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SUB-KONY-blog480Kony 2012, il video più visto e condiviso della storia di internet, è anche il più criticato. In 30 minuti questa Invisible Children ha convinto milioni di persone a unirsi per sostenere l'arresto di Joseph Kony, criminale di guerra ugandese. Ma indagando la reale situazione in Uganda oggi, tutti confermano che da anni non ci sono più rapimenti e la guerra è finita dal 2008, dunque perché lanciare la campagna proprio ora? 

di Silvia Pochettino

Ieri mia figlia, 16 anni, una sostanziale indifferenza per tutte le cause sociali legate in qualche modo al lavoro di sua madre, per la prima volta arriva a casa e dice: “Ho visto un video che mi hanno postato su Fb, si chiama Kony 2012. Mi ha colpito moltissimo, non sapevo niente di questa storia, voglio unirmi al movimento e partecipare alla manifestazione del 20 aprile!”.

La cosa mi ha fatto riflettere molto, al di là del fatto che il “fenomeno Kony 2012” sia entrato nella mia famiglia da dove meno me lo aspettavo.

Kony 2012, assurto alle cronache di tutti i giornali, è un video che ha fatto il giro del mondo attraverso i tweet e le condivisioni su Facebook di migliaia di persone, superando in pochi giorni le 100 milioni di visite. Esempio magistrale di storytelling all’americana, in 30 minuti spiega all’opinione pubblica la potenza di internet per mobilitare le folle e le atrocità commesse dal generale Joseph Kony, ribelle ugandese a capo del movimento Lra (Lord’s Resistance Army), che da 20 anni rapisce, tortura e sfrutta sessualmente i bambini dell’Uganda. Racconta tutto questo attraverso la storia personale di Jacob, un ragazzo ugandese, ma soprattutto di Jason Russell, fondatore dell’ong Invisible Children, che da 9 anni lavora per la cattura di Kony, e di suo figlio di 5 anni. Il video è straordinariamente professionale e colpisce l’emotività e il cuore magistralmente, individua in modo semplice e chiaro chi è il cattivo (Joseph Kony) e il ruolo che possiamo giocare tutti noi, invita il mondo intero a mobilitarsi per “rendere famoso” Kony, affinché il governo americano impegni in tutti i modi per catturarlo e portarlo davanti alla Corte Penale Internazionale entro il 2012.

Fin qui tutto bene, a parte la repulsione viscerale per una comunicazione semplificatoria (che pone l’Uganda in Africa centrale!), costruita sulla pura emotività con inevitabile retrogusto in salsa “western” della caccia al cattivo, con tanto di manifesti “wantied” che siamo abituati a vedere nei film. Senza dare voce e spazio alle comunità locali e ai cittadini ugandesi, il cui punto di vista non è da mettere in secondo piano e che abbiamo infatti considerato nella nostra inchiesta. Russell, tra l'altro usa suo figlio, 5 anni, come rappresentativo del pubblico a cui spiegare i crimini di Kony, ricordandoci che tutte le grandi campagne promozionali costruiscono la propria strategia di comunicazione per un target di audience infantile. Ma questi sono aspetti tutto sommato marginali, su cui comunque si scatena un fiume di reazioni, dando vita a decine di articoli, video ironici e pagine facebook che invitano a mantenere l'allerta sui veri scopi del documentario.

Il vero problema si pone però quando cominciamo a indagare la reale situazione in Uganda oggi, intervistando numerosi operatori sul posto, cooperanti e associazioni locali. Tutti confermano che da anni non ci sono più rapimenti in Uganda, la guerra è finita dal 2008, i campi profughi sono stati smantellati. Kony è sicuramente un efferato criminale, (e più volte noi abbiamo scritto delle violenze e delle atrocità commesse dall’LRA negli anni passati), ma oggi è sicuramente altrove, probabilmente in Congo, o in Sud Sudan e il suo movimento è in disgregazione.

Possibile che si siano sbagliati?

Perché lanciare la campagna proprio ora?

Il video dice che in passato tutti gli interventi americani sono stati determinati dai soldi o dagli interessi militari, ma che ora possiamo cambiare le cose e se la gente in massa dimostrerà di essere interessata all’arresto del criminale Kony, solo perché è una cosa giusta, il governo americano ascolterà l’appello e interverrà.

L’idea è affascinante ma non è possibile non fare due più due. Gli interessi americani, soprattutto in Congo, sono altissimi, diamanti, risorse minerarie e petrolio. La strategia della caccia la cattivo è una strategia mediatica vecchia, usata sistematicamente da anni, da Saddam Hussein, a Bin Laden, ai Talebani, fino a Gheddafi passato improvvisamente da buono a cattivo.

Il punto è che la gente non si fida più dei media tradizionali. Una indagine Istat del 2010 indicava solo in Italia che il 65% degli intervistati dichiarava di non fidarsi della tv e dei giornali. Troppe bufale, troppe delusioni. Le armi di distruzione di massa in Iraq? Mai esistite eppure tutti i giornali del mondo ne avevano parlato riportando dati precisi forniti dal governo americano!

Ma una campagna umanitaria, nata dalla gente, spontanea, che si organizza per una giusta causa è qualcosa che non può essere messo in discussione. La rete è per eccellenza il nuovo media che combatte il monopolio dei vecchi media, in cui ognuno può raggiungere un pubblico o diventare famoso grazie all’effetto virale del passaparola. E’ il luogo della democrazia partecipativa.

Speriamo che sia davvero così. Ma i dubbi crescono, inevitabilmente, anche in relazione al fatto che proprio You Tube è stato recentemente comperato da Google e Google è entrato apertamente in politica l’anno scorso investendo già mezzo milione di dollari.

Se a questa campagna seguirà un intervento americano nella regione sapremo che il controllo globale sta sperimentando nuove strade di cui spesso noi rischiamo di essere burattini inconsapevoli.

Leggi anche:

Kony 2012: voci dall'Uganda 

Kony 2012: una ricostruzione a più voci

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