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ITALIAIL-RUOLO-DEGLI-IMMIGRATIContrastare i flussi: questa la linea messa in atto dall’Ue nelle politiche sull’immigrazione. Ma “le spinte migratorie sono come l'acqua: se creo una barriera trovano nuove strade”. Le abbiamo seguite con i nostri reportage dalle quattro “porte blindate dell’Unione europea”: Patrasso, Lampedusa, Calais e Melilla. Scoprendo che…

di Maurizio Dematteis

 

 

«Le spinte migratorie sono come l'acqua: seguono una legge fisica di alta e bassa pressione. Se creo una barriera per fermare il flusso, questo pian piano la aggirerà trovando sempre nuove strade». Padre Joseph Lepine è un prete settantenne, che da oltre 30 anni opera nella chiesa cattolica marocchina di Oujda, cittadina di frontiera con l’Algeria, per aiutare gli immigrati sub-sahariani diretti in Spagna. Ci disse queste precise parole nella primavera del 2006 quando, con il collega fotografo Simone Perolari, iniziavamo un lungo lavoro di raccolta di testimonianze dalle “frontiere d’Europa” per VpS.

Siamo partiti dall’idea che in Europa esistono alcuni luoghi simbolo dei processi migratori nord-sud. E sono, nell’ordine, Patrasso, Lampedusa, Calais e Melilla. Quelle che potremmo definire, usando una metafora letteraria, le “Porte blindate dell’Unione europea”. Sono nomi che corrono di bocca in bocca da Kinshasa ad Abidjan, da Khartoum ad Asmara, da Baghdad a Kabul. Alimentando leggende e sogni di speranza. Nomi sui quali si investe denaro e, spesso, la stessa vita. Ma anche luoghi in cui i paesi europei tentano di mettere in atto le loro direttive in materia di “lotta all’immigrazione clandestina”. Concentrano forze di polizia per bloccare l’ingresso alle popolazioni dal Sud del mondo. Luoghi in cui le differenze e le ingiustizie, che all’inizio del terzo millennio continuano ad aumentare, vengono esasperate.

Abbiamo quindi percorso queste frontiere mediterranee dell’Europa per veder in prima persona e raccogliere le testimonianze dei migranti. Ricostruendo la mappa geografica di una palese delega della gestione dei flussi migratori data ai paesi europei del Mediterraneo: Grecia, Italia, Francia e Spagna. Una delega finalizzata alla creazione di un “cuscinetto” che preservi l’Unione e, in specifico, metta definitivamente “al riparo” gli Stati centrali. Che, è bene ricordarlo, in linea di massima hanno “già dato” parecchio alla causa dei migranti in fuga da paesi pericolosi. Ciò non toglie che questa delega, alcune volte, metta i paesi del sud Europa al riparo da possibili “richiami” dell’Unione per la violazione dei diritti giuridici e umani dei migranti. Nell’“interesse di tutti”. O quasi.

 

In “deroga” ai diritti umani

«Mi hanno telefonato in piena notte», racconta Giorgio Calarco di Medici senza frontiere, medico attivo sul territorio di Nador, cittadina marocchina cresciuta intorno all'enclave spagnola di Melilla. «I militari marocchini stavano deportando oltre 600 persone nel deserto tra Marocco e Algeria, nei pressi di Rachidi. Avevano cercato di scavalcare la rete di Melilla tutti insieme, la polizia ha sparato uccidendo sei persone, ha arrestato gli altri e li ha caricati su due pullman. Il giorno seguente siamo partiti per cercarli, abbiamo visto i segni dei pneumatici dei pullman che facevano dietro front nel deserto e li abbiamo trovati. Molti avevano ancora ferite sanguinanti, mal medicate e ormai infette. Ci hanno detto che 13 persone erano morte nella notte. Ma non abbiamo mai trovato i corpi».

Mukete, camerunese di 25 anni, lo sa bene. Lui la deportazione nel deserto dell’Algeria l’ha già subita. Con lo sguardo basso sulla terra brulla della foresta di Oujda, città marocchina al confine con l'Algeria, ci racconta la sua triste storia. E’ rimasto "prigioniero della foresta" con decine di altri immigrati sub-sahariani clandestini: provengono da Camerun, Costa d'Avorio, Liberia, Guinea Bissau, Guinea Conakry, Sierra Leone, Ghana, Nigeria, Gabon e vivono alla giornata, braccati dai militari marocchini e costretti a dormire sotto gli alberi. Mukete è in Marocco ormai da 2 anni e mezzo, e la doppia recinzione di rete e filo spinato alta 6 metri che circonda i 12 chilometri quadrati della cittadina spagnola di Melilla, enclave spagnola in terra d'Africa, è diventata la sua ossessione. «Il nostro mondo finisce sul limite della foresta» spiega. «Sono quasi due anni che vivo nascosto tra questi alberi. Se esco e mi prendono i militari mi riportano a morire nel deserto dell'Algeria. Sto aspettando il momento migliore per mettermi in marcia per Melilla o Ceuta». Come i suoi compagni, Mukete è convinto che si tratti solo di tempo, perché «non è possibile che ci fermino. Ho lasciato il mio paese in cui non avevo nulla, sono entrato in Nigeria, ho attraversato il Niger, poi il Mali, l'Algeria e infine sono arrivato qui in Marocco. Ora non è giusto che ci impediscano di andare verso una vita migliore, non abbiamo fatto niente di male».

 

Flussi a geometria variabile

Nel tentativo di fermare i flussi di clandestini e preservare lo status quo dei “propri” cittadini, la Spagna di Zapatero a partire dal 2004 ha promosso il Sistema integrale di vigilanza esteriore (Sive), realizzato con la cooperazione poliziesca con le forze dell’ordine marocchine. Si tratta di una vera e propria esternalizzazione dei controlli migratori oltre la frontiera dell’Ue. Dove non esistono troppi vincoli dettati da ratifiche o adesioni di carte dei diritti umani. Il sistema è stato comunque efficace, riuscendo a frenare in parte l’ingresso in Europa dal Marocco. Spingendo le partenze clandestine verso la Mauritania, da dove solo nei primi tre mesi del 2006 sono giunti alle isole Canarie circa 3.000 migranti (per la maggior parte senegalesi e maliani). E quando il governo di Madrid ha provveduto ad ampliare il Sive verso la costa mauritana, le partenze si sono spostate sempre più a sud, fino ad arrivare al Senegal e ai paesi del Golfo di Guinea. Ma a costo di un numero impressionante di morti annegati. Infine, quando anche questa via è stata “militarizzata”, i flussi migratori hanno cambiato rotta, passando da Tunisia e Libia, per arrivare in Europa attraverso l’Italia.

Cooperazione top e basta

Sono passate da poco le nove di sera quando il Guardacoste G 107 "Carreca" della guardia di finanza e la motovedetta della capitaneria fanno ingresso nel porto di Lampedusa. A bordo, rispettivamente, 76 e 87 migranti: 163 persone salpate dalle coste libiche e soccorse dopo oltre dodici ore di navigazione su un barcone lungo 17 metri, a circa 24 miglia marine dall'isola siciliana. Sono maghrebini e sub-sahariani. Tra loro anche 13 donne e 2 bambini, di sei e dieci anni. L'ennesimo sbarco di clandestini sull'isola. Sulla banchina attendono tutte le divise possibili e immaginabili: poliziotti, carabinieri, finanzieri, marinai. Poi il personale delle ong pronto a prestare i primi soccorsi. Infine gli operatori dei media in cerca di notizie.

Il tenente della guardia di finanza Rosario Vicedomini, comandante dell’operazione, consegnati i migranti ci invita sulla sua imbarcazione: «La costa di Lampedusa è l'avamposto dell'Europa nel Mediterraneo, e appena ci sono due giorni di bel tempo arrivano i barconi di clandestini. L'unico modo per arginare il fenomeno è collaborare con i paesi di partenza, come si è fatto per le coste dell'Adriatico. Grazie anche al miglioramento delle condizioni di vita, oggi da paesi come l'Albania o il Montenegro il traffico di persone via mare è stato fermato».

A differenza di quello che è successo sulle coste adriatiche, infatti, la situazione di emergenza nella piccola isola siciliana non è una novità degli ultimi mesi, ma piuttosto una condizione endemica. Non è mai cessata. A partire dall’inizio degli anni 2000, quando il vecchio Cpa di Lampedusa ricordava le carceri militari afgane o irachene: una cinta di rete sormontata da rotoli di filo spinato, cancelli con inferriate e abbondanti fari di illuminazione. Situato proprio a ridosso dell’aeroporto. Con all'esterno mezzi militari e uomini armati che pattugliano il perimetro 24 ore su 24. All'interno una serie di container metallici ospitavano i dormitori e i servizi. «Il centro ha una capienza di 190 persone» spiegava nel 2005 Claudio Scalia, della Misericordia di Palermo, allora responsabile del Cpa. «Ma a causa dei ripetuti sbarchi ci siamo già trovati a ospitare anche 1.100 persone, tutte insieme».

In seguito, nel 2007, il Centro di prima accoglienza viene trasformato in Centro di soccorso e prima accoglienza e trasferito in una ex caserma dell'esercito sull’isola. Che nell’ottobre del 2009 verrà chiuso in quanto, dichiarava una nota del Ministero, “non ci sono più immigrati da ospitare per effetto della politica dei respingimenti adottata dal governo”. Il ministro Roberto Maroni, infatti, pochi mesi prima dichiarava:  «Il 2009 sarà l'anno della fine dell'emergenza, così come il 2008 è stato un anno record sul fronte sbarchi. Due giorni fa» spiegava il titolare del Viminale, «ho incontrato l'ambasciatore libico ed entro gennaio spero che i pattugliamenti possano partire. Ciò ci consentirà di chiudere con il fenomeno degli sbarchi prima della stagione turistica».

Poi la situazione dei paesi nordafricani è precipitata. Ed è cronaca di oggi. La piccola isola siciliana ormai da mesi è chiamata ad affrontare l’accoglienza di migliaia di immigrati provenienti da sud.

Emblema di 10 anni di impegni in patti bilaterali della politica italiana in materia d’immigrazione andati in fumo. Invece di puntare sulla cooperazione internazionale con la società civile anche nei paesi del sud del Mediterraneo, come suggeriva il saggio tenente della guardia di finanza Rosario Vicedomini, il nostro governo ha semplicemente firmato patti con i loro regimi retti da presidenti poco democratici come Zine El-Abidine Ben Ali in Tunisia, Abdelaziz Bouteflika in Algeria, Mohammed VI in Marocco o Muammar Gheddafi in Libia.

 

Emigrazione “a tentoni”

«Ormai l’unica strada per entrare in Europa è la Turchia», mi spiega Bawa Hissen Folase, giovane sudanese. «Dal Marocco non si passa più perché i militari sparano. E le Canarie, Ceuta e Melilla sono completamente bloccate dalla polizia spagnola. Dalla Libia verso l’Italia nemmeno, respingono le barche» dice. «Io ci sono stato: ho lavorato tre anni a Tripoli per pagarmi il passaggio verso Lampedusa. Poi la polizia italiana ci ha fatto tornare indietro. Eravamo 18, nella traversata i più deboli sono morti».

Il ragazzo conferma ancora una volta che le “spinte migratorie sono come l’acqua”. Chiusa una via la spinta migratoria ne trova un’altra. Bawa fa parte dell’“esercito dei disperati” in attesa di partire. Sono oltre un migliaio tra afgani, sudanesi, somali, eritrei, curdi, iracheni e palestinesi, vivono accampati nei pressi del porto d’imbarco per l’Italia. Pronti a nascondersi in un container in partenza. Sono organizzati in campi abusivi, chi all’aperto, chi sotto i vagoni dei treni, chi in case abbandonate, divisi per area di provenienza. Senza assistenza, né acqua né luce, con servizi igienici di fortuna. In città solo l’associazione umanitaria locale Kinisi si prende cura di loro, ma la situazione è totalmente fuori controllo.

 

Quale politica Ue?

In Grecia, che con il tasso del 2% di riconoscimento dello status di rifugiato, contro la media Ue del 20, è il paese meno “accogliente” dell’Unione, nessun immigrato vuole rimanere. Complice anche la recente crisi economica, il paese europeo non offre nessun tipo di possibilità a persone come il giovane Abdullah, 18enne leader di un gruppetto di otto ragazzi afgani giunti dallo stesso villaggio. «Ho impiegato più di due mesi ad arrivare qui» mi spiega. «Sono partito dal mio villaggio, a nord di Kabul, per Kandahar. Da lì sono passato in Pakistan, per proseguire verso l’Iran. Sono arrivato al confine tra Iran e Turchia con passaggi in auto, e accompagnato da guide locali lungo le montagne sono entrato in Turchia. Van, Ankara, poi Istanbul, Smirne e infine il centro di Paganì, sull’isola di Lesbo. Ora sono a Patrasso da 6 mesi in attesa di andare in Italia, perché voglio entrare davvero in Europa…». O a Mohammud, 50enne ingegnere minerario del Sudan, che mi racconta la sua epopea: «Sono arrivato ad Ankara in aereo da Il Cairo. Sono scappato da Karthoum lasciando moglie e quattro figli perché ero sulla lista nera del governo». Una volta ad Ankara, Mohammud ha contattato un “passeur”, un trafficante di uomini, per entrare in Europa. Come? «Con il cellulare naturalmente, chiamando un numero avuto da un connazionale incontrato a Il Cairo». Detto fatto, per la modica cifra di 600 dollari, molto meno del passaggio dal Marocco alla Spagna o dalla Libia all’Italia, Mohammud è stato imbarcato su un gommone che dal porto di Smirne, sulla costa turca, lo ha portato nell’isola greca di Samos. Dopo due mesi di fermo viene rilasciato con un permesso bimestrale in attesa di risposta per la domanda di asilo. «E’ da sei mesi che sono in Grecia e ancora non mi hanno comunicato niente», dice l’ingegnere.

Poi poco alla volta la polizia greca aumenta i controlli e la repressione nei confronti degli immigrati clandestini. E i porti di sbarco italiani fanno il resto. Oggi solo più poche decine di ragazzi riescono a partire. E se fino a pochi mesi fa la nuova via sembrava essersi diretta dalla Turchia verso le frontiere con la Repubblica di Macedonia, per poi passare in Serbia, Ungheria e Austria, con l’esplosione delle rivolte in Tunisia, Algeria e con l’intervento Nato in Libia, tutto è nuovamente cambiato. E si è riaperta d’improvviso la via di Lampedusa.