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saharawi fotoweb15Strade, porti e aeroporti, elettricità, industrie, siti estrattivi, il sistema di purificazione dell'acqua del mare… L’occupazione marocchina ha investito molto in Sahara Occidentale, ma questo si sta rivelando un boomerang. E i saharawi che abitano nella zona vivono aspettando un referendum da 30 anni.

 

di Sara Wukaf e Sofia Mirar

 

Entro il 2020 il sole del Sahara Occidentale regalerà elettricità al Marocco: è quanto esposto ad Addis Abeba in occasione del VII Forum per lo Sviluppo dell'Africa, nell'ottobre scorso. Per lo sviluppo del solare il governo marocchino pianifica la realizzazione di centrali termonucleari nei pressi di Laayoune, Boudjour, Tarfaya, Ain Beni Makhtar e Ouarzazate. Tre di queste città sono nel Sahara Occidentale, dove già adesso le pale degli impianti eolici caratterizzano, in diversi punti, il paesaggio. E se il vento non basta, il sole certo non manca nel deserto.

 

Terra di nessuno

Attraversando da nord a sud il Sahara Occidentale i controlli, per gli stranieri, non finiscono mai. L'autobus si ferma ogni cento chilometri, i poliziotti vengono dritti verso di noi. Ci chiedono il passaporto, quasi sempre ci fanno scendere, come se ogni volta si passasse un confine fantasma.

A Dakhla, città nel sud vicina alla Mauritania, conosciamo Ali. É un saharawi e ha da pochi mesi una casa. Dalla vita nelle tende è passato a quella nel cemento, regalato dallo Stato, che sovvenziona anche farina, olio, zucchero, assicurazione medica. La casa di Ali non è finita; poche lo sono in realtà: la città sembra un gran cantiere grigio. Ma il pavimento è ricoperto di tappeti colorati, la cucina è attrezzata, c'è l'acqua (desalinizzata) corrente. O meglio, c'è salvo il martedì e il venerdì. Per fare il tè invece non c'è problema: si usa l'acqua piovana.

Gli abitanti saharawi del Sahara Occidentale sono in perenne attesa. Rachid, che viaggia con noi, ce lo conferma. La storia infinita del referendum per l'indipendenza - mai celebrato - ha messo molti di loro in uno stato di torpore, ne ha guidati altri verso le alte sfere marocchine, infine di alcuni ha esacerbato gli animi fino a creare fenomeni di violenza. Alcuni hanno parenti rifugiati in Algeria e in Mauritania: a est del muro che dal 1975 spacca in due la sabbia, costruito dal Marocco. Rachid in passato ha provato a raggiungere i suoi passando dalla Mauritania, ma le autorità del Polisario gli avrebbero trattenuto il passaporto fino al suo rientro. Su nessuno dei due fronti c'è buona accoglienza per chi oltrepassa il confine e vuole tornare indietro. Nella terra di nessuno, non ci si fida di nessuno.

 

Ricchezze boomerang

Il precedente sovrano del Marocco Hassane II usava il bastone, reprimendo ogni forma di dissenso interno. Suo figlio, Mohammed VI, ha scelto la carota per conquistare gli abitanti del Sahara. Ha delegato a un'agenzia per lo sviluppo, l'Agence du Sud, lo sviluppo della regione. Secondo Telquel, settimanale progressista marocchino, questa agenzia ha rivoluzionato il territorio. La rete stradale, i porti e gli aeroporti, la rete elettrica, le industrie, i siti estrattivi, il sistema di purificazione dell'acqua del mare, le città in cemento armato: l'Agence du Sud ha fatto vivere il deserto a beneficio dell'idea della “grande nazione marocchina”.

Secondo le stime di Telquel, dal 1975 Rabat ha impegnato immense risorse nel Sahara. Somme da capogiro investite nelle infrastrutture, nelle spese militari, civili, nelle attività di diplomazia internazionale. Sempre secondo Telquel poi il Marocco perderebbe ogni anno 3 punti percentuali del proprio Pil nazionale per sostenere lo sviluppo delle regioni meridionali, e le ricchezze del sottosuolo sahariano si sono rivelate un clamoroso boomerang. Non potendo contare sul petrolio, presente ma non economicamente valido, il Marocco sfrutta le risorse ittiche (con l’appoggio di trattati firmati con l'Europa), l'energia solare e i fosfati, che sono anche ricchi di uranio. In effetti con la miniera di Bou Craa, nel sud, unita alle miniere del nord, il Marocco copre l'85% della produzione totale e diventa il principale fornitore di fosfati al mondo. Esiste un parere Onu contrario alla strategia marocchina perché le potenze occupanti dovrebbero sfruttare le risorse di un territorio conteso esclusivamente in favore delle popolazioni locali. Ma su questo punto non si trova accordo e intanto le risorse continuano a essere sfruttate. Magro beneficio, secondo Telquel, per una occupazione che sta costando al Marocco il suo stesso sviluppo.

 

Capro espiatorio

Un anziano professore di arabo incontrato in autobus, racconta: «Mi hanno detto di venire qui, che avrei avuto molto più denaro». I professori, i poliziotti, i funzionari, sono quasi tutti del nord: hanno contribuito alla “marocchinizzazione” della zona. Anche il nostro tassista, a Dakhla, è del nord e lo dice subito: «Perché sono venuto qui? Per soldi».

Il Sahara Occidentale è, tra l'altro, esentasse. Questa politica ha attratto alcuni investitori stranieri, che hanno realizzato serre di pomodori e altre verdure destinate all'export. Nel deserto si coltivano pomodori esentasse.

Se i giornali marocchini più audaci - come Telquel e pochi altri - esprimono a volte perplessità sugli aspetti economici della presenza nel Sahara, la sua legittimità non viene invece mai messa in discussione. Le altre pubblicazioni nazionali, poi, invocano ogni giorno l’unità del Marocco e quotidianamente accusano Polisario e Algeria.

A Laayoune i militari sono ovunque. I vari corpi di polizia e l'esercito fanno ormai parte del paesaggio, come le loro camionette, con finestrini coperti di fitte inferriate. Perché? «La gente gli tirava le pietre» è la risposta di Rachid.

Luciano Ardesi, presidente dell'Ansps - Associazione nazionale di solidarietà con il popolo Saharawi - legge l'invasione del Sahara in chiave strumentale all'uscita da una grave crisi politica che colpì il Marocco tra il 1970 e il 1972. Per ben due volte si era ipotizzato il colpo di Stato. Hassane II seppe ricreare l'unità nazionale attorno a un obiettivo esterno: la conquista delle province meridionali. «Credo che la soluzione del Sahara sia nel Marocco stesso: nel momento in cui le forze democratiche marocchine riusciranno a ritrovare i propri spazi di libertà saranno le prime a disfarsi di questo peso, che è il Sahara Occidentale».

Sulla risoluzione del conflitto non sembra avere molta influenza, invece, la Minurso, la missione Onu che ha visto progressivamente contrarre i suoi compiti. Uno dei suoi impegni attuali è lo sminamento. La regione è una delle più minate del mondo, ordigni messi da entrambe le parti durante la guerra, tra il 1976 e il 1991, e forse addirittura ereditate in parte dalla colonizzazione spagnola. In sede Onu, da 3 anni, è in discussione l'ennesima proposta di conciliazione, quella del piano d’autonomia presentato dal Marocco a cui si contrappone una proposta di indipendenza del Polisario. Chissà invece cosa vuole la gente, tra le case grigie e i parenti dall'altra parte del Muro.

Che nazionalità vorresti? chiediamo ad Ali. «Francese». Come, non saharawi? «Io non voglio la bandiera rossa. Prima di tutto, questo».