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bambini soldato 11I veri protagonisti della situazione in Africa centrale sono le vittime dei rapimenti e degli abusi perpetrati dall'esercito dei ribelli di Joseph Kony. Abbiamo intervistato chi, da molti anni e a livello diplomatico, si occupa della questione insieme alle Nazioni Unite, per chiedere quale sarà l'effetto della Kony-mania nel lavoro di chi vuole fermare l'uso dei bambini soldato in tutto il mondo. Il commento di Richard Clarke, direttore di Child Soldiers International.

di Donata Columbro

Child Soldiers International, ex-Coalizione internazionale per fermare l'uso dei bambini soldato, è un'organizzazione nata nel 1998 che lavora nella prevenzione dell'uso dei minori nei conflitti e nell'assicurare la loro riabilitazione e reintegrazione nelle comunità di appartentenza. 

Oggi l'organizzazione si concentra nell'implementazione dell'OPAC, Protocollo addizionale alla Convenzione per i Diritti dei bambini nel coinvolgimento dei conflitti che quest'anno compirà 10 anni. La campagna Stop Kony 2012 ha riportato in evidenza la questione dei bambini soldato a livello pubblico con un video virale che continua a essere rilanciato e condiviso con tweet e post su Facebook. Abbiamo voluto chiedere al direttore Richard Clarke quale sarà l'effetto di questa attenzione massiccia sulla questione dei bambini soldato nel lavoro di chi opera a livello politico internazionale per fermare questo fenomeno.

"Ho diversi pensieri sulla campagna di Invisible Children", commenta cautamente Clarke. "Prima di tutto, sono felice che abbia riportato la questione dei bambini soldato all'attenzione dell'opinione pubblica. Questo video, insieme alla sentenza storica contro Thomas Lubanga, ex capo della milizie della Repubblica democratica del Congo (Rdc), ricorda a tutti che il problema esiste. Mentre le Nazioni Unite e le ong non hanno mai smesso di lavorare su questi temi, c'è stata una tendenza da parte dei mass media e della comunità internazionale nel perdere interesse nei confronti dei bambini soldato. Per questo motivo la campagna Kony 2012 è la benvenuta."

L'azione principale su cui si concentrano l'Onu e Child International è l'arresto di Kony, come chiede la campagna? 

"No, anzi, una campagna simile comporta anche dei rischi, perché dà l'impressione che il problema principale sia localizzato in uno o pochi stati dove ha operato Joseph Kony. Quello che vorremmo far emergere come Child Soldiers International è che ci sono reclutamenti di bambini soldato in almeno 14 paesi del mondo (vedi report di HRW), e la comunità internazionale deve rivolgere la sua attenzione a tutti questi. L'Esercito di Liberazione del Signore, quello del video, è ancora attivo nella regione ma molto meno che nel passato. Quello che noi facciamo è occuparci dei casi meno visibili, meno conosciuti, abbiamo una lista di stati dove sappiamo di rischi di reclutamento di minori. Kony oggi è il nemico più ovvio, ma ce ne sono molti altri su cui abbiamo bisogno di mantenere la pressione pubblica.

Trova più aspetti positivi nella sentenza contro Lubanga o nel fatto che il video sia stato visto da 100 milioni di persone?

Il caso Lubanga è molto positivo, è un grande passo nel fermare questa impunità. E' la prima volta che viene emessa una simile sentenza, non ce ne sono mai state altre e ritengo che sia stata fondamentale per ridare speranza e giustizia alle vittime.

Sull'approccio di Invisible Children c'è un dibattito in corso, per questa ragione non dirò niente contro la campagna Stop Kony 2012. In realtà dà anche a noi opportuntà per approfondire la questione dei bambini soldato, ha creato un'audience di persone più ampia che possiamo raggiungere per fare sensibilizzazione. L'ho visto con i tre miei figli: nessuno ha mai mostrto interesse per il mio lavoro, ma quando è uscito Kony, sia loro che i loro amici si sono subito attivati. Forse dimentichiamo che le ong lavorano sempre per convincere le stesse persone, invece c'è un'audience molto più ampia che può essere raggiunta ma servono energie per questo. Conoscevamo il potenziale di internet per mobilitare le persone, ma noi che lavoriamo nelle questioni dei bambini soldato siamo rimasti molto stupiti dalla portata di questa campagna.

La reazione di molti ugandesi alla campagna di Invisible Children non sono state tutte positive. 

Hanno le loro ragioni effettivamente. C'è sempre stata una tendenza, non solo adesso con Kony, di portare l'attenzione sull'aspetto della risoluzione dei conflitti, ma non abbastanza sulla prevenzione e re-integrazione dei bambini soldato. I nostri operatori appena tornati dalla Repubblica del Congo ad esempio hanno lavorato con il governo proprio sul controllo del reclutamento. Invece ci sono grandi difficoltà di reintegrazione per le bambine, se dobbiamo parlare di "invisibili", sono proprio loro. Molti dei programmi di reintegrazione sono rivolti agli adulti e ai ragazzi, ma non alle ragazze. Questo è un punto su cui attiveremo le nostre energie nei prossimi mesi. 

Quali sono le azioni necessarie per fermare concretamente questo abuso?

Ci sono molti signori della guerra in libertà. E dove non c'è stabilità politica e rischio di conflitto c'è più rischio di abuso dei bambini con il loro coinvolgimento nei conflitti, anzi, in alcuni casi questa è la regola e non l'eccezione. A livello internazionale noi operiamo per la prevenzione, ma molti stati che hanno ratificato l'Opac non danno sostegno alle attività dell'Onu su questo fronte. Non danno abbastanza risorse e quindi bisogna lavorare per fare pressione soprattutto nei casi dove è evidente il loro coinvolgimento nel reclutamento di bambini soldato. Il caso Lubanga è stato esemplare nel portare giustizia e gli sforzi devono essere attivi anche in questo campo.

A settembre faremo uscire un rapporto per l'anniversario della Protocollo Assizionale, ci sarà un'agenda internazionale per attivare la prevenzione, con una check list da implementare da parte dell'Onu e degli stati membri.

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