aumentare nel 2011. A questo punto, non è possibile prevedere cosa succederà nei prossimi mesi.

In altre parole, sembra che si sia instaurata una tendenza alla volatilità (questo il termine tecnico che descrive il fenomeno) dei prezzi degli alimenti, che salgono e scendono. Ma soprattutto salgono.

Non è per niente una buona notizia. Le fluttuazioni dei prezzi, in particolare quelle al rialzo, rappresentano la maggiore minaccia alla sicurezza alimentare, soprattutto per i più poveri. Secondo la Banca mondiale, nel biennio 2010-2011 l’aumento dei costi degli alimenti ha spinto quasi 70 milioni di persone nella povertà estrema, portando la quota di affamati nel mondo a oltre 1 miliardo.

Giochi d’azzardo

Ma se non è la sovrappopolazione o la carenza di cibo, allora perché mangiare costa sempre più caro? La prima risposta è che c’è anche chi, sulla fame degli altri, si arricchisce alla grande.

Lo illustra molto bene Andrea Baranes, portavoce della Campagna 0.05 per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie e membro della Fondazione Banca Etica, nel suo ultimo libro “Il grande gioco della fame”. «Il cibo sarà sempre più caro nel prossimo futuro» assicura Baranes, «ma per motivi disgiunti dall’agricoltura». Alla base del rincaro, secondo Baranes, la crescita esponenziale delle speculazioni finanziarie sui prodotti alimentari. «Dopo la bolla speculativa e il crollo delle Borse nel 2007-2008, enormi capitali sono scappati dai prodotti finanziari tradizionali considerati troppo rischiosi e si sono rifugiati in oro e prodotti agricoli, ritenuti più sicuri». Così se prima gli strumenti finanziari sui prodotti agricoli riguardavano solo chi in agricoltura effettivamente ci lavorava, negli ultimi anni i grandi speculatori sono entrati a gamba tesa nel settore, e i “derivati” sul cibo sono entrati anche nei fondi pensione, nei titoli misti e in tutti i prodotti dei piccoli risparmiatori, quasi sempre a loro insaputa. Speculare sul cibo significa “scommettere” sul prezzo futuro di un prodotto, ad esempio il grano, acquistando “futures” che si basano sull’indicizzazione del prezzo del grano. Ma cosa sono questi benedetti futures? Sono contratti a termine standardizzati per poter essere negoziati facilmente in Borsa. Con quelli basati su indici di merci specifiche, come il grano appunto, le parti si obbligano a liquidarsi una somma di denaro pari alla differenza fra il valore dell'indice di riferimento alla stipula del contratto e il valore dello stesso indice nel giorno di scadenza.

Il problema è che tanto più si acquistano o si vendono tali prodotti finanziari, tanto più si influisce sul prezzo reale del grano. «Se si sparge la voce che il prezzo di un prodotto salirà, tutti si gettano a comperare futures e titoli su quel prodotto, perché al momento della rivendita potranno fare grandissimi guadagni, ma se tutti acquistano quel prodotto il valore e il prezzo del prodotto, appunto, sale». Continua Baranes: «I prodotti agricoli poi sono perfetti per gli speculatori perché ci sono sempre incertezze nel prezzo, legate alle variazioni climatiche, all’andamento politico dei paesi produttori e a molti altri fattori. Proprio in quell’incertezza è possibile scommettere e determinare, con le scommesse, il risultato». E’ la profezia che si auto adempie, “la coda che scodinzola il cane” come si usa dire oggi per la finanza-casinò, dove non c’è più nessuna connessione con l’economia reale. Ma ci sono effetti estremamente reali per la vita della gente.

Una crescita del prezzo del grano infatti significa enormi profitti per chi ha giocato bene in Borsa, ma anche rincari drammatici per chi, il pane, lo deve comperare.

Piccoli produttori a rischio

«Il cibo costituisce una fetta importantissima dei bilanci delle famiglie povere» sottolinea Sergio Marelli, Segretario generale della Focsiv e presidente del Comitato italiano per la sovranità alimentare (Cisa). «Di conseguenza, i prezzi più elevati colpiscono i poveri in maniera sproporzionata aggravando ulteriormente l'ineguaglianza. Ecco allora che nei paesi in via di sviluppo, dove ben il 70% della spesa delle famiglie va in cibo rispetto al 10-20% di quella delle famiglie dei paesi ricchi, la questione assume proporzioni drammatiche. I picchi nei prezzi, inoltre, sono dannosi non solo per i consumatori ma anche per i piccoli produttori. Sebbene un prezzo elevato in alcune circostanze possa essere vantaggioso per chi produce, l’instabilità risulta molto pericolosa perché i coltivatori hanno assolutamente bisogno di prevedere, a mesi di distanza, il prezzo che raggiungeranno le coltivazioni al momento del raccolto. Se si prevedono prezzi elevati, piantano di più. Se si prevedono prezzi bassi, piantano meno».

Proprio all’instabilità dei prezzi dei prodotti alimentari la Fao ha dedicato quest’anno la Giornata mondiale dell'alimentazione del 16 ottobre al tema “Prezzi degli alimenti. Dalla crisi alla stabilità”. «La volatilità dei prezzi dei beni alimentari» ha sostenuto Jacques Diouf, ex direttore generale della Fao, «trae le sue origini in fattori fondamentali come gli choc climatici in paesi chiave di produzione ed esportazione, ma è stata aggravata dai legami sempre più stretti tra il mercato agricolo e quello dell'energia da un lato, e, dall'altro, dalle speculazioni finanziarie sulle commodity agricole».

Per la sovranità alimentare

Questo legame tra fame-mercati-speculazioni finanziarie è al centro delle riflessioni delle organizzazioni della società civile che hanno ribattezzato il 16 ottobre Giornata mondiale della Sovranità alimentare. A sottolineare la volontà delle popolazioni di riappropriarsi non solo del cibo ma anche del diritto a definire i propri sistemi agricoli e alimentari, e ad avere un cibo salubre, prodotto con sistemi ecologici e culturalmente adeguati ai territori.

Rappresentanti della società civile di tutto il mondo si sono riuniti a Roma, presso la Fao nella 37ª sessione del Committee on World food security (Cfs), l'organismo di governo dell'agricoltura, l’unico partecipato anche dalla società civile, e hanno consegnato al presidente del Cfs, Noel D. De Luna, l'Appello di Dakar, documento sottoscritto da numerosissimi movimenti contadini, associazioni, ong contro il fenomeno del “land grabbing”, cioè l’accaparramento da parte di multinazionali e corporation di grandi quantità di terra nei paesi più poveri a fini speculativi.

«Le nostre richieste sono sempre le stesse» spiega Sergio Marelli, «si tratta di spingere con forza, a partire dal governo italiano che quest'anno organizza la Giornata mondiale per la sicurezza alimentare, fino a tutte le diverse istituzioni internazionali, verso una moratoria degli investimenti speculativi in agricoltura e puntare a una proposta globale di riforma agraria che svincoli le situazioni di monopolio».

Biocarburanti “voraci”

Ma ci sono anche altre concause al dramma che colpisce milioni di persone. Una di queste è la diffusione dei biocarburanti, come spiega ancora Marelli: «La messa a monocoltura cerealicola di estesissimi appezzamenti di terre tra le più fertili per la produzione di carburanti vegetali sta avendo un impatto esorbitante sulla domanda di cereali, il che genera un forte aumento dei prezzi oltre a produrre una sfrenata corsa all’accaparramento dei terreni da parte delle multinazionali». A oggi l’industria dei biocarburanti sfrutta il 40% della produzione di mais degli Usa e due terzi della produzione di olio vegetale in Europa. Nel 2009 il sostegno governativo ai biocarburanti ha raggiunto gli 8 miliardi di dollari tra Usa e Ue. «L’abolizione immediata degli obiettivi per i biocarburanti» prosegue il segretario generale della Focsiv e presidente Cisa, «e la rimozione dei sussidi sulla produzione e lavorazione sono elementi assolutamente indispensabili per affrontare la sfida di sfamare il mondo intero».

Secondo il dettagliato documento “Volatilità dei prezzi alimentari” prodotto da Focsiv e dall’europea Cidse, “ogni politica sui biocarburanti dovrebbe fondarsi sulla capacità a produrre a livello locale, mentre è necessario sostenere la ricerca sull’efficienza energetica per ridurre i consumi”.

Dumping e liberalizzazioni

Negli ultimi 10 anni le riserve mondiali di alimenti sono state sempre più ridotte, fino a toccare i minimi storici nel 2011. Eppure il rapporto tra livello delle scorte e instabilità dei prezzi è ormai riconosciuto. Scorte ridotte portano a picchi nei prezzi. Inoltre la Fao afferma che il 30% dei raccolti, fino al 40% in Africa, va sprecato a causa della mancanza di luoghi di conservazione o per la loro inadeguatezza. Per contro le eccedenze nei paesi sviluppati, immesse nei mercati internazionali, raggiungono i paesi poveri ed entrano in competizione con la produzione locale. I piccoli coltivatori locali non possono competere con l’agricoltura sovvenzionata del Nord.

Nonostante questo a partire dal 1995 si è introdotta la deregolamentazione delle importazioni e al momento sono in negoziazione accordi per il libero scambio (Fta) che costringerebbero i paesi in via di sviluppo ad abolire completamente le tariffe d’importazione per l’80-90% dei prodotti. Mentre la Fao raccomanda di ripensare le attuali regole commerciali e dare “più spazio agli interessi pubblici in materia di sicurezza alimentare”, il G20 chiede ancora più liberalizzazioni.

Un sistema da riformare

Olivier de Schutter, il relatore speciale all’Onu sul diritto al cibo, non ha dubbi: «Una porzione significativa dei picchi nei prezzi è dovuta alla crescita di una bolla speculativa ed è necessario riformare dalle basi il sistema finanziario per scongiurare un’altra crisi». Ma i passi fatti finora sono pochi. «Le soluzioni tecniche non mancano» riprende Andrea Baranes. Da una moratoria sui Etf/Etc, i titoli misti in cui dentro ci sono anche derivati di prodotti agricoli, all’”obbligo di consegna del sottostante” ovvero l’obbligo di acquistare effettivamente il prodotto e non solo fare operazioni “virtuali”, fino a una tassa sulle transazioni finanziare, la 0,05 proposta anche dal presidente Sarkozy. «Ma è la volontà politica che manca. Il G20, che si è autoproclamato governo mondiale dell’economia, è stato efficace nel 2008 nel salvare le banche, ma non altrettanto oggi per salvare le persone».