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sahara marathonDavanti il nulla. Di fianco, dietro, a lato, ancora il nulla. Solo una distesa piatta di sabbia e pietre, e polvere che vortica portata dal vento. Siamo nel Sahara occidentale, una delle storie più tormentate e irrisolte del continente africano. E proprio qui, domani, parte la Sahara Marathon, la maratona internazionale di solidarietà con il popolo saharawi, che vede confluire da tutto il mondo oltre 500 persone, tra atleti, staff, politici e giornalisti.

di Silvia Pochettino

Davanti il nulla. Di fianco, dietro, a lato, ancora il nulla. Solo una distesa piatta di sabbia e pietre, e polvere che vortica portata dal vento. L’altipiano dell'Hammada è il posto più inospitale della terra: in estate la temperatura supera i 50° con frequenti tempeste di sabbia, d'inverno, la notte va sottozero con punte di -5°. Eppure proprio qui, nella regione di Tindouf, all’inizio del deserto algerino vivono da oltre 33 anni quasi 200 mila persone, profughi del Sahara occidentale dopo l’occupazione da parte del Marocco. E proprio qui, domani, parte la Sahara Marathon, la maratona internazionale di solidarietà con il popolo saharawi, che vede confluire da tutto il mondo oltre 500 persone, tra atleti, staff, politici e giornalisti.

42 chilometri di marcia da El Aaiun, Auserd, Smara, passando attraverso i campi profughi e il deserto: “una sfida fisica importante, ma soprattutto un modo per richiamare l’attenzione sulla condizione di vita di un popolo ridotto allo stremo” sostiene Leo Ramboldi, organizzatore per l’Italia della maratona.

Quella dei saharawi, infatti, è una delle storie più tormentate e irrisolte del continente africano. Popolo nomade che abitava il Sahara occidentale, colonizzato dalla Spagna dal 1884, e poi “svenduto” con un accordo tripartito a Marocco e Mauritania al momento della decolonizzazione, il Sahara occidentale è stato invaso militarmente dal Marocco nel 1975 e da allora mai più abbandonato, sempre in attesa di un referendum di autodeterminazione che, promesso ancora dalla Spagna, e in seguito da numerose risoluzioni dell’Onu, non si è mai tenuto.

Neppure la presenza, ormai da 17 anni, della missione Onu “Minurso”, volta a vigilare sulla tregua tra marocchini e saharawi e preparare le condizioni per la realizzazione del referendum, ha cambiato le cose. Intanto sono cresciute due generazioni di giovani, senza altro orizzonte che la frontiera del campo profughi.

 “Tra le tante situazioni di guerre dimenticate, i saharawi sono i più dimenticati” sostiene Leo Ramboldi “la situazione di stallo che si trascina da decenni non fa notizia, e la gente è sfiduciata. Continua a vivere come se fosse una condizione provvisoria, non costruisce case stabili, sopravvive con gli aiuti umanitari, e intanto sono passati 30 anni”. Difficile comunque pensare di costruire qualcosa di stabile qui, in pieno deserto; impossibile coltivare, impossibile produrre; a Smara, uno dei tre centri più popolati, non c’è alcuna fonte d’acqua potabile e si vive solo con quella che arriva con gli aiuti.

“La giornata nei campi? Non fare assolutamente nulla” spiega Andrea Maschio, podista di Trento che ha partecipato l’anno scorso alla maratona ed è rimasto così toccato dalla situazione incontrata che quest’anno si è coinvolto nell’organizzazione e ha raccolto personalmente aiuti umanitari per la gente dei campi “i più fortunati fanno gli autisti per gli stranieri, o il piccolo commercio al mercato nero, molti emigrano, la maggioranza aspetta”.

Che cosa, non si sa. Perché nonostante la riapertura nel 2007 delle trattative bilaterali tra Marocco e Fronte Polisario (rappresentante politico del popolo sarahawi), non si profila nessuna prospettiva reale di cambiamento. I sarahawi continuano a essere divisi in tre, tra coloro che nel 1975, al momento dell’invasione marocchina, sono scappati verso l’inospitale deserto algerino, coloro che sono rimasti sotto l’occupazione in patria, e coloro, pochissimi, che sono andati a vivere nella zona controllata dal Fronte Polisario, nella parte più a est del Sahara occidentale. Dal 1980 Rabat ha costruito un muro in pieno deserto per “proteggere” i territori occupati impedendo così, materialmente, ogni contatto tra le diverse parti. Oggi il muro si estende per 2700 chilometri, controllato a vista da più di 160 mila soldati marocchini dislocati in 240 presidi, con 20 mila chilometri di filo spinato e, soprattutto, con oltre 6 milioni di mine antiuomo e anticarro disseminate, che rendono, di fatto, inabitabili i territori controllati dal Fronte Polisario.

E la situazione nei territori occupati rimane estremamente tesa: solo il 10 febbraio scorso l'ambasciatore della Repubblica araba saharawi democratica ad Algeri, Brahim Ghali, ha espresso le vive preoccupazioni "Il Marocco continua nella sua escalation, intensificando la presenza militare sul territorio del Sahara occidentale particolarmente lungo il muro", ha dichiarato. Le operazioni militari sembrano essere un messaggio per il nuovo mediatore nel conflitto all'Onu, Christopher Ross, designato recentemente inviato speciale nel Sahara occidentale, e che dovrebbe condurre i futuri negoziati.

Secondo Amnesty International le violazioni dei diritti umani si susseguono senza tregua, intimidazioni, rapimenti, incarcerazioni politiche. A oggi sono ancora 800 i desaparecidos saharawi di cui non si ha notizia. Anche la delegazione ad hoc del Parlamento europeo che, dal 25 al 29 gennaio scorso, si è recata nel Sahara occidentale, ha avuto seri problemi a incontrare i rappresentanti delle associazioni saharawi in difesa dei diritti umani.

Ma sono possibili 30 anni di conflitto per strapparsi brandelli di deserto? Non è proprio così, perché le zone del Sahara Occidentale occupate dal Marocco sono in realtà ricchissime di fosfati e risorse ittiche: secondo l’ambasciatore Brahim Ghali il Marocco incassa più di 4 miliardi di dollari sfruttando le ricchezze saharawi "Abbiamo costituito un osservatorio internazionale con sede in Norvegia formato da rappresentanti di circa 30 paesi” spiega. “È sul punto di elaborare un documento sulla questione. L'obiettivo è di denunciare queste pratiche illegali presso l’Ue e l’Onu. Abbiamo il diritto di promuovere un’azione giudiziaria ed abbiamo inviato diffide alle ditte complici".

Intanto però la gente continua a vivere di latte di cammello e pane di aiuti umanitari, in un susseguirsi di giornate sempre uguali, in attesa di un cambiamento che non arriva. Tranne brevi eccezioni, come la maratona di domani, che ha mobilitato, senza eccezioni, tutta la popolazione dei campi profughi in una festa straordinaria per gli stranieri “che si ricordano di noi”.

La Sahara Marathon

Ideata nove anni fa da un’ong americana che lavorava nei campi profughi saharawi, la Sahara Marathon è cresciuta negli anni diventando un evento sportivo internazionale di grande rilevanza. Quest’anno sono attese oltre 500 persone da tutti i paesi dell’Europa, dagli Usa e dall’America latina. Tra gli atleti più conosciuti in concorso XXX, ex campione del mondo spagnolo. Ma oltre alla maratona classica (42 km di marcia in pieno deserto) si sono sviluppate negli anni altre proposte per coinvolgere accompagnatori e popolazione locale; le marce di 21km,10km, 5km e la corsa dei bambini. Con l’obiettivo di promuovere l’attività sportiva tra i giovani e le giovani saharawi, e finanziare un progetto umanitario, che per questa edizione sarà la costruzione di un centro sportivo per bambini a Dhakla. Gli atleti, professionisti e non, dormono ospiti delle famiglie saharawi, nelle tradizionali tende o case di argilla, condividono il tempo e mangiano con loro. “Naturalmente noi forniamo l’acqua in bottiglia e il cibo adeguato per gli atleti” spiega Leo Ramboldi, organizzatore per l’Italia della maratona “ma l’incontro con la popolazione locale è un aspetto fondamentale”. “Correre in mezzo al deserto tra un villaggio e l’altro è l’esperienza più bella che abbia mai fatto” racconta Andrea Maschio, podista di Trento, che ha già partecipato alla scorsa edizione “un momento introspettivo unico, ma anche una grande prova sportiva. Tuttavia quello che più mi ha colpito, sono i volti fieri del popolo saharawi”.