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landgrabDall'Oriente all'America del nord passando per l'Unione Europea, i paesi ricchi sembrano avere trovato il nuovo oro: la terra. Contratti centennali di utilizzo delle terre nel sud del mondo sollevano dubbi e questioni importanti riguardo allo sviluppo e alla sovranità alimentare. In uno studio della Banca Mondiale, il fenomeno del land grab nel 2009 riguardava 60 milioni di ettari in tutto il pianeta.

di Mattia Marello


Nel rapporto presentato lo scorso 28 di febbraio a Brusselles, Bio-fueling injustice?, EuropAfrica e FIAN denunciano la forte responsabilità dell'Unione Europea nell'incentivare la “corsa alla terra” nei paesi in via di sviluppo: secondo i dati presentati, il 66% delle terre su cui vengono fatti investimenti è destinato a colture per la produzione di biocarburanti. Sebbene i dati dimostrino come il fenomeno stia raggiungendo dimensioni senza precedenti – 60 milioni di ettari nel 2009, secondo la World Bank– non abbiamo però alcuna certezza sui dati quantitativi. Le grandi divergenze tra gli studi effettuati implicano che si ponga molta attenzione alla verifica dell'attendibilità delle fonti. Possiamo affermare tuttavia, che il ruolo giocato da USA e UE nell'accaparramento di terre su larga scala per la produzione di biocarburanti sia notevole.

Lorenzo Cotula, dell'Internationa Institute for Environment and Development di Londra, ha collaborato in diversi rapporti con la FAO e sottolinea come, in realtà, non si possa propriamente parlare di acquisizione di terra, ma piuttosto di affitto. Tuttavia, anche se si tratta di contratti d'allocazione, spesso questi sono spalmati su tempi lunghissimi, trasversali a più generazioni e che, in alcuni casi, riguardano lotti di centinaia di migliaia di ettari. Un contratto di leasing della durata di cento anni, per le comunità che vivono su quella terra equivale ad una vendita.

Investire nei paesi in via di sviluppo potrebbe apparire una strategia vincente per combattere la fame e la povertà; dobbiamo però domandarci che tipo di investimenti vengono effettuati. Se, a livello mondiale, può sembrare una grande opportunità per tutti i soggetti coinvolti, risulta d'altro canto difficile trovare acquisizioni su larga scala di terre del sud del mondo che abbiano avuto successo. “Questo non sembra essere un modello che funziona” afferma Cotula. La maggior parte della produzione è destinata all'esportazione; le multinazionali che investono sulle distese coltivabili e sulle foreste, come denunciano numerose ricerche, non contribuiscono affatto allo sviluppo delle economie locali e le comunità autoctone si vedono sottrarre le terre senza poter ribattere.

Il punto fondamentale che evidenzia Cotula, è la piena legalità di questi movimenti: la vendita e l'allocazione delle terre è formalmente fatta rispettando le leggi vigenti nei differenti paesi. “Ciò che ha portato il fenomeno ad ingrandirsi è l'accentramento dei diritti sulle terre in mano allo stato.” Questo monopolio sulle proprietà rende le popolazioni locali “molto vulnerabili” e con pochissime tutele. Non possiamo dunque parlare di esproprio in senso giuridico, ma di fatto le comunità agricole, che si mantengono tramite la coltivazione della terra, vengono private della loro fonte di sostentamento. Lentamente si passa da un'agricoltura locale, generalmente gestita a livello famigliare, ad una coltivazione intensiva dei terreni destinata all'esportazione.

Ma come e dove ha inizio la “corsa alla terra”? Stefano Liberti, autore del libro “Land grabbing” - il primo reportage sul mercato delle terre - lo definisce una forma di neo-colonialismo. Quando, nel 2007 si cominciò a parlare di “crisi alimentare”, l'aumento del prezzo dei beni di prima necessità ha incentivato ricche imprese e governi a investire sulle terre del terzo mondo, sperando in un continuo apprezzamento. Inoltre, le decisioni che riguardano il prezzo delle derrate alimentari vengono prese alla borsa di Chicago. Il pensiero che il costo di quasi la totalità del cibo consumato sul pianeta dipende da quanto deciso dagli operatori del mid-west statunitense assomiglia ad una sorte di tiro alla fune: da una parte le affamate comunità locali del sud e dall'altra le invincibili forze dei mercati.

Come possiamo trovare una soluzione al problema? “Dovremmo partire da un rafforzamento delle tutele e dei diritti delle popolazioni e comunità locali” - afferma Cotula - “rendendo più competitivo il sistema agricolo tutt'ora esistente.” Distribuire i diritti di proprietà, intesi come diritti esclusivi, sarebbe difficile e poco consigliabile: “spesso sono diversi i titolari di un terreno e la gestione è famigliare o comunitaria.” Risulta necessario sviluppare un più forte sistema di tutela dei diritti; aumentare la partecipazione delle comunità locali nelle decisioni e stabilire meccanismi di trasparenza nelle scelte effettuate dai governanti. La FAO sta studiando delle linee guida da seguire per una “gestione responsabile della terra”; strumento che però non risulterebbe vincolante per i governi. Intanto, c'è da chiedersi se la nuova crisi, che dal Corno d'Africa al Sahel minaccia milioni di persone, possa fomentare maggiormente questa sfruttamento del suolo.

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